Sul lettino di Miss Freud /1 La psiche curata dalle donne

di Vera Schiavazzi, repubblica.it, 31 maggio 2011

Tra vent’anni, sarà impossibile raccontare i propri guai, dal divorzio all’impotenza, dallo stress sul lavoro ai fantasmi sessuali, a uno psicoterapeuta maschio. Lo dicono i numeri (il 94 per cento degli psicologi sotto i 29 anni è femmina), lo dice la tendenza mondiale (anche negli Stati Uniti le cose vanno così) e lo ammettono i protagonisti, impegnati ad analizzare il terremoto – non solo femminile – che negli ultimi anni ha investito tutto il mondo del disagio psicologico, dal lettino freudiano di un tempo alle terapie brevi o brevissime di oggi. “È vero – dice Vittorio Lingiardi, psichiatra e docente, autore con altri colleghi di un libro appena pubblicato per Raffaello Cortina sulla “svolta” della psicoanalisi in Italia – spesso è difficile trovare un bravo collega maschio al quale inviare un paziente che per la sua storia o i suoi problemi vorrebbe una persona del suo stesso sesso. Questo dipende dall’aumento delle donne in questo campo, dalla loro bravura e più in generale da una certa “femminilizzazione” del nostro mestiere. Il punto di vista delle donne ha avuto molto peso nella storia recente della psicoterapia, e per gli uomini è più difficile affrontare la propria vita interiore». Ma Lingiardi aggiunge: «In generale, noi pensiamo che il sesso del terapeuta non abbia rilevanza nel successo della cura. Ma il punto di vista del paziente va tenuto in considerazione».

È un tema, quello del possibile disagio nei confronti di chi sta di fronte a noi e dovrebbe curare la nostra anima, o almeno i nostri sintomi, che secondo alcuni andrebbe affrontato fin dalla prima seduta. «Io invito sempre i pazienti a farlo, e trovo giusto che loro se lo chiedano – dice Silvana Quadrino, psicoterapeuta e fondatrice dell’Istituto Change – Possono esserci elementi nella storia personale e nei problemi peri quali ciascuno ricorre a una terapia che suggeriscono una soluzione piuttosto che un’altra. Ed è giusto parlarne, anche tra colleghi». All’Ordine nazionale degli Psicologi, dove ogni anno si registra l’ondata di nuove iscritte, l’analisi è più prosaica: «Le psicoterapeute aumentano così come le donne medico o le infermiere, si tratta di un lavoro di cura che è più facilmente scelto dalle donne – dice il consigliere Raffaele Felaco – Si tratta, anche, di un lavoro dove si guadagna poco, specialmente in tempi di crisi come questi, e a dimostrarlo c’è il crollo dei contributi che ognuno versa alla nostra cassa previdenziale. È normale che i maschi siano attratti da maggiori prospettive di guadagno».

Fino a quando la psicoterapia era, soprattutto, l’analisi classica, freudiana e junghiana in primo luogo, lunga e costosa, basata su sedute frequenti prolungate per anni, in effetti, i terapeuti maschi erano numerosi e autorevoli. Ora di quel dotto esercito è rimasta una qualificata retroguardia, mentre l’onda rosa invade il mondo delle terapie cognitive e comportamentali, di chi vuole curare il sintomo piuttosto che l’anima, di chi non cerca di frugare a mani nude nell’inconscio altrui ma preferisce piuttosto offrire un aiuto spiccio e concreto, e proprio per questo criticatissimo dai “veri” analisti. Sulla carta, dal 1989, tutti sono uguali: laureati in medicina e in psicologia possono frequentare per 4 anni una delle scuole riconosciute di psicoterapia, poi un tirocinio e un esame, e infine iscriversi nei due elenchi tenuti dai rispettivi Ordini. Anche un nome famoso della psicoanalisi italiana, Luigi Zoja (a lungo alla guida della società scientifica che riunisce gli junghiani, e tra poco in libreria per Bollati Boringhieri con Al di là delle intenzioni. Etica e analisi, riconosce alla teoria dei bassi guadagni qualche dignità: «Proprio come in medicina, a mano a mano che la piramide allarga la propria base entra un numero maggiore di donne, e in prospettiva la professione potrebbe diventare femminile tanto quanto lo è stato l’insegnamento. Il mondo italiano risente del proprio provincialismo e maschilismo, ma anche negli Stati Uniti, da tempo, le donne sono maggioranza nel nostro lavoro. La mentalità puritana e rigorosa degli americani ha individuato così il rimedio agli esempi storici di abuso del terapeuta sulla paziente. In verità il genere sessuale del terapeuta dovrebbe essere indifferente rispetto alla riuscita del percorso, così come i possibili abusi possono avvenire in tutte le direzioni. Noi pensiamo che chi fa questo lavoro dovrebbe avere un sufficiente equilibrio e una preparazione abbastanza solida da evitare qualunque disagio al paziente».

