Intervista a Recalcati. Così l’uomo ha perso l’inconscio (2010)

Intervista con Massimo Recalcati autore di un libro provocatorio: “La nostra epoca minaccia l’intimità  del soggetto. L’eccesso di stimolazioni uccide il desiderio” 

di Luciana Sica, la Repubblica, 21 gennaio 2010

Un requiem per l’inconscio. È quello che intona Massimo Recalcati in un libro sorprendente, originalissimo, decisamente provocatorio. Cinquantenne fascinoso, si sente a suo agio nel ruolo di battitore libero: è un antiaccademico ma insegna all’università di Pavia, è un analista lacaniano ma assolutamente leggibile (quasi un ossimoro). Tutti i suoi saggi vantano questa cifra rarissima: argomenti solidi e mai scontati, nessun collage di citazioni roboanti e noiosissime, scrittura brillante e tutt’altro che banale. Ora questo suo nuovo libro, in uscita da Cortina, lo celebra come testa pensante della psicoanalisi contemporanea: L’uomo senza inconscio, si chiama titolo folgorante, di per sé destinato a far discutere (pagg. 336, euro 26).
«A mio giudizio, è un grave errore non contemplare la possibilità disastrosa che il soggetto dell’inconscio possa declinare, eclissarsi, persino estinguersi», si legge nelle primissime righe. In questa nuova mutazione antropologica c’è aria da thriller, e allora viene voglia di parlarne con l’autore, nel suo studio all’ultimo piano di un palazzo al centro di Milano.

Professore, chi è il killer dell’inconscio?
«È il nostro tempo che minaccia l’intimità più radicale e scabrosa del soggetto: è l’epoca dei turboconsumatori, dell’inebetimento maniacale, della gadgettizzazione della vita, della burocrazia robotizzata, del culto narcisistico dell’Io, dell’estasi della prestazione, della spinta compulsiva al godimento immediato come nuovo comandamento assoluto. L’inconscio è invece il luogo della verità, del desiderio più particolare, impossibile da redimere e da adattare “dal carattere indistruttibile”, per dirla con Freud. Non è però un dato di natura, qualcosa che esiste in quanto tale, come un’espressione ontologica della realtà umana immune dalle trasformazioni sociali».

L’inconscio ha una sua valenza etica, lei dice con Lacan.
«Sì, è qualcosa che dobbiamo assumere, far esistere. Esige rigore, perseveranza, ma anche disponibilità a perdersi, a incontrare il caos, l’imprevisto. Soprattutto la capacità di esporsi al rischio della solitudine e del conflitto… Per la psicoanalisi è proprio questo l’infelicità: è tradire il programma inconscio del desiderio, quando non è solo mascherato ma soppresso da un funzionamento dell’Io che si modella unicamente sulle attese degli altri».

Perché la Civiltà ipermoderna è così antagonista a quello che lei definisce “il soggetto dell’inconscio”?
«Perché, come si esprimeva Heidegger riprendendo Nietzsche, “il deserto cresce” e il mondo si riduce a mero calcolabile. È il trionfo della misura a sostituire la questione della verità contrastando l’esperienza dell’incommensurabile. Il nostro tempo è sordo al tempo “lungo” del pensiero, maniacalizza l’esistenza con un eccesso di stimolazioni e oggetti di consumo, cancella la spinta singolare del desiderio in nome di un iperedonismo ben integrato al sistema, dell’affermazione entusiasta e disincantata dell’homo felix».

Scompare il vecchio Super-io, col suo carico insopportabile di sensi colpa, e quel che conta è l’imperativo al godimento illimitato. Si può dire così?
«Non proprio. Più che a un’abrogazione del Super-io sociale freudiano di tipo kantiano, oggi assistiamo a una metamorfosi inquietante nel senso che il comandamento sociale prevalente non impone la rinuncia al piacere immediato, in nome dell’inclusione nella morale civile, ma al contrario impone il godimento come forma inaudita del dover essere, come obbligazione. Sullo sfondo c’è quello che, già alla fine degli anni Sessanta, Lacan definiva l’evaporazione del Padre, inteso come principio fondativo della famiglia e del corpo sociale. Senza l’ombrello protettivo del Padre, l’insicurezza emerge senza più schermi difensivi: la vita va alla deriva, caotica, spaesata, priva di punti di riferimento, destabilizzata, smarrita, vulnerabile».

