Argentieri, Resele, Bolognini: “Giù dal lettino” (2011)

La «società dei narcisi» teme l’analisi classica. Oggi soltanto metà delle ore viene dedicata alle terapie tradizionali. Oltre il 50 per cento dei pazienti presenta nuove patologie (problemi identitari, dipendenze, perversioni, difficoltà a reggere lo stress), che sono più gravi e diverse da quelle affrontate nella pratica freudiana

di Dino Messina, corriere.it, 13 febbraio 2011

La psicoanalisi è in crisi? Domanda banale per una teoria e una terapia che si aggiorna in continuazione sin dal suo nascere. No, la domanda che oggi gli psicoanalisti si pongono, in particolare quanti si richiamano direttamente al padre fondatore Sigmund Freud, è la seguente: come mai, dopo il successo della terapia analitica in Usa negli anni Sessanta e in Italia negli anni Settanta e Ottanta, un numero sempre minore di persone è disposto a stendersi sul lettino? Non ci riferiamo alla crescente richiesta di aiuto e all’offerta di psicoterapie che ormai formano una vera e propria giungla. Simona Argentieri, membro dell’AIPsi, psichiatra e psicoanalista a Roma, una delle studiose più attente a leggere i cambiamenti sociali con gli strumenti dell’analisi (ricordiamo i saggi Ambiguità e A qualcuno piace uguale, editi da Einaudi) ha censito almeno 350 scuole di psicoterapia in Italia: una ricchezza di offerta che si confronta con un contesto culturalmente povero, se una persona di media scolarità oggi chiama analisi qualsiasi terapia della parola. Un impoverimento, ha notato Argentieri a conclusione della voce «Psicoanalisi» scritta per l’enciclopedia Treccani, che si manifesta proprio quando nei grandi magazzini vengono messi in vendita lettini sul modello di Le Corbusier.
All’inflazione commerciale di lettini corrisponde una diminuzione di terapie sul lettino. A dirlo non sono i nemici della psicoanalisi ma gli stessi analisti freudiani, che proprio mentre confermano la validità delle loro terapie, fanno una ammissione. «Oggi registriamo un dato nuovo, ossia che il trattamento classico a 3-4 sedute alla settimana sul lettino è diventato quasi una rarità e che al suo posto si fa la terapia psicoanalitica» dice Guido Medri, medico e psicoanalista, direttore scientifico della Scuola di Psicoterapia psicoanalitica di Milano. Tanta franchezza è un punto di partenza per un’inchiesta tra le più difficili, perché ha a che fare con quella componente fondamentale ma invisibile della nostra vita che è la psiche, alla ricerca delle spiegazioni cliniche e culturali alla base di un cambiamento in atto. Qualche dato di inquadramento lo offrono le statistiche che parlano per l’Italia di settantamila psicologi, un terzo di tutti quelli esistenti in Europa, e di 37mila psicoterapeuti iscritti all’albo, un terzo dei quali laureati in Medicina. Ma per sapere qualche dato più specifico ci siamo rivolti alla Spi, Società di psicoanalisi italiana che, con la AIPsi, è una delle due società italiane affiliate all’Ipa (International Psychoanalytical Association) fondata da Sigmund Freud.
In particolare chiediamo lumi al dottor Leonardo Resele, psichiatra e psicoanalista a Milano, che ha scritto un articolo per la Rivista di Psicoanalisi sui risultati di una ricerca commissionata nel 2004 dalla Spi a Gfk Eurisko e da lui coordinata. L’indagine condotta tra i membri della Spi, che oggi sono circa novecento oltre ai circa trecento candidati in fase di formazione, ci dice che gli psicoanalisti della società più ortodossa e in linea con i canoni freudiani su 43 ore di lavoro ne dedicano 21-22 all’analisi tradizionale con l’uso del lettino. Il resto a consulenze e psicoterapie. Se si dà un occhio al tipo di patologie affrontate ci si rende conto del perché diminuisce il lettino e cresce la psicoterapia vis à vis. Ecco la divisione dei pazienti per categoria patologica: il 25 per cento soffre di disturbi della personalità, il 18 presenta disturbi