Massimo Recalcati: “Pasolini e quel vuoto di potere che il Potere non perdona” (2011)

di Marco Dotti, Communitas, 49, 1 febbraio 2011

Anche l’ultima inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta tra l’1 e il 2 novembre 1975 a Ostia, è stata archiviata. Lo ha deciso il Gip accogliendo le richieste della Procura di Roma, perché i cinque codici genetici trovati sugli abiti che Pasolini indossava quella notte “non sono attribuibili”. L’inchiesta era stata riaperta dopo la denuncia presentata da Guido Mazzon, cugino della vittima, nel 2010. Il procedimento era a carico di ignoti. Un vuoto di verità e di potere che PPP aveva ampiamente profetizzato. Riproponiamo qui un’intervista, realizzata proprio nel 2010, con lo psicoanalista Massimo Recalcati.

Potere e repressione, una coppia-chiave. Con l’integrazione del desiderio nella sfera degli affetti o dei divertimenti, per usare le parole di Herbert Marcuse, «è la repressione stessa ad essere repressa», e in tal modo «la società ha esteso non la libertà individuale, ma il proprio controllo sull’individuo». Tra le accelerazioni improvvise della modernità, sganciato oramai da ogni apertura all’altro, il movimento del desiderio sembra oramai girare a vuoto, producendo tutt’al più nuove forme di asservimento e una libertà immaginaria. Forse, anziché “liberare”, avremmo dovuto semplicemente evitare di “aggirare” il desiderio, misurandolo, soppesandolo, ponendolo come fine e obbligo?

Massimo Recalcati: L’uomo contemporaneo, l’uomo ipermodernofa sempre più fatica a desiderare. Questa fatica è la sensazione oggi più diffusa del disagio esistenziale. Diversamente da quanto pensano certi edonisti, il nostro non è affatto il tempo della liberazione del desiderio. Al contrario, è il tempo dell’eclissi del desiderio. Ma “eclissi del desiderio” significa anche una forma di dissociazione inedita – ecco lamutazione antropologica – tra soggetto e inconscio. Il soggetto, ricordiamolo, è per la psicoanalisi il luogo del desiderio. C’è sempre meno inconscio, c’è sempre meno desiderio, c’è sempre più fatica a desiderare e c’è sempre più appiattimento della soggettività al principio di prestazione. Questo principio di prestazione, però, non è più quello descritto e analizzato da Herbert Marcuse, per esempio, negli anni ’60-’70. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio oramai sadiano, ed è qui che possiamo cogliere la grande lungimiranza dell’ultimo Pasolini.

Infatti questo Pasolini affonda le proprie griglie analitiche a una profondità per certi versi sconcertante, scomponendo l’immagine stessa del soggetto attraverso il prisma di Sade (e in parte di Adorno) …

Massimo Recalcati: Il principio sadiano riduce il soggetto, l’uomo, a pezzi di corpo, a frammenti di corpo, come si vede bene in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Pezzi di corpo, frammenti di corpo, cioè strumento del godimento. La legge fondamentale che governa la nostra società è tendenzialmente perversa, se con “perversione” non intendiamo quello che succede nella camera da letto o l’omosessualità eventuale dell’autore, Pier Paolo Pasolini nel caso di specie. Perversione, per lo psicoanalista, è un godimento che diventa obbligo. Quando il godimento diventa dovere, obbligo, imperativo superiore allora uccide il desiderio.

Pasolini parlava di neocapitalismo e negli stessi anni – precisamente in una conferenza tenuta all’Università Statale di Milano, il 12 maggio 1972 – Lacan affrontava il «discorso del capitalista». Per entrambi, al centro della scena vi erano ormai la nuova configurazione del sistema capitalistico, rispetto alle sue origini storiche e, soprattutto, le sue dinamiche di distruzione di ogni legame innestate (anche) dalla proliferazione di un desiderio senza più limiti… In una poesia de La religione del mio tempo, Pasolini scriveva: «Altre mode, altri idoli, / la massa, non il popolo, / la massa /decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, / e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video /si abbevera, orda pura che irrompe /con pura avidità informe /desiderio di partecipare alla festa. / E s’assesta è là dove il Nuovo Capitale vuole. / Muta il senso delle parole: /chi finora ha parlato, con / speranza, resta /indietro, invecchiato».

Massimo Recalcati: Il discorso del capitalista si regge sulla elevazione del godimento a dovere, secondo lo slogan “dover godere”. Il principio di prestazione, oggi, prevede invece il godimento come dovere, come obbligo, come obbligazione. Pasolini questo lo aveva previsto, quando descrive la società dei consumi. Certamente, nessuna novità in questo, perché in fondo la Scuola di Francoforte aveva già duramente analizzato la deriva dei consumi, però…. Però, Pasolini aggiunge un altro elemento, per nulla secondario: la questione del corpo.

Persino la felicità è asservita a una dinamica nichilista, a un potere nuovo. Pensiamo al Decameron (1971), suo primo “successo” di pubblico, laddove Pasolini sembra aver perso ogni ansia di futuro, mutandola in nostalgia. Il recupero del gioco – «non si tratta più di umorismo e di distacco dalla materia: si tratta proprio del gioco» osserverà in un’intervista con Dario Bellezza –, la decisione di concentrarsi su scene napoletane, diventano elementi chiave per capire un rovesciamento articolato, non precisamente un cambio unidirezionale, nella sua prospettiva. Raffreddatosi il magma sottoproletario, con la «sua carica interna di protesta e di furore», sulla scena ne resta il complemento: l’allegria, il vitalismo, la natura – senza collera. Presto, però, anche quell’allegria e quel vitalismo, quella misteriosa e intenua felicità, verranno sussunti nel discorso del capitalista. Già nei Racconti di Canterbury l’eros degrada…

Massimo Recalcati: La felicità che il discorso del capitalista offre è il frutto di un impasto tra sessualità e morte. Quando Pasolini e Lacan parlano di una dimensione infernale del neo-capitalismo intendevano precisamente questo: l’iperedonismo sconfina nella pulsione di morte, che sono due facce della stessa medaglia. Ecco un altro aspetto assente nella Scuola di Francoforte, ma presente in Lacan e Pasolini. Un’altra riflessione che manca nella Scuola di Francoforte, sebbene loro fossero – come Pasolini, del resto – degli attenti frequentatori del testo di Freud è quella della vita e del corpo. Al contrario, Pier Paolo Pasolini si interroga su che cosa accade nel corpo e nella vita nel momento in cui si verifica questa trasformazione del potere introdotta sulla scena dal neocapitalismo.

Segue qui:

http://www.vita.it/it/article/2015/05/27/massimo-recalcati-pasolini-e-quel-vuoto-di-potere-che-il-potere-non-pe/135235/

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