Il corpo come “progetto personale”. La lezione che non ho ancora imparato (2011)

di Daniela Monti, 27esimaora.corriere.it, 13 giugno 2011

Se il corpo è il nostro “progetto personale” – non più qualcosa da prendere come viene, rassegnandoci a quello che la natura ci ha dato, ma il frutto di un vero lavoro di trasformazione, di riconoscimento – con una buona dose d’ansia mi chiedo: il mio progetto qual è? “Il corpo si può sentire come aperto o chiuso, come luogo dell’incontro o del rifiuto, ma inevitabilmente siamo degli essere guardati nello spettacolo del mondo, come diceva Lacan, esposti ai pensieri e ai sentimenti degli altri, senza poterli controllare”, racconta Alessandra Lemma, analista, autrice del saggio Sotto la pelle, alla giornalista Luciana Sica. “Il corpo quindi rimanda da sempre all’identità anche sociale, ma oggi è qualcosa di diverso, un progetto personale, la versione di noi stessi che preferiamo, con un’implicita presa di distanza da quello che siamo e non vogliamo essere”. Alla luce di tutto questo, la mancanza di vera attenzione e dedizione verso se stessi, il non investire sul corpo limitandosi alle sole cure di base, da dettaglio trascurabile in nome di cose più grandi – cercare di capire qualcosa del mondo? – diventa un’accusa che inchioda.

Persino una femminista come Naomi Wolf, che in un bell’articolo affronta (per smontarlo) il mito delle donne angosciate dall’invecchiamento (“Ho sempre pensato che invecchiare sarebbe stato più difficile. Invece mi guardo intorno e vedo donne affascinanti e dinamiche della mia stessa età, ripenso alla mia vita e di colpo ho l’impressione che quel copione sia piuttosto una menzogna assai conveniente, concepita, come tanti aspetti del “mito della bellezza”, per sottrarre potere alle donne), alla fine se ne esce così: “Ho chiesto a una psicoterapeuta che lavora con donne di mezza età: Nella sua esperienza, è vero che le donne si deprimono per il loro aspetto man mano che invecchiano?” “E’ un mito”, mi ha risposto. “A questa età hai imparato come mantenerti in forma, hai capito qual è l’abbigliamento che ti si addice e sei più contenta del tuo aspetto fisico”.

A me non è bastato arrivare a quarant’anni, la lezione su come mantenersi in forma e sull’abito giusto da indossare non l’ho ancora imparata. E allora che faccio? Qual è il mio progetto? Milano è la capitale mondiale del corpo unico: basta staccare dalla quotidianità e mettere il naso fuori dal recinto della città per accorgersene. Il ventaglio di possibilità che esiste altrove, a Milano non è contemplato e anche il ritorno delle curve appare come un piccolo movimento di avanguardia. E’ un po’ come i pantaloni a vita alta: se ne parla, ma in giro non se ne vedono. Così succede che un giovane e talentuoso stilista italiano, Giambattista Valli, per il suo debutto nell’alta moda proponga l’abito in taglia unica, omaggio dichiarato all’unico corpo possibile. Se il corpo è il nostro progetto, ma l’unica soluzione contemplata è adeguarsi al modello sociale ed estetico del corpo unico, qual è la lezione?

http://27esimaora.corriere.it/articolo/solo-il-desiderio-ci-puo-salvare-anche-dalla-bruttezza/

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