«Noi psicoterapeuti dovremmo essere come gli angeli, senza sesso – ironizza Vera Slepoj, una delle più note e autorevoli psicoterapeute italiane, autrice di testi come Le ferite delle donne, ma anche psicologa di squadre di calcio come il Palermo – In generale dunque bisognerebbe affermare che il sesso del terapeuta non ha alcuna importanza. Ma naturalmente questo può avvenire soltanto se il lavoro su se stessi è stato fatto fino in fondo e se si è capaci di escludere qualunque forma seduttiva, dal maschio che cura verso la paziente e viceversa. Le celebri storie del passato, da Freud in giù, non possono più influenzare la realtà di oggi».

Slepoj, però, spinge il giudizio più in là: «Centinaia di giovani donne studiano psicologia e diventano terapeute perché sono interessate alla propria conflittualità, al desiderio di curare se stessi o gli altri. È importante distinguere tra questi due bisogni, e non lasciarsi tentare dall’onnipotenza di chi cura, un’inclinazione tipicamente femminile». La psicoterapeuta che siede di fronte al paziente, dunque, non dev’essere né mamma né fidanzata, né sorella né amante, o – almeno – non deve esserlo di più di quanto non facciano i colleghi maschi alle prese con fantasie e fantasmi delle pazienti femmine. Per curare un uomo bisogna conoscerlo bene, studiarne i limiti e le timidezze, dice Vera Slepoj. Altrimenti, è facile trovarsi davanti a un muro di silenzio, lo stesso che spinge moltissimi maschi a non iniziare neppure una terapia: «Imprigionato nella dinamica del potere, l’uomo ha immiserito anche il proprio corpo, rinchiudendolo in una separatezza che ha atrofizzato le sue capacità di relazione», spiega Stefano Ciccone, biologo, autore di Essere maschi per Rosenberg & Sellier.

Ma è davvero così difficile trovare un brav’uomo, e soprattutto un bravo psicologo, come ha titolato pochi giorni fa il New York Times alle prese con le lamentele dei propri lettori che dopo la difficile scelta di iniziare un percorso di sostegno psicologico o di analisi si ritrovavano circondati da un mondo di sole donne? No, assicura il presidente dell’Ordine degli Psicologi italiani, Luigi Palma: «Il vero problema è un altro, cioè la mancanza di servizi pubblici in grado di rispondere alla domanda crescente di cure. È vero che le donne crescono molto nella nostra categoria, ma non al punto da costituire un problema, anzi, sono una risorsa. Il fatto è che gli italiani non dispongono delle risorse economiche, e spesso anche delle conoscenze necessarie, per rivolgersi a terapie qualificate». Non servono più maschi, insomma, ma soltanto più professionisti, di qualunque sesso e pagati dal servizio sanitario pubblico, per curare nevrosi e paure di 60 milioni di italiani.

http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/8952ce0d39ddeaa5999242e3328d0102.pdf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...