Devi godere! è questo il nuovo imperativo categorico?
«Sì, ma il godimento si dissocia, si sgancia dal desiderio e si afferma come volontà tirannica in una dissipazione sadiana, nociva, maledetta. È una sregolazione dove non c’è nessuno scambio con l’Altro non c’è Eros, che in psicoanalisi rappresenta il legame fondamentale tra gli esseri umani. Qui prevale Thanatos, una pulsione nel segno dell’autoaggressione e della potenza oscura della ripetizione che appunto attenta la vita, la porta alla distruzione e solleva lo scandalo della tendenza degli esseri umani a perseguire il proprio Male».

Leggendo le sue pagine, non c’è però soltanto quello che lei definisce lo strapotere dell’Es. C’è anche una soppressione conformistica del desiderio, l’aderenza assoluta del soggetto alla maschera sociale. Ma davvero potrà esserci un Io senza inconscio?
«Molte forme che oggi assume la sofferenza hanno interrotto ogni contatto con l’inconscio. La nostra non è solo la società dei legami liquidi, come dice Bauman, dello sbriciolamento dei legami sociali, dell’assenza dei confini simbolici che facevano da bussola nei percorsi della vita. La nostra è anche l’epoca delle identificazioni solide, dell’eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista. Il soggetto non mostra alcun desiderio, si ancora al mondo esterno fino a perdere ogni contatto con se stesso, si annulla attraverso il rafforzamento narcisistico. Al posto del conflitto freudiano tra principio di piacere e principio di realtà s’impone un culto sociale che incalza la soggettività come un inedito dover essere».

È l’estasi della prestazione, un’immagine di segno mistico. Sembra un paradosso.
«Solo all’apparenza. Perché nel rafforzamento della volontà e dell’efficacia pratica, la prestazione si declina essenzialmente come un principio di godimento e non come un principio morale di sacrificio del godimento. È l’uomo della burocrazia anonima che prende il posto dell’uomo freudiano».

“Figure della nuova clinica psicoanalitica” è il sottotitolo del suo nuovo libro. Disordini alimentari, dipendenze dalle sostanze, depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni: sono tutte patologie che confermano la progressiva abrogazione dell’inconscio?
«Sì, vanno in questa direzione e rappresentano il tratto decisivo del totalitarismo ipermoderno. Io ne parlo come di una clinica dell’antiamore, utilizzando il riferimento alla psicosi piuttosto che alla nevrosi. È infatti la difesa dall’angoscia, la vera chiave di lettura del disagio contemporaneo».

Clinica dell’antiamore, bella espressione: che vuol dire?
«Nella varietà delle sue forme nevrotiche, la clinica è essenzialmente legata alle vicissitudini sentimentali. Per le donne è la ricerca dell’uomo che può farle sentire uniche, per gli uomini è l’eterno conflitto tra possederle tutte o averne una sola due fantasmi inconciliabili, com’è evidente. La nevrosi è malattia dell’amore, paura della perdita, tradimento, gelosia… Oggi però prevale il problema di trovare dei rimedi all’angoscia di esistere, e qui la nostra cura può dare prove della sua forza».

Missione possibile, ne è proprio certo?
«Solo se è chiara la posta in gioco. Per non essere ridotta a una superstizione arcaica, la psicoanalisi ha l’obbligo di ritrovare pienamente la ragione che fonda la sua pratica, diventando uno dei luoghi di resistenza a una mutazione devastante e però non ancora del tutto compiuta. Oggi il suo compito etico è quello di promuovere la singolarità irriducibile degli esseri umani contro quelle cure egemoni chi si limitano ad “aggiustarli”».

http://www.zeroviolenza.it/oldrassegna/pdfs/8420d31408a54ae8ced3f55f8448a2b0.pdf

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