APOCALITTICHE VISIONI (2011)

di Emiliano Morreale, ilsole24ore.com, 04 settembre 2011

Le prime giornate della Mostra del cinema hanno visto passare alcuni dei registi più attesi dagli appassionati, con film che mostravano singolari somiglianze: strutture drammaturgiche tradizionali, performance virtuosistiche degli attori, lavoro di regia nascosto nelle pieghe del racconto. Anzi, i tre film di cui più si è parlato (Clooney, Polanski, Cronenberg) sono adattamenti di pièce teatrali. Il primo, Le Idi di Marzo, è tratto da un testo teatrale di Beau Willimon, e si rifà a una lunga tradizione di cinema liberal sulla politica, con un disincanto che riguarda anche i democratici: il potere logora ancor prima di avercelo. Il ritmo è retto da un gioco di attori bravissimi a cominciare da Ryan Gosling giovane spin doctor.
Il film più bello del concorso, finora, è forse Carnage, che Roman Polanski, a causa dei suoi guai con la giustizia Usa, ha dovuto girare tutto a Parigi, ricostruendo in studio un appartamento di New York. Un evento minimo, una lite fra bambini, si trasforma in uno scontro sempre più violento tra due coppie di genitori. Il testo di partenza è Il dio del massacro di Yasmina Reza: ma appunto il confronto permette di cogliere i pregi del film. Perché se la pièce, pur efficace, è in fondo programmatica e un po’meccanica nel suo tira-e-molla, la regia la trasfigura con il ritmo, gli stacchi, le entrate e le uscite di campo, e la direzione di un quartetto di attori. A strappare più applausi è Christoph Waltz, che interpreta l’avvocato di una multinazionale farmaceutica ossessivamente attaccato al cellulare; ma il ruolo più difficile è quello di sua moglie, interpretata da Kate Winslet. Straordinari anche i componenti dell’altra coppia, quella liberal e perbene, Jodie Foster e John C. Reilly.
Meno travolgente del film di Polanski, ma forse più sottile, il lavoro compiuto da David Cronenberg in A Dangerous Method, dalla pièce Talking Cure di Christopher Hampton. Il tema, come è noto, è la relazione tra Carl Gustav Jung e la paziente, e poi psicanalista lei stessa, Sabine Spielrein che, a quanto pare, fu la prima ad affiancare al principio freudiano di libido l’idea di un istinto di morte. E poiché l’istinto di morte (del singolo e della società) è uno dei temi centrali del cinema di Cronenberg, da Crash a Inseparabili, ci si poteva aspettare un viaggio al cuore delle ossessioni del regista. Invece il film si offre al pubblico con l’apparenza di un film biografico, e man mano ci si accorge che al di sotto, in una ragnatela di allusioni, dettagli, sottintesi, il triangolo Jung-Spielrein-Freud racconta il destino di un’epoca. Se la tragica Sabine (ebrea, e morta anni dopo in lager) tocca con mano uno dei punti oscuri della psiche e della storia, e se il vecchio Freud intravede sgomento l’abisso, il malinconico superstite alla fine è Jung, ipocrita e antipatico, ma a suo modo veggente.
Davanti ai film citati, spicca Un eté brulant di Philippe Garrel, per la propria fedeltà alla lezione della Nouvelle vague. Ma il risultato è, involontariamente, un disincantato addio a quel cinema libero e rivoluzionario. Nel raccontare i suoi giovani artistoidi in trasferta italiana, infatti, Garrel non riesce a nascondere una fiacchezza di fondo, una sorta di amaro cinismo dell’intera operazione.
Poco rilevanti gli altri titoli visti finora. Comprensibile per motivi di glamour la presenza (fuori concorso) della pacchiana opera seconda di Madonna, W/E; molto meno quella del roboante Warriors of the Rainbow: Seedik Bale, che racconta la resistenza taiwane contro i giapponesi, negli anni 20. Poulet aux prunes, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, tratto da un fumetto dell’autrice di Persepolis, è una favoletta variopinta e stucchevole che vorrebbe ricreare atmosfere da Mille e una notte nel secolo passato. Il greco Alpis di Yorgos Lanthimos ha un bello spunto (un’associazione di gente che entra nelle vite di persone che hanno subito lutti e impersona i cari estinti a richiesta), ma lo risolve in un teorema misantropico e compiaciuto. Contagion di Steven Soderbergh è un classico film apocalittico con storie incrociate nel mondo. Ma viene il sospetto che, più che il contagio di una misteriosa influenza letale, la vera paura riguardi l’insicurezza sociale: folle che spaccano vetrine e irrompono nelle banche, blogger che seminano il panico…
I film più rilevanti, insomma, hanno mostrato più lo stato del percorso di alcuni maestri che nuovi talenti o tendenze. Del resto, diversi autori emergenti o addirittura esordienti (come il nostro Gipi o la figlia di Michael Mann, Ami), da cui ci si aspetta molto, arriveranno nei prossimi giorni. In ogni caso, gli spettatori più curiosi hanno potuto battere con profitto anche le sezioni collaterali: incrociando magari il documentario di Frederick Wiseman sul Crazy Horse, alle Giornate degli Autori, o a Orizzonti Cut di Amir Naderi e Photographic Memory di Ross McElwee, documentario sul rapporto con i figli e col proprio tempo perduto, attraverso l’inganno delle immagini e dei ricordi.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-09-04/apocalittiche-visioni-081810.shtml?uuid=AaR2dP1D

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