Freud e il suicidio dell’allievo per una psicanalisi negata

Il rapporto tormentato e la fine di Viktor Tausk, che si sentì tradito dal maestro

di Paolo Di Stefano, Il Corriere della Sera, 28 luglio 2010

C’ è uno scheletro nell’ armadio di Sigmund Freud. Uno scheletro cui l’americano Paul Roazen, uno dei maggiori storici della psicoanalisi, si è dedicato a più riprese sin dagli anni Settanta. È una vicenda che, comunque la si veda, non fa onore al medico viennese il quale, come illustra bene Roazen in Freud e i suoi seguaci (Einaudi), volle assicurarsi la fedeltà quasi assoluta dei suoi adepti. Uno di questi, Viktor Tausk, è rimasto avvolto nell’ ombra al punto da non essere nemmeno citato in quel monumento agiografico che è la biografia di Freud scritta da Ernest Jones. In realtà, la storia di Tausk venne espunta dalle cronache ufficiali dei circoli freudiani, rimanendo un capitolo oscuro della formazione di quella vera e propria impresa culturale che ebbe come epicentro il padre della psicoanalisi. Proprio chiedendosi banalmente se Freud fosse una brava persona, Roazen apre un saggio dedicato alle ragioni della tragica fine di Tausk.

Viktor Tausk nacque nel 1879 in Slovacchia, da una famiglia di origini ebraiche, e visse la giovinezza a Sarajevo. Divenuto controvoglia avvocato, ebbe due figli da un matrimonio sfortunato durato pochi anni; dopo un soggiorno a Berlino, dove precipitò nella depressione, nel 1908 decise di darsi alla psicoanalisi e di trasferirsi a Vienna, dove si iscrisse alla facoltà di medicina cominciando a frequentare la Società freudiana e il suo leader. Fu accolto ben presto sotto le ali del maestro, che lo aiutò economicamente e ne promosse gli studi considerandolo uno dei cervelli migliori del suo staff. Nel 1912 comincia una relazione con Lou Andreas-Salomé (di diciotto anni più anziana di lui), tra le più celebri presenze del giro freudiano: anche questa destinata a naufragare, come altri rapporti sentimentali di Tausk, un bell’ uomo, biondo, occhi azzurri, baffi, continuamente in preda a crisi emotive, oltre che a dissesti economici.

Pure la stima incondizionata di Freud viene meno, o meglio alla stima si aggiunge qualche sospetto, del resto ampiamente ricambiato: «Ciascuno – scrive Roazen – riteneva che l’ altro non tributasse il dovuto riconoscimento alle sue idee. Ed entrambi avevano fondati motivi per pensarlo. Freud era convinto che le idee di Tausk appartenessero in ultima analisi a lui. E a Tausk sembrava che per quanto lontano si fosse spinto, Freud avrebbe comunque messo il suo marchio ai suoi contributi. Entrambi ritenevano di essere unici e geniali e avevano paura di essere distrutti dall’ altro». Tausk si era distinto, nei suoi contributi scientifici, per lo studio clinico della schizofrenia e degli stati maniaco-depressivi. In privato Lou Andreas-Salomé avvertiva in lui, oltre che la reverenza per il maestro, la conflittualità di un allievo che puntava sull’ originalità del suo approccio. D’ altra parte, la stessa Lou ebbe modo di parlare della faccenda con Freud (cui era legata da un rapporto di intima confidenza), raccogliendone il risentimento e stabilendo così una strana triangolazione. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, Tausk viene chiamato alle armi come ufficiale psichiatra dell’ Esercito Imperiale e comincia a esercitare da clinico: scrive un saggio pionieristico sulla psicologia del disertore e rivela uno slancio umanitario che più volte mette in pericolo la sua vita. Il ritorno a Vienna rispolvera le antiche ruggini con Freud, aggravate dalla precarietà economica e dalla solitudine. Tausk cerca di coronare il suo sogno: essere analizzato dal maestro. Ma la sua richiesta si imbatte in un deciso rifiuto. Freud gli consiglia di affidarsi a una sua giovane allieva, Helene Deutsch, che a sua volta il maestro aveva preso in analisi poco tempo prima. Nel gennaio 1919, iniziano le sedute con la Deutsch, alla quale Freud non aveva nascosto il sospetto di plagio. Una situazione per lo meno ambigua: Tausk, umiliato dal rifiuto del caposcuola, rovesciava sulla Deutsch il suo odio-amore e la sua rabbia per Freud. Helene, dal canto suo, non esitava a rivelare al suo analista ogni dettaglio delle sedute con Tausk. Un pastrocchio «incestuoso» cui Freud, in marzo, decide di porre fine ordinando alla sua allieva di abbandonare o il trattamento di Tausk oppure l’ analisi con lui. La Deutsch non ha scelta.

Il 3 luglio 1919 Tausk, angosciato anche dal fallimento di un matrimonio possibile, dopo aver sorseggiato un bicchiere di «Slivoviz», il liquore nazionale jugoslavo, si annoda al collo il cordone della tenda e con la pistola d’ ordinanza si spara un colpo alla tempia. Qualche ora prima aveva annunciato il suo gesto a Freud in una lettera che non lasciava trasparire nessun risentimento: «La ringrazio per tutto il bene che mi ha fatto. Lei ha fatto davvero tantissimo per me e ha dato un significato agli ultimi dieci anni della mia vita. Il Suo lavoro è sincero e immenso». E proseguiva: «In me non vi è malinconia: il mio suicidio è il gesto più sano e decoroso della mia vita fallita».

In un necrologio pubblico, Freud sembrava ricambiare la stima parlando di un «uomo eccezionalmente dotato» che «verrà certamente ricordato con onore» e attribuendo alle conseguenze psicologiche del conflitto mondiale la scelta di farla finita: «Tra le vittime, fortunatamente poco numerose, che la guerra ha mietuto fra gli psicoanalisti, dobbiamo annoverare anche il neurologo viennese Viktor Tausk». Salvo poi precisare in una lettera privata a Lou Andreas-Salomé: «Devo confessarLe che non ne sento affatto la mancanza: già da tempo lo consideravo una persona del tutto inutile, anzi una minaccia per il futuro della disciplina». Righe espunte dall’ edizione delle lettere all’ amica e poi reintrodotte su segnalazione di Roazen. Il quale non arriva però ad addebitare in toto la tragedia al maestro, come fece Paul Federn, un analista e caro amico di Tausk, in una lettera indirizzata alla moglie del medico all’ indomani del suo suicidio: «La motivazione della sua morte è stata il voltafaccia al quale Freud lo ha sottoposto (…). Se Freud gli avesse mostrato almeno un minimo interesse umano, e non un generico riconoscimento e sostegno, forse suo marito avrebbe potuto continuare a sopportare ancora per un po’ la sua esistenza da martire».

http://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/28/Freud_suicidio_dell_allievo_per_co_9_100728028.shtml

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