Freud, il guastafeste che minò le certezze della civiltà europea (2010)

In viaggio nelle profondità dell’inconscio

di Paola Capriolo, Il Corriere della Sera, 8 dicembre 2010

È destino di tutte le teorie scontare il proprio successo con una progressiva perdita di fascino; così le idee della psicoanalisi impregnano ormai a tal punto la nostra cultura da apparirci a volte addirittura banali, quasi appartenessero al patrimonio dei luoghi comuni che tutti noi, volenti o nolenti, condividiamo sin dagli anni della formazione. Per riscoprirne l’importanza occorre risalire molto indietro, a quegli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo in cui il dottor Sigmund Freud curava le «malattie nervose» nel suo studio di Vienna, ricavando dall’esperienza clinica alcune conclusioni destinate a fare epoca. Allora, ai tempi del ballo Excelsior e delle più trionfalistiche esposizioni universali, erano altri i luoghi comuni attraverso i quali gli uomini intendevano se stessi: si dava cioè per scontata l’esistenza di tutta una serie di rassicuranti antitesi. Da un lato la sanità psichica, dall’altro la perversione; da un lato la vita adulta, dove il desiderio sessuale, nei tempi e nei modi opportuni, assume la sua innegabile importanza, dall’altro il candore dell’infanzia, angelicamente ignara delle miserie della carne; da un lato l’uomo civile, il borghese europeo illuminato dalla duplice fiaccola della ragione e del progresso, dall’altro i suoi rozzi antenati, i cui processi mentali non possono che essergli completamente estranei. Insomma, un comodo dualismo, grazie al quale la civilizzazione giunta all’apogeo riesce a escludere dal proprio orizzonte quanto non è in grado di assimilare.
Qualcuno, è vero, aveva già messo in dubbio questa concezione, ma erano filosofi, poeti, artisti, gente insomma da non prendere troppo sul serio; ora invece è un medico, in sobrio stile scientifico, a dire ai suoi contemporanei: scusate, ma le cose stanno diversamente. Dove voi scorgete un’antitesi, esiste in realtà un rapporto genetico, evolutivo, quella che definite normalità è solo l’ultimo e più tardo strato che si costruisce, quando tutto va bene, su una serie di strati anteriori che ai vostri occhi apparirebbero ben poco edificanti e che sopravvivono, sepolti in zone della mente non accessibili alla coscienza, ma sempre pronti a riemergerne: nella nevrosi, certo, nella malattia; o anche semplicemente nel sogno, nel quale ognuno di noi rivela la propria insopprimibile parentela con il «selvaggio», con il «folle», con il bambino che non è affatto un angelo, ma un essere dalla sensualità debordante, se non addirittura un «perverso polimorfo».
Tutto ciò doveva risultare piuttosto sconvolgente per lo spettatore medio del ballo Excelsior, non avvezzo, come il suo omologo odierno, a discorrere con gli amici del proprio complesso di Edipo e a usare con disinvoltura espressioni quali «narcisismo» o «fase orale»; e a volte si ha il sospetto che neppure Freud fosse sempre a suo agio con simili risultati. Dopotutto, è un uomo del suo tempo, un uomo della civilizzazione; ed è soprattutto un razionalista, il lucido erede di una Aufklärung ulteriormente affilata, e resa più scettica e problematica, da una robusta dose di pessimismo schopenhaueriano. Persino all’ipotesi dell’inconscio, di questo fondamento irrazionale della vita psichica, giunge per tener fede alla razionalità obbedendo al più classico e irrinunciabile dei suoi princìpi, quello secondo il quale nulla avviene senza una causa; e il «lieto fine» di tutta la peripezia pulsionale dell’infanzia e della pubertà per lui, come per i suoi contemporanei, può essere soltanto uno: il raggiungimento di una vita sessuale ordinatamente rivolta alla procreazione.
Il mondo in cui è nato, la civile comunità dei popoli votati al progresso, gli appare come una nave che galleggia sopra un abisso, ma una nave ben costruita e capace di tenere l’acqua. Occorrerà la scossa della Prima guerra mondiale perché questa certezza si incrini, dando luogo a pagine di accorata bellezza, come occorrerà il passaggio dalla belle époque alle tragedie del Novecento perché la dottrina psicoanalitica possa assumere pienamente la propria funzione storica: esprimere e rispecchiare, nella teoria, la crescente inquietudine che l’uomo del nuovo secolo è costretto a provare dinanzi a se stesso.

http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/08/Freud_guastafeste_che_mino_certezze_co_9_101208049.shtml

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