Ammaniti: “Se il nostro inconscio si mette in mostra” (2011)

di Massimo Ammaniti, repubblica.it, 11 gennaio 2011

La porta di uno studio che si apre su un ingresso stretto e illuminato in cui è appeso sul muro di destra un cappotto scuro, sulla sinistra si intravede un vano in penombra in cui non si riesce a identificare che cosa ci sia. È il quadro che introduce la mostra al Museo della Scienza di Londra Psychoanalysis: the unconscious in everyday life (Psicoanalisi: l’inconscio nella vita quotidiana*) dipinto dal pittore concettuale Joseph Kosuth che rappresenta lo studio di Freud a Vienna. Il quadro rimanda al testo di fondo che ne rappresenta la cornice concettuale, una pagina de L’interpretazione dei sogni di Freud pubblicata nel 1900, data profetica che ha sancito l’inizio di un secolo in cui la psicoanalisi ha rivoluzionato non solo le teorie scientifiche della mente umana ma anche i nostri comportamenti quotidiani.

Come nel sogno i pensieri e i contenuti onirici vengono tradotti in immagini visive manifeste, deformate dal lavoro delle difese psichiche che provocano condensazioni ed intrecci dei significati e dei conflitti profondi, attraverso spostamenti e sostituzioni che camuffano i desideri inconsci. È questa la chiave di questa mostra in cui vengono presentati in primo luogo gli oggetti e gli spazi psicoanalitici, dalle statuette greche alle maschere mortuarie egiziane e al frammento pittorico romano con una giovane donna ed un grande airone, oggetti e materiali artistici che Freud raccoglieva e collezionava nel suo studio. Mentre lo studio di Freud a Bergasse 19 era uno scenario ricco di oggetti ed ispirazioni artistiche, i moderni studi degli psicoanalisti, come testimoniano le foto della mostra, sono dei luoghi essenziali quasi algidi, un lettino per il paziente, una poltroncina per lo psicoanalista e pareti bianche: quasi uno schermo vuoto in cui può emergere il mondo inconscio del paziente. Lo stesso carattere indefinito si riscontra negli scarabocchi disegnati nei taccuini che l’analista inglese Donald Winnicott realizzava insieme ai suoi pazienti, quello che veniva definito lo “Squiggle Game”, linee intrecciate che potevano stimolare le associazioni dei pazienti e potevano dare corpo alle loro narrazioni inconsce.

La mostra ha due facce, proprio come Giano il cui volto è proiettato su una parete, una faccia interna che esplora il setting e gli oggetti del laboratorio psicoanalitico ed una faccia esterna che guarda la cultura e l’ arte in modo da coglierne i significati più profondi. Forse è questa seconda faccia che lascia maggiormente perplessi nella mostra perché si ha l’impressione che la scelta delle opere artistiche sia condizionata da tesi psicoanalitiche che devono trovare un puntuale riscontro nelle opere artistiche esposte. Ad esempio la scultura cruenta di Noble e Webster dal titolo Bloody haemorraging narcissus (Narciso insanguinato in preda ad un’emorragia), un ammasso di peni insanguinati e cadenti, rappresentazione troppo letterale del mondo psicologico delle persone dominate dal narcisismo quando viene meno il sé grandioso e si verifica una caduta dell’onnipotenza. Ugualmente il grande vaso di ceramica Praise of shadows (Lode delle ombre) di Grayson Perry, in cui si sovrappongono fotografie e disegni rosso scuro, nero ed oro, un oggetto di fantasia che rimanda ai conflitti interiori ma soprattutto alla favola di Andersen L’ombra, in cui un uomo perde la sua ombra che poi ricompare per invaderlo e assoggettarlo fino a che il suo Io diviene sempre più evanescente.

Nella mostra si susseguono oggetti di vita quotidiana, raccolti in una sorta di Kabinet settecentesco, che rispondono a chiavi diverse, dal gioco alla fantasia e alla soddisfazione del desiderio fino all’ area del perturbante. Fra il materiale del gioco sono esposti i disegni di Richard, un bambino di 10 anni in analisi con Melanie Klein nel 1941 mentre imperversava la guerra fra Inghilterra e Germania. Nei suoi disegni Richard utilizza cannoni, bombe ed aerei per mettere in scena le sue fantasie violente nei confronti dei genitori. Il tema del perturbante conclude la mostra, cioè quei comportamenti imprevisti e sconcertanti difficilmente comprensibili razionalmente. Fin dal 1901 Freud si era appassionato, come testimonia il suo saggio Psicopatologia della vita quotidiana, ai comportamenti che violano la prevedibilità del funzionamento umano, come le dimenticanze inspiegabili dei nomi oppure specifiche amnesie per situazioni o persone emotivamente significative, o lapsus nel linguaggio, oppure errori inconsapevoli nello scrivere, nel leggere fino ad azioni errate ed impreviste.

Si tratta, secondo Freud, di comportamenti sintomatici in cui vengono espressi pensieri e sentimenti rimossi. Tuttavia il perturbante, come Freud mette in luce in uno scritto del 1919, è legato alla riemergenza imprevista di angosce rimosse, la cui comparsa crea uno sentimento di ambiguità. Il significato del perturbante rimanda nella mostra allo sviluppo scientifico del XIX e del XX secolo, come ad esempio era stato raccontato nel libro di Mary Shelley Frankenstein, mostruosa creatura nata in un laboratorio medico. In questa sezione viene esposta una siringa ipodermica che al di fuori di un contesto medico diventa un oggetto freddo ed inquietante che violai confini del corpo, oppure come una serie di lamette da barba emblema di un’aggressività metallica che crea risonanze sadiche. Ci si può chiedere se i fantasmi della modernità continuino a turbare il nostro inconscio, dal momento che cellulari, televisori, computer ed automobili sono divenuti parte integrante del vivere collettivo.

* qui sotto il link al sito del museo

http://www.sciencemuseum.org.uk/visitmuseum/galleries/psychoanalysis.aspx

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/01/11/se-il-nostro-inconscio-si-mette-in.html

 

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