Recalcati: “Lacan guru o maestro?” (2011)

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 8 settembre 2011

Quando venne annunciata la morte di Lacan, il 9 settembre del 1981, il suo era per me un nome tra gli altri, associato alla stagione dello strutturalismo francese (Lévi-Strauss, Althusser, Barthes, Foucault). Solo più tardi incontrai il suo testo, prima gli Scritti, pubblicati nel 1966, e in seguito la serie dei Seminari che tenne a Parigi per ventisei anni, ininterrottamente dal 1953 al 1979. Gli Scritti mi fecero l’impressione di un muro inaggirabile e illeggibile. Ma sufficiente a provocare l’amore per Lacan, l’a-mur, come avrebbe detto il Maestro. Perché nell’amore è sempre in gioco un ostacolo, una distanza irrecuperabile, una lontananza, un muro, appunto. Compresi solo col tempo che il suo stile aforismatico, l’andamento volutamente tortuoso della sua parola, non era un vezzo ma esprimeva un principio di metodo decisivo: rispecchiare la tortuosità propria dell’oggetto di cui essa parlava, l’imprevedibilità e l’indecifrabilità di un sogno, di un sintomo o di un lapsus, mimare la voce stessa dell’inconscio. Sapevo che c’era stata la sua voce, una voce capace di adunare le folle e non solo di analisti. La voce di Lacan ebbe negli anni Sessanta-Settanta il carattere di un evento. Mondano? Sciamanico? Intellettuale? È sicuro che provocava transfert, generava passioni, animava desideri. Parlo ai muri? Si chiedeva di tanto in tanto, come quando raccontò ai suoi allievi di aver sognato di trovarsi in un’aula deserta. Solitudine di Lacan. Strano paradosso. Nessuno psicoanalista dopo Freud è stato più popolare di lui e nessuno ha portato sulle spalle il peso di una solitudine così profonda. Lacan reietto, diffamato, scomunicato, allontanato dall’Associazione internazionale di psicoanalisi dopo un processo farsesco. L’accusa: ha troppi allievi, troppe analisi didattiche, troppo transfert! La sua innovazione della tecnica psicoanalitica – le cosiddette sedute a tempo variabile – venne considerata una vera e propria eresia. Lacan l’eccentrico. I suoi scritti, la sua parola, la sua voce, i suoi modi, il suo stile dandy, i suoi sigari ritorti, i suoi papillons e le sue camice mao, i suoi vizi di collezionista, il suo libertinismo. Lacan folle, infatuato di se stesso, Lacan-Narciso, Lacan-Guru. Dicono non tollerasse di fermarsi ai semafori. Lui che teorizzò paolinianamente il nesso fondamentale che lega la Legge (della castrazione) al desiderio, non sapeva sopportare nemmeno i limiti definiti dal codice della strada… Come contrasta questo ritratto, soprattutto per gli analisti lacaniani che come me non lo hanno mai conosciuto ma solo letto e studiato, con il rigore del suo insegnamento! Fu uno psichiatra tra i più brillanti della sua generazione, sviluppò una teoria strutturale della psicosi, ripensò la dottrina analitica nei suoi fondamenti, preservò l’idea freudiana della psicoanalisi come pratica della parola e di conseguenza rifiutò l’oscurantismo di un inconscio come pura irrazionalità, come istintualità animale, come sotterraneo delle emozioni, ma anche quella psicologia dell’Io che sembrava voler riabilitare una versione conformista e cognitivista della personalità dimenticando che, come aveva sostenuto il padre della psicoanalisi, “l’Io non è padrone nemmeno in casa propria”. Rese nuovamente vivente Freud, gli tolse di dosso la polvere dell’ortodossia scolastica e delle biblioteche, lo innestò nella cultura più avanzata del Novecento, lo liberò dalle catene di una concezione stadiale e istintuale della soggettività. La sua libertà di pensiero non diede mai adito a nessun eclettismo e a nessun empirismo: nel campo della psicoanalisi, ripeteva, si