dell’umore, cioè depressione, il 10 disturbi del comportamento. Riassumendo, osserva Resele, «oltre il 50 per cento dei nostri pazienti non è affetto da una classica sindrome nevrotica, ma da patologie più gravi». L’aumento del numero di casi gravi è connesso con il minor uso del lettino. «Il nevrotico classico che deve superare dei blocchi, delle fobie, è portato a interrogare se stesso, ad abbandonarsi sul lettino, e a collaborare con l’analista. Per un paziente alle prese con problemi più gravi stendersi sul lettino può significare perdita del controllo, aumento dell’angoscia. Quindi può essere preferibile cominciare la terapia con colloqui senza l’ausilio del lettino», conclude Resele.
Se le tecniche analitiche si aggiornano, non vi è dubbio che le forme patologiche cambino con il mutare della società. «L’analisi – spiega Medri – è la terapia elettiva per le nevrosi nelle sue varie espressioni: fobie, ossessioni, ansia, depressione, difficoltà relazionali di ogni genere, impotenza, frigidità, psicosomatosi… Ma la patologia di oggi si presenta in larga misura sotto altre forme, decisamente più gravi. Si tratta di disturbi identitari, di grandiosità narcisistica, di scarso controllo degli impulsi, di difficoltà nel reggere la frustrazione e venire a patti con i propri limiti, di perversioni, di dipendenza da sostanze, di disturbi alimentari. Inoltre, mentre una volta l’analisi era l’unica terapia disponibile ora ve ne sono molte altre che per giunta promettono la “guarigione” in tempi molto più rapidi e quindi a prezzi più convenienti, la terapia cognitivo comportamentale, gestaltica, sistemica e tante altre, per non parlare della terapia farmacologica».
L’osservazione clinica va di pari passo con le spiegazioni culturali: «La psicoanalisi – dice Medri – ha perso la sua carica eversiva che le conferiva grande fascino nei confronti dei modelli sessuofobici del passato. Anzi, funziona come un freno verso una sessualità oggi troppo trasgressiva. La nostra poi è diventata la società del narcisismo, basato sul successo e sul consenso. L’analisi richiede invece la messa in mora del riscontro sul piano sociale, pone il progetto per la conoscenza di se stessi al centro dell’attenzione, proprio quel che il narcisista non sa fare. Per non parlare dei modelli oggi vincenti rispetto a quelli analitici: l’azione al posto della riflessione, l’informazione al posto dell’approfondimento, il futuro al posto del passato, il tutto e subito al posto dell’impegno nel tempo. Infine, il mondo oggi è costruito dalla tecnologia. Il terreno della psicoanalisi è quello del sogno, delle emozioni, delle fantasie; che cosa ci sta a fare vicino a un computer?».
Da una considerazione storico-culturale parte anche Stefano Bolognini, presidente della Spi. Divulgatore di temi analitici nei libri Come vento, come onda e Lo zen e l’arte di non sapere cosa dire (Bollati Boringhieri), Bolognini, medico e psicoanalista a Bologna, parte da una considerazione professionale autobiografica: «Nel 1980, quando ho cominciato a esercitare la professione, molte richieste di analisi avevano una motivazione culturale. Per fare un esempio, tanti professori universitari si facevano vanto di sdraiarsi sul lettino. Trent’anni dopo, il clima è radicalmente cambiato: ormai non si viene più dall’analista per motivi culturali ma ci si arriva dopo aver tentato altre strade, magari quella farmacologica, per curare il proprio disagio. L’aspetto economico è influente fino a un certo punto. Ho constatato infatti che i veri ricchi non vanno in analisi: preferiscono lenire il proprio malessere con un viaggio o l’acquisto di un bene di lusso. Così si crea il paradosso che chi vuole e ne ha bisogno non può andare in analisi, chi potrebbe non vuole».

Per continuare:

http://www.corriere.it/cultura/11_febbraio_14/messina-giu-lettino_9c54f2e4-3818-11e0-9d0e-ca1b56f3890e.shtml

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