IL MONDO DI CARTAPESTA CHE DENUNCIA LACAN (2010)

di Nadia Fusini, repubblica.it, 12 luglio 2010

Il Seminario Libro XVIII Di un discorso che non sarebbe del sembiante, del 1971, esce in Italia per i tipi Einaudi e la cura esemplare di Antonio Di Ciaccia (pagg. 184, euro 22) facendo seguito alla ripubblicazione del Seminario III, dedicato alle psicosi (1955-1956). Lo cito perché pur a distanza di anni, certi temi tornano, rispetto ai quali si compiono rivoluzioni. È un andamento del pensiero lacaniano il ritmo di variazione e ripresa, ripensamento e spostamento. Nel Seminario III Lacan utilizzava la linguistica di de Saussure per leggere in modo inedito, rispetto a Freud e ai postfreudiani, le Memorie di Daniel Schreber, l’alto magistrato tedesco che in esse disegnava l’avvincente ritratto di un malato di nervi tra i più interessanti e geniali della letteratura pischiatrica. L’algoritmo saussuriano serviva in quel caso a Lacan, soprattutto gli serviva la barra tra significante e significato, intesa a separare due ordini ben distinti. Come gli serviva la distinzione fondamentale di Jakobson tra metonimia e metafora, per disegnare il campo di tensione espressivo del desiderio, in rapporto alle complicazioni del sintomo. Nel Seminario XVIII Lacan liquida il rapporto tra psicoanalisi e linguistica: certo, l’inconscio è strutturato come un linguaggio nella linea Saussure-Jakobson, ma ora Lacan soprattutto ascolta dove e come il linguaggio fallisce, non prende, e dunque il soggetto non comprende, se non metaforicamente ciò di cui si tratta. Il linguaggio non può appropriarsi di niente, si dice in questo seminario; semmai chi parla, il “parlessere” per usare una sua buffa parola, evoca qualcosa che comunque resta impossibile da designare. Ma proprio quell’impossibile, Lacan lo chiama il reale: chi parla sta sul taglio. Non tutti lo sanno, ma vale per tutti.
A questo punto si aprono due strade: la prima è quella che Lacan chiama della spazzatura occulteggiante, ovvero un cammino lungo il quale si imbastisce un discorso che finge di cogliere il referente impossibile; finché la finzione regge siamo nel regno del posticcio, nella new age di un sentimentale quanto irreale e irresponsabile mondo di cartapesta. È il discorso delle ideologie o delle costruzioni fantasmatiche che si prendono sul serio. Un’altra strada è il sentiero interrotto lungo il quale si incontrano non la spazzatura, ma semmai radure, chiari del bosco; è la via della lingua poetica e letteraria, che nello stesso atto di parola coglie sogno e fantasma, e non sfugge alla consapevolezza dello scacco costitutivo a ogni essere che parla, al riconoscimento che c’è dell’impossibile e l’esistenza umana non può, non deve evitare questa coscienza – ne va della sua intelligenza, ne va della verità. L’impossibile, tutto, ogni impossibile Lacan lo sintetizza nell’aforisma: «non c’è rapporto sessuale». Che vuol dire? Non certo che non ci siano donne e uomini e non intrattengano tra di loro rapporti sessuali incrociando omo e etero-sessualità come più pare e piace – perché non è certo lì il punto, non è lì lo scandalo. Lo scandalo è che comunque e con chiunque quel rapporto non si scrive. Lo si può dire, anzi, non si fa che dirlo, la psicoanalisi stessa scaturice da questo, c’è psicoanalisi, c’è relazione psicoanalitica, transferale, proprio perché non c’è rapporto sessuale. Non c’è, cioè: non si scrive. Si scriverebbe, se esistesse un discorso che non fosse del sembiante: questo pare suggerire Lacan, che esploraa questo punto una terza via, quella della logica. Prova a vedere se per via logica quel rapporto si potesse scrivere: perché questo vuol dire scritto, per Lacan – logico. “No logica, no scritto”, per dirla con George Clooney. E siccome la logica non è nata ieri, e non v’è dubbio che Aristotele abbia provato a mettere in logica quanto accade all’essere pensante, Lacan lo chiede per primo a lui. E si accorge che se Aristotele può scrivere il rapporto tra l’universale e il particolare, non arriva però a scrivere il rapporto tra l’universale/particolare e il singolare. O almeno così pare a Lacan, il quale si impegna a questo punto in altre soluzioni, ricorrendo alla logica di Peirce, all’algebra di George Boole, ai lavori sui quantificatori di Augustus De Morgan, agli assiomi matematici di Giuseppe Peano. Ma alla fine, per ora, in questo seminario, lascia in sospeso la questione. Si può però notare come ancora una volta emerga in primo piano quale possibile agente risolutore il sembiante femminile. Non stupisce, perché se il sembiante ha la funzione di velare il niente, la donna è l’asso nella manica in quanto soggetto che ha una relazione essenziale con il niente. Che questo niente sia corporeo, anatomico per Freud, o una mancanza che apre a più metafisiche profondità per Lacan, il niente rimane sempre e comunque un privilegio femminile, a cui anche gli uomini potrebbero ambire, se sapessero incamminarsi sulla retta via della ricerca della verità, in un discorso che non fosse del sembiante, appunto.

Tratto da:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/12/il-mondo-di-cartapesta-che-denuncia-lacan.html

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