Io, salvato dal lettino. Colloquio con Moni Ovadia (2011)

di Stefania Rossini, espresso.repubblica.it, 22 agosto 2011

Se c’è un testimonial italiano della buona riuscita di una terapia psicoanalitica, questi è Moni Ovadia, nato una seconda volta dopo i quarant’anni, come gli piace raccontare, proprio grazie ad otto anni di lettino strettamente freudiano, quattro sedute alla settimana, senza interruzioni.
Il grande momento critico è l’inizio. Lei oggi sa dire perché è andato in analisi?
Lo sapevo anche allora. Volevo passare dalla condizione in cui si è agiti dalle proprie pulsioni a quella in cui si agisce in modo consapevole.
È una risposta da addetti ai lavori. Non sarà che si decide per l’analisi quando si sta davvero male?
Infatti io vedevo che la mia vita non funzionava. Sostanzialmente campavo, ma qualcosa non mi tornava. C’era uno scollamento tra quelle che intuivo essere le mie potenzialità e ciò che ero in grado di portare a termine. E poi sapevo che in Occidente questo è l’unico strumento che abbiamo per aiutarci.
Insomma, una scelta culturale?
Credo che il fatto che sia stato un ebreo ad aprire questa strada non è casuale, perché l’aspetto ermeneutico nell’ebraismo è fondamentale. Per noi la vera Torah è quella orale, non il Talmud. In fondo il primo personaggio della cultura occidentale è Giuseppe d’Egitto, che è l’interprete del sogno. Mi sono ritrovato molto bene nel percorso della psicoanalisi ma ciò non vuol dire che non ne avessi un bisogno clinico.
C’è anche l’impegno economico…
Ho fatto quello che in yddish si chiama “l’omino d’aria” (Luftmensch), cioè cumulavo tanti lavori diversi: collaboratore di dentisti, organizzatore di convegni, supplente. E continuavo a fare spettacoli che rimanevano di nicchia.
Otto anni e mai un ripensamento, una resistenza, una fuga?
Avevo una sola paura, quella di essere normalizzato. Ma il mio analista trovò il modo di tranquillizzarmi: “Non si preoccupi, l’analisi non crea dei normalizzati, ma degli spostati composti con se stessi.
Così è stato?
Sì, nulla di ciò che era non conformista o eccentrico in me è cambiato, però improvvisamente tutto si è messo a fuoco. Dalle relazioni personali a quelle professionali, tutto ha funzionato. Sono diventato più indulgente con gli altri, ho cominciato a vedere la fragilità umana, la goffaggine di quelli che vogliono fare i forti. È stata una bellissima esperienza.
Quando ha capito che poteva fare da solo?
Se ne è cominciato a parlare verso il sesto anno, ma intervenne il fallimento di una relazione che mi destabilizzò e rimasi altri due anni. Fino a un congedo molto naturale che fu sancito da sogno importante.
Lo ricorda ancora?
È indimenticabile. Sono nella casa milanese dei miei genitori, seduto sul letto matrimoniale. Mio padre raccoglie le sue cose da un cassetto e mi dice: “Devo andarmene”. Comincio a piangere e lo supplico di restare, ma lui ripete: “Non posso, Moni, devo proprio andare”. Mi gira le spalle e scompare per sempre. Io vedo la casa che improvvisamente diventa piena di una luce radiosa, si allarga in nuove stanze che si affacciano su un mare azzurro. Era la conciliazione con la famiglia a cui io avevo mosso tante critiche.
Però il suo sogno è così didascalico che sembra inventato.
È didascalico perché è vero. Dopo quel sogno è cominciato il mio cammino adulto e in capo a qualche anno anche il mio successo.
Hai mai avuto la tentazione di tornare?
Sono andato a trovarlo molti anni dopo perché si era riaperta una mia difficoltà relazionale, ma era ormai un altro rapporto. Lui, sempre rigorosissimo nelle regole del setting analitico, questa volta, con aria malinconica, mi disse: “Un po’deludente la vita, signor Ovadia, non è vero?” Io ho annuito, perché in fondo avevo capito che cos’è il grande cammino analitico.
Lo dica anche a noi.
È il passaggio dalla nevrosi alla depressione consapevole. Sembra poco ma si sta molto meglio.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/io-salvato-dal-lettino/2158843

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