QUEL «METODO» FUNZIONA BENE. Dissonanze. Il film francese non è riuscito ma non è nemmeno un fallimento (2011)

di Paolo Mereghetti, corriere.it, 3 settembre 2011

Qualcuno ha storto il naso di fronte al nuovo film di Cronenberg, A Dangerous Method, presentato ieri alla Mostra, perché non riusciva a ritrovare le «follie» e gli «estremismi» che avevano reso celebre il regista canadese. Ma parafrasando una frase di Serge Daney, il vero autore non è colui che fa quello che vuole ma quello che può. E oggi il cinema non è più disposto a concedere le libertà del passato. Ci vogliono storie accattivanti (qui il legame tra Jung, Freud e la loro paziente Sabina Spielrein), sceneggiature di «ferro» (Christopher Hampton da una sua pièce), attori di richiamo (Fassbender, Mortensen e Keira Knightley). L’importante è come si usano questi elementi. E Cronenberg li utilizza al meglio, «raffreddando» la messa in scena e i dialoghi per «incendiare» le tensioni che si agitano in profondità: macchina da presa quasi sempre fissa, inquadrature classicamente composte, recitazione controllatissima nei due psicoanalisti e più tormentata nella donna (che passa dalle isterie iniziali alle represse malinconie finali) per offrire allo spettatore il quadro di un mondo che vorrebbe controllare ogni cosa e naturalmente non riesce a farlo. «Rubando» il mestiere ai due pionieri della psicoanalisi, Cronenberg usa il cinema come strumento analitico, per far emergere quello che si vorrebbe nascondere o dimenticare: ce lo mostra negli scarti che esistono tra le parole e le espressioni, nel contrasto tra l’eleganza degli ambienti e l’agitarsi delle passioni, nel conflitto tra l’educazione delle forme e la rabbia che nascondono. E alla fine il messaggio («Talvolta bisogna compiere qualche cosa di imperdonabile per continuare a vivere» dice Jung) arriva forte e chiaro. Garrel percorre invece una strada opposta, quella della coerenza estrema con il proprio passato, e finisce per smarrirsi. Diciamolo subito: Un été brûlant non è un film riuscito ma nemmeno quel fallimento che qualcuno vorrebbe. Piuttosto racconta una difficoltà (le immagini e le parole non riescono a restituire la forza del reale) ma non sa indicare una possibile via d’uscita, nonostante alcune buone idee, come quella di utilizzare due piccoli film nel film per dare forma – grottesca e riduttiva – a quello che la vita racconta meglio. Garrel vorrebbe coniugare le settembre «vecchie» domande della Nouvelle Vague (qui si sprecano i riferimenti a Godard) a un mondo che sta cambiando ma ottiene solo dissonanze. Proprio come quando sceglie Monica Bellucci per un film che poi fa di tutto per respingerla, trasformandola in un personaggio «antipatico» e lontano. Generosa l’attrice ad accettare la sfida, masochista il regista a utilizzarla in maniera così punitiva.

http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/03/Quel_Metodo_Funziona_Bene_co_9_1109035252.shtml

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