Schizofrenia, com’è difficile distinguere la follia dalla normalità (2011)

di Massimo Ammaniti, corriere.it, 15 marzo 2011

La storia del matematico John Nash, a cui fu assegnato nel 1994 il premio Nobel per i suoi studi di matematica applicata alla teoria dei giochi, ci fa vedere come genialità e schizofrenia possano convivere, anche se nei periodi in cui Nash era tormentato dalle sue idee deliranti si isolava dal mondo e aveva serie difficoltà nel proseguire i suoi studi. Nel film Beautiful mind che ricostruisce la storia di Nash si vedono le continue interferenze nella sua mente legate al disturbo psichico, come ad esempio idee angosciose, di essere vittima di messaggi criptati provenienti da extraterrestri che rendevano difficile la sua applicazione agli studi come anche la vita sociale.
Ancora oggi ci si chiede quale sia l’origine di questo complesso disturbo del pensiero, che riguarda circa lo 0,5-1% della popolazione. Circa un secolo fa Freud pubblicò il saggio Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia che cercava di esplorare l’origine di questa grave patologia mentale, che sarebbe stata definita schizofrenia. Nonostante il terreno preferito da Freud fosse quello delle nevrosi, che rappresentavano una patologia meno grave, il grande Maestro ebbe «l’occasione— come lui stesso scrive — di spingere lo sguardo nelle strutture profonde della paranoia» . Lo stimolo gli era stato offerto dal libro Memorie di un malato di nervi (Adelphi, 1974), un’autobiografia scritta dal presidente della Corte d’appello di Dresda, Daniel Paul Schreber, sulla propria malattia mentale, che aveva comportato ripetuti ricoveri in ospedale. Come racconta Freud, il giudice Schreber viveva in un mondo delirante in cui si sentiva chiamato a redimere l’umanità dopo la sua trasformazione in donna, «un dovere» a cui non si poteva sottrarre perché era iscritto nell’Ordine del Mondo. L’interpretazione di Freud sull’origine della paranoia nella mente del giudice è esclusivamente psicologica, si sarebbe trattato di «un assalto di libido omosessuale» che il giudice Schreber provava verso il professor Flechsig, lo psichiatra che lo aveva in cura, ma dietro cui si sarebbe celata l’immagine del padre. E queste pulsioni omosessuali erano inaccettabili per la rigida moralità del giudice, anche se poi sarebbero riemerse nelle sue idee deliranti.
Con l’affermarsi della psichiatria sociale negli anni 60 vengono temporaneamente accantonati gli studi per scoprire le cause della schizofrenia e l’attenzione si sposta sulle condizioni di vita dei malati mentali, vittime di pregiudizi e discriminazioni prima all’interno della famiglia e poi a livello sociale. Anche in Italia lo psichiatra Franco Basaglia punta il dito sulle condizioni degli ospedali psichiatrici, luoghi di reclusione e non di cura dove il destino dei malati mentali è definitivamente segnato. Tuttavia l’enigma della schizofrenia rimane irrisolto: perché durante l’adolescenza o l’età giovanile compaiono allucinazioni, disturbi deliranti e perdita di motivazione e di partecipazione alla vita sociale? Attorno alla schizofrenia vi è uno stigma ingiustificato, dal momento che la violenza non ne rappresenta un sintomo specifico e solo in misura limitatissima i malati sono autori di omicidi, a cui tuttavia i media danno un rilievo spropositato creando una falsa percezione della loro pericolosità.
È indubbio che molti pregiudizi possono essere sfatati se la ricerca in questo campo può far luce nel mondo della schizofrenia e aiutarci a comprendere l’esperienza complessa e contraddittoria di chi va incontro a questo disturbo. Nonostante l’avvento di nuovi metodi di indagine, come ad esempio le tecniche di visualizzazione del cervello, la schizofrenia rimane ancora oggi una sfida per i clinici e per i ricercatori. Uno degli ultimi fascicoli della prestigiosa rivista scientifica Nature, dedicato a questo tema, ha un titolo emblematico «Combating schizophrenia» (Combattendo la schizofrenia) che mette in luce le scoraggianti complessità della ricerca in questo campo. E quali sono le nuove scoperte della ricerca nel campo della schizofrenia? Un dato sottolineato da clinici e ricercatori è il fatto che questo disturbo compare perlopiù durante l’adolescenza, anche se non è facile riconoscerlo, perché i profondi cambiamenti cognitivi, emotivi e comportamentali che compaiono in questo periodo possono mascherare l’insorgere di questo disturbo che si manifesta inizialmente con una crisi di identità.
Vale la pena ricordare che i cambiamenti in adolescenza riguardano anche il cervello che va incontro ad una maturazione con una potatura di alcuni circuiti cerebrali, per cui quelli meno usati vengono tagliati via mentre i circuiti più usati si rafforzano ed acquisiscono maggiore funzionalità. Fra i ricercatori sta emergendo l’ipotesi che questo processo di rimodellamento del cervello non risponda, negli adolescenti che svilupperanno la schizofrenia, ad un piano coordinato e funzionale ma avvenga in modo irregolare e contraddittorio. Non è molto diverso da quanto viene sostenuto dallo psichiatra americano Robert Freedman nel suo libro The madness within us (La pazzia dentro di noi; Oxford University Press, 2010, pp. 198). Per Freedman la schizofrenia sarebbe legata a un’incapacità a regolare sul piano cerebrale l’attenzione, ad esempio indirizzare il focus dell’interesse per una persona oppure per un oggetto o una pagina di un libro, ignorando gli altri stimoli ritenuti non rilevanti. Le persone affette da questo disturbo sono catturate da ogni stimolo dell’ambiente e l’unico modo per difendersi dal bombardamento di stimoli è quello di isolarsi e non rispondere a quello che succede intorno oppure di inserire questi stimoli nelle allucinazioni e nei pensieri deliranti. Questo è ben documentato nel film Beautiful mind in cui John Nash, non riesce a concentrarsi sui problemi matematici perché ostacolato da immagini visive di persone non presenti, che probabilmente condensavano la molteplicità di stimoli a cui era sottoposto. Non si tratta solo di una teoria che riguarda il cervello, è anche psicologica, perché alcuni sintomi tipici della schizofrenia possono rappresentare una strategia per difendersi da una tensione insopportabile, come può succedere ad ognuno di noi quando ci si allontana dalla realtà rifugiandosi nelle proprie fantasie. Si tratterebbe di una vulnerabilità genetica complessa, che nella forma più completa si esprime nella schizofrenia, ma che può comparire in forme anche parziali contribuendo alla grande varietà del funzionamento mentale, che rende le interazioni umane più ricche e contraddittorie rispetto alla vita sociale di altre specie.
Forse è proprio quest’ultima considerazione che ha spinto Freedman a intitolare il suo libro La pazzia dentro di noi, essendo difficile distinguere nettamente la follia dalla normalità, come nel romanzo Fratelli di Carmelo Samonà ripubblicato recentemente da Sellerio in cui il fratello normale e quello malato si inseguono e si rispecchiano vicendevolmente: «La nostra storia è tutta in queste violazioni di territorio, che si susseguono da una parte e dall’altra sino a confondere i nomi e i volti» .
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