E FREUD SI FECE LARGO TRA I GIUDICI DELLA SACRA ROTA (2011)

Postconcilio. Un viaggio tra ortodossia e riforma, tra semplificazione del giurista e complessità dello psicologo

di Marco Ventura, corriere.it, 30 agosto 2011

Maggio 1968. Un giudice della Rota romana scrive una sentenza. È un caso di nullità matrimoniale come tanti. Sembra che la Roma dei tribunali pontifici sonnecchi mentre esplode la Parigi della contestazione giovanile. Non è così. Per sostenere l’incapacità psichica del suo cliente, l’avvocato si è fondato su Freud. Il giudice Palazzini respinge la tesi e censura la sopravvalutazione freudiana della sessualità. Si legge così nella sentenza del 26 giugno 1968, che le «theoriae Sigismundi Freud» sono erronee perché sopravvalutano l’istinto sessuale: perché secondo Freud «instinctus sexualis est instinctus prior et praecipuus in homine et prevalens», quando invece, si sa, l’istinto primario è quello di conservazione. È la prima volta che in una decisione rotale compare il fondatore della psicoanalisi. Due anni dopo il giudice Bejan ribadisce la condanna, ma lascia uno spiraglio: «Doctrinae psychanalystarum sunt cautissime accipiendae»; le teorie degli psicoanalisti vanno prese con cautela. Il 18 luglio 1970, il giudice rotale Lefebvre approfondisce la teoria: la Rota studia ormai Freud. Nel volume Scienza e diritto nella giustizia della Chiesa (Vita e Pensiero, pp. 364, 28), il canonista Gabriele Fattori racconta la storia dell’apertura alle scienze della psiche della Rota romana e del diritto canonico dopo il Concilio Vaticano II. Il testo è corredato da una corposa appendice in cui sono repertoriati i riferimenti alle scienze della psiche di cinquant’anni di sentenze rotali. La premessa al libro è di Ombretta Fumagalli Carulli, canonista molto citata dalla Rota romana. La storia dei rapporti tra sentenze rotali e scienze della psiche è una girandola di fondamentali questioni di principio e di praticissime strategie legali. Da un lato, il Concilio ha aperto la Chiesa alle scienze umane. Il dialogo tra teologia e psicologia, sessuologia, psicoanalisi è inevitabile; ma come si concilia la dottrina cattolica con una ricerca che prescinde da Dio? Il Freud dei giudici rotali è il vero Freud? Dall’altro lato, la Rota è il tribunale ultimo per le nullità matrimoniali di tutta la cattolicità. Il numero crescente di chi cerca libertà dal proprio fallimento coniugale incalza i giudici romani. Gli avvocati frugano tra le scienze della psiche alla ricerca di appigli. I periti si adeguano. È un viaggio tra ortodossia e riforma. La Rota si misura con una psicologia cattolica che con padre Gemelli, ancora nel 1950, ha definito la psicoanalisi il «frutto morboso del grossolano materialismo di Freud». Ma i giudici rotali sono testimoni del loro tempo. Il loro latino non li preserva dal mondo in cui vivono. Nel 1983 il nuovo codice di diritto canonico riscrive la capacità degli sposi alla luce del personalismo conciliare; si passa, scrive Fattori, «dall’identità (fisico-biologica) della persona all’identità (psicologicomorale) della personalità». Esce nello stesso anno in Italia, a cura di Vittorino Andreoli, Giovanni Cassano e Romolo Rossi, la terza edizione del Manuale diagnostico delle malattie mentali, destinata a divenire, insieme ai test diagnostici, un punto di riferimento della giustizia rotale. Nel 1987 Wojtyla tuona contro tribunali ecclesiastici che usano alla leggera le scienze della psiche per elargire facili nullità. Il Papa vieta ai suoi giudici di appiattirsi su una visione pessimistica, per cui «l’uomo non potrebbe concepire altra aspirazione che quella imposta dai suoi impulsi o dai condizionamenti sociali»; e vieta altresì di recepire la visione ottimistica, per cui «l’uomo potrebbe raggiungere da solo la sua realizzazione». Da lì in poi i giudici rotali utilizzano un ampio spettro di psicologie della personalità. Ma col setaccio. Gli approcci inutili nella misurazione delle psicopatologie e incompatibili con la dottrina cattolica non devono passare. Le opzioni di Freud restano per la Rota «infondate da un punto di vista strettamente scientifico, inattendibili a fini diagnostici, impraticabili o rischiose a fini terapeutici, inutilizzabili in sede giuridica e pericolose dal punto di vista morale». Tuttavia i giudici dimostrano di aver studiato Freud, e talvolta ne riconoscono, scrive Fattori, «l’importanza storica e alcuni meriti scientifici». La Chiesa giuridica resta in bilico tra il mistero della fede e il mistero della psiche.

http://archiviostorico.corriere.it/2011/agosto/30/Freud_fece_largo_tra_giudici_co_9_110830069.shtml

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