Intervista con Luigi Zoja – Abuso di terapia (2010)

di Luciana Sica, repubblica.it, 9 febbraio 2011

L’innamoramento analitico, secondo Luigi Zoja, somiglia a quello della poetica stilnovista che «non aspira al possesso della persona amata, ma all’elevazione di chi ama». Come un’esperienza spirituale, nella dimensione del sacro. Capita però che l’analista, eccessivamente idealizzato dal paziente, più spesso dalla paziente, non sappia mantenere la “giusta distanza” e scivoli in un rapporto dove la seduzione prevale sulla cura. In alcuni casi l’infrazione si fa grave, ha conseguenze imprevedibili e un marchio infamante: quello dell’abuso sessuale. «Il cuore dell’analisi è etico», scrive Zoja nella prima riga del suo breve saggio, Al di là delle intenzioni (esce domani da Bollati Boringhieri, pagg. 156, euro 12). Il titolo allude alla natura inconscia che lega la coppia analitica e ai rischi dovuti a quella “materia incandescente” che deborda. Per dirla con l’autore: «Aldilà delle intenzioni – coscienti, s’intende – a volte l’analista può abusare del suo ruolo, del suo potere. Allora il viaggio analitico deraglia dai suoi binari, deroga all’imperativo che affonda nella tradizione kantiana e mai vede l’altro come un mezzo». Etica e analisi fa da sottotitolo a questo libro che per nulla si presta al gossip, alla pruderie e tanto meno allo scandalismo, ma che non tace sull’asimmetria di una relazione delicatissima. Di scuola junghiana e orientamento cosmopolita, per la formazione zurighese e i molti anni a New York, Zoja ha affrontato con coraggio garbato i temi etici legati alla cura analitica, un’esperienza che colloca in una “zona grigia” dove non esistono contrasti netti tra il bianco e il nero, come nella sfera della pura razionalità. Transfert e controtransfert sono i termini tecnici per dire il rapporto tra analista e paziente, il loro incrocio di emozioni.

L’analisi avrà un cuore etico, ma non è anche un luogo erotico per eccellenza?
«Non necessariamente. Io lo vedo come un luogo – fisico, ma prima di tutto psichico – dell’ approfondimento di sé, di ricerca della trasparenza e dell’ onestà intellettuale. Il lavoro analitico ha un cuore etico intanto perché il comandamento “non mentire” si estende e diventa: “non mentire, non solo agli altri, ma neppure a te stesso”… In molti casi, che nelle sedute aleggi anche eros si può dire solo a costo di tirare il concetto per i capelli».
Per Freud eros è desiderio, pulsione di vita, certo non consumazione di un atto sessuale. E secondo Lacan, la psicoanalisi non ha nulla a che fare con la psicologia ma con la “erotologia”: un paradosso lontano dal punto di vista junghiano?
«A noi sta a cuore la consapevolezza, la giustizia rispetto alla legge, l’ unicità rispetto all’uniformità, l’ individuazione. Sapendo però che l’analisi è un contenitore di ambivalenza e di complessità, dove si può raggiungere una profonda identità emotiva e un grado d’intimità superiore a quello presente in ogni altro tipo di relazione».
Quando la coppia analitica cede invece all’ attrazionee il desiderio si fa sessuale?
«La relazione diventa rischiosa quando l’ analista, magari senza esserne davvero consapevole, non contiene ma al contrario incoraggia l’atteggiamento erotico della paziente. Si tratta di un inciampo grave: sul piano analitico, è il “sintomo” di un bisogno di gratificazione, di una fragilità incontrollata, di una narcisistica e infantile onnipotenza. Soggiacere a delle tentazioni è profondamente umano, ma un analista che si accorga di scivolare dal piano simbolico a quello reale dovrebbe chiedere immediatamente aiuto a un collega».
E lo fa?
«Gli analisti seri e preparati tendono a farlo. Del resto, quelli importanti che finiscono sui giornali sono pochissimi, e prima o poi costretti alle dimissioni. Nel sottobosco analitico, non saprei dire quel che succede: quando si tratta di nomi senza peso, che non suscitano curiosità, non fanno clamore… ».
Fenomeno poco quantificabile. Ma anche nervo scoperto, argomento tabù. Si liquida dicendo “sono mascalzonate, e in tutte le professioni ci sono mascalzoni”. A lei sembra sufficiente?
«No, perché andare dall’analista non è come andare dal dentista. Inoltre, almeno nei paesi anglosassoni, per queste “mascalzonate” diventa quasi automatica l’esclusione dalla scuola di appartenenza. L’abuso sessuale è un marchio che lascia senza lavoro, e l’abusatore non solo è obbligato a rifondere tutto quel che la paziente ha pagato, ma anche a pagarle una nuova analisi, senza limiti di tempo».
Qui da noi, in casa freudiana e junghiana, certi casi sono stati affrontati correttamente? Nel suo libro, fa un parallelo con la faticosa autocritica da parte della Chiesa sui preti pedofili… Non avrà esagerato?
«No, perché riconoscere l’esistenza degli abusi è decisivo per l’etica psicoterapeutica, e seppure il prete e l’analista hanno ruoli diversi, nei fatti attivano dinamiche inconsce molto simili. Da noi – bisogna ammetterlo – c’è stata una tendenza al silenzio, all’omertà. Ma può sorprenderci che l’Italia non sia un Paese “normale”, soprattutto nel rigore? Se in passato c’ è stata anche troppa elasticità, va però detto che col tempo la severità è cresciuta. Del resto, il corporativismo è un rischio universale e in più nei comitati dei probiviri è difficilissimo un giudizio su “gli analisti che sbagliano”: per le troppe dinamiche di amore odio, i legami affettivi, i conflitti irrisolti».
Accenna anche ad altri abusi: economici, religiosi, ideologici...
«Per me c’ è abuso ogni volta che l’ analista utilizza la propria autorevolezza per raggiungere un suo beneficio. Vuole qualche esempio? Pensi a quei pazienti “convinti” a devolvere danaro a una certa fondazione o anche ad abbracciare una qualche credenza: in America sono casi frequenti… L’ abuso ideologico? Magari hai in analisi un editoree gli suggerisci di pubblicare il tuo libro o quello di un collega».
“Che ne pensa il tuo analista?”: domanda ingenua, ma diffusa in certi ambienti… Non ci saranno anche gli analisti “direttivi”, quelli che hanno la ricetta in tasca su come vivere?
«Io non li conosco. Non c’ è nulla di più anti-analitico che “indicare la strada” al paziente: perché l’analisi non è un processo didattico, non è prendere delle lezioni private… Un analista può pensare che il paziente sta combinando dei disastri, ma lo lascerà comunque libero di sbagliare».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/09/abuso-di-terapia.html?ref=search

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