Elisabeth Badinter: «Così il mito della maternità ha tolto potere alle donne» (2011)

di Franco Marcoaldi, repubblica.it, 3 novembre 2011

Saggista e filosofa francese, Elisabeth Badinter è una femminista sui generis, quanto mai libera nei giudizi. Spesso e volentieri controcorrente. Ha combattuto le sue battaglie sulla scia delle posizioni di Simone de Beauvoir, ma con altrettanto vigore ha polemizzato con un certo femminismo di matrice americana, sorto negli anni Ottanta del secolo scorso e poi trapiantato in Francia, che abbandonando l’universalismo e la rivendicazione di pari diritti, si è rinserrato in una posizione sessista, separatista e “naturalista”. In cui la diversità femminile si rappresenta nella figura della madre. Autrice di non meno importanti studi sull’Illuminismo, la Badinter può sicuramente offrirci un “altro sguardo” sulla figura dell’autorità. Mi accoglie nel salotto della sua bellissima casa affacciata sul Jardin de Luxembourg, offrendomi una bottiglietta di Perrier, che con le sue bollicine farà da discreto basso continuo alla nostra conversazione.
«Viviamo ancora nell’onda lunga del Sessantotto, che ha portato un formidabile attacco all’idea di autorità, e di legge. A tutto vantaggio della soddisfazione del desiderio e della pulsione, declinati nelle più diverse forme. Ora siamo alla fine di quella rivoluzione, di cui non sottovaluto affatto i benefici effetti. Abbiamo aperto porte e finestre ed è andata bene così. Tra parentesi, mi sono via via convinta che questo attacco frontale all’autoritarismo sia tra le cause dell’allungamento medio della vita. Assieme, è ovvio, agli enormi progressi in ambito medico, