Il desiderio che lavora sottotraccia (2010)

di Pietro Bianchi*, il manifesto, 17 dicembre 2010

Potremmo chiederci, a seguito delle analisi di Giuseppe De Rita, Massimo Recalcati e Ida Dominijanni pubblicate sul manifesto della settimana scorsa, e parafrasando Alain Badiou: «Di che cosa Berlusconi è il nome?» Di che tipo di processo sociale, simbolico, psichico si fa figura e dunque metafora? Massimo Recalcati (7/12) chiudeva il suo lucido intervento proprio su Berlusconi e su una questione cruciale: «Il Padre, il luogo della legge, diviene colui che può godere senza limiti». È infatti necessario liberare la riflessione dalla topica a tratti ambigua di sregolatezza/regola (che non può far altro che reclamare un ordine più forte) per capire la mutazione dalla figura del padre dentro e fuori dallo spazio politico.

La psicoanalisi fa una distinzione molto precisa riguardo alla definizione di paternità. Ciò che noi definiamo padre è nello stesso tempo un luogo simbolico (e quindi sociale) che permette l’organizzazione della realtà e una persona in carne e ossa che si fa portatrice di questa istanza. Ma è solo nella famiglia occidentale moderna che queste due funzioni si sovrappongono e l’istanza della legge viene incarnata direttamente in una persona concreta (là dove in alcune tribù, ad esempio, veniva scissa e usato un totem). Questa sovrapposizione, sui cui ha fatto perno la famiglia patriarcale, è in crisi e non c’è ricerca sociologica o rotocalco che non manchi di ricordarcelo. Nella relazione di equilibrio tra padre simbolico e padre reale, il primo aspetto declina rispetto al secondo, così che il padre finisce per diventare un uomo empirico qualunque, «senza qualità». Un fenomeno analogo a quello di cui parla Slavoj Zizek quando dice che se nell’ambito giuridico la parola del giudice non venisse «simbolicamente» sublimata come diretta espressione delle Legge ma venisse piuttosto considerata come la semplice parola di un «uomo empirico qualunque», l’intero edificio giuridico crollerebbe.

Ora, il problema – ed è un tema fondamentale in relazione alla critica al patriarcato della tradizione femminista – è che laddove vi è stato declino del padre come autorità simbolica e normativa, non vi è stata alcuna liberazione dalla schiavitù delle Legge. Anzi. Assistiamo, a seguito dello scollamento di Padre Simbolico e Padre Reale, alla costante apparizione di diverse figure maschili che funzionano secondo la logica del Padre Primordiale, del Padre-che-gode, del Padre perverso. Berlusconi è stato senz’altro grande interprete di questo fenomeno ma non ne è né la causa né tantomeno l’iniziatore. Il patriarcato era costruito secondo una logica bifronte: se ci liberiamo dell’aspetto simbolico rimaniamo con il Reale della violenza acefala, pulsionale, che non si fa progetto, desiderio; che non si fa parola ma solo passaggio all’atto.

Il problema è: che fare? Non sono completamente persuaso che si possa ritornare a un circolo virtuoso nell’annodamento di Legge e desiderio. Non solo perché non è vero che «si stava meglio quando si stava peggio», ma soprattutto perché il più grande dispositivo di organizzazione, manipolazione e stimolazione del godimento è il capitalismo stesso. Da cui – ahinoi – non si esce tanto facilmente e di cui i gloriosi trent’anni fordisti di De Gasperi e Berlinguer, quando la redistribuzione sociale dei surplus garantiva una sorta di progressione e progettualità (desiderio) sociale, sono stati un’eccezione, non una regola. Il godimento infatti è non solo – con Zizek – «fattore politico», ma anche – con Lacan – «fattore economico»: specificità di un’organizzazione sociale in cui la produzione è fatta per accumulare ricchezza astratta, e di cui il Reale del godimento acefalo è una forza propulsiva cruciale (e che nonostante la crisi del simbolico «fa legame»). Mi pare importante sottolineare questo punto anche per non fare l’errore – che purtroppo troppo spesso viene fatto – di giocare le mutazioni del simbolico contro i «fatti bruti» della crisi economica e viceversa. Purtroppo e per fortuna le due cose sono due facce della stessa medaglia.

Abbiamo bisogno di una riflessione critica sulle figure contemporanee del maschile e del potere che mettano in crisi sia il Reale della violenza senza legge sia l’universalità astratta di una Legge senza corpo come quella che domina nella politica che diventa amministrazione. Da questo punto di vista mi pare di intravedere qualche traccia di speranza in più del plumbeo scenario tratteggiato dal Censis. Quando il simbolico maschile è andato in crisi, con il patriarcato è svanito anche il meccanismo fondamentale della trasmissione, dell’insegnamento, della condivisione di un’esperienza, della costruzione (politica e psicoanalitica allo stesso tempo) di un desiderio. C’è un maschile che forse non appartiene né al patriarcato né al padre perverso, come ci viene fatto vedere in una della più belle riflessioni contemporanee sulla paternità, quella del cinema di Clint Eastwood.

Così come ci sono esperienze politiche ed esistenziali che ancora sono in grado di condividere – nello spazio dell’orizzontalità del collettivo e in quello della verticalità del rapporto tra generazioni – una prassi della trasformazione che nonostante la durezza della crisi è capace di produrre dei soggetti del cambiamento: e quindi del desiderio. Gira in questi giorni su Youtube il video di un ragazzino inglese di 15 anni che prende parola in un’affollatissima assemblea studentesca e dice: «La nostra non doveva essere la prima generazione post-ideologica? La generazione che non avrebbe pensato a nulla di più del proprio profilo di Facebook e dello schermo della tv? Quella per cui il sabato sera significava soltanto X-Factor? Credo che adesso si capisca che quest’idea sia assolutamente ridicola. Abbiamo dimostrato che ci sia tanta ideologia quanta ce ne sia stata in passato; abbiamo dimostrato che la solidarietà e la collettività e tutte quelle cose che venivano una volta associate al mondo studentesco sono tanto rilevanti oggi quanto lo sono state in passato». Nonostante ma soprattutto oltre la crisi del simbolico e l’evaporazione del Padre ci sono ancora esperienze di trasmissione e testimonianza del desiderio che continuano ad avere luogo e a lavorare sottotraccia. Bisognerebbe forse cominciare a farle emergere e a renderle efficaci per guardare oltre i tempi oscuri e mortiferi che ci precludono l’orizzonte dell’avvenire.

* Università di Udine, Jan Van Eyck Academy – Maastricht

http://www.centroriformastato.org/crs2/IMG/pdf/IL_MANIFESTO.pdf

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