può dire tutto quel che si vuole, ma non fare tutto ciò che si vuole. Praticò assiduamente e con successo la psicoanalisi per più di mezzo secolo. La sua opera è oggi forse meno di moda, ma sempre più studiata in tutto il mondo (anche dagli analisti freudiani dell’International Psychoanalytical Association) con il rispetto che si deve ad un classico. Se però consideriamo “classico” non un’opera morta, ma, come suggeriva Italo Calvino, un’opera talmente ampia da risultare inesauribile. È possibile che in questo nuovo secolo, che un esercito agguerrito (neuroscienze, cognitivisti, comportamentisti, psichiatria organicista) vorrebbe sancire la fine senza ritorno della psicoanalisi, l’eredità di Lacan non sia più solo una lotta fratricida tra “lacaniani” che invocano il privilegio dell’amore del loro Maestro, ma coincida con l’avvenire stesso della psicoanalisi. Lacan come patrimonio dell’identità freudiana della psicoanalisi. Perché la gente andava in massa ad ascoltarlo? Perché ricercava in lui un sapere sulle cose dell’amore e sulla disarmonia fondamentale che caratterizza il rapporto tra i sessi. Come possiamo cavarcela di fronte a questa disarmonia, come possiamo supplire, direbbe Lacan, l’inesistenza del rapporto sessuale? Dietro il teorico ultraumanista dell’inconscio strutturato come un linguaggio, dobbiamo sempre vedere all’opera il Lacan neo-esistenzialista che interroga la differenza sessuale e il mistero irrisolvibile del desiderio umano. Nemico del controtransfert, Lacan assimilava l’analista alla figura del morto nel gioco del bridge. Ma gli avversari del controtransfert e della implicazione della soggettività e dell’umanità dell’analista nel processo della cura, quali sono stati gli analisti lacaniani, hanno spesso fatto del transfert un uso selvaggio e eticamente scriteriato. L’impassibilità dell’analista ha dato luogo ad un potere e ad una idealizzazione senza confini. La parola singolarissima del Maestro ha generato scimmiottamenti farseschi e un gergo da setta spesso incomprensibile anche a coloro che lo utilizzavano (o lo utilizzano), che ha contribuito non poco ad isolare la comunità lacaniana dal resto della comunità psicoanalitica. Lacan aveva previsto questo rischio: “fate come me, non imitatemi!”, ripeteva ai suoi allievi idolatri. Teorico lucidissimo della clinica, analista creativo, lettore di Freud insuperabile, intellettuale privo di conformismi teorici e avido di sapere, interprete visionario del suo tempo, Lacan amava i suoi allievi, anche se in una conferenza rivolta ai cattolici sostenne che tacere l’amore fosse la sola condizione per condurre un’analisi sino in fondo, per separare l’analizzante dal suo analista. Forse per questa ragione negli ultimi tempi del suo insegnamento la voce di Lacan smise di parlare. Anziano e affascinato dalla topologia si limitava a fare nodi borromei di fronte ad una platea sempre più gremita, sedotta e terrorizzata dal Maître. Poco prima di morire decise di dissolvere la sua creatura più preziosa, quell’Ecole freudienne de Paris che, “solo come sono sempre stato”, Lacan fondò nel 1964 all’indomani della sua espulsione dall’IPA. Silenzio e dissoluzione; non erano gesti di teatro. Nel punto più estremo della sua vita si accorse forse di non aver taciuto sufficientemente l’amore. Sciolse allora quella colla (école) che era diventata la sua Scuola anche per liberare finalmente i suoi allievi dal peso ingombrante del suo desiderio. Lacan prigioniero dell’amore che aveva scatenato, Lacan pietra di scarto, resto, oggetto piccolo (a), oggetto perduto. Lacan, mon a-mur.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/09/08/lacan-guru-maestro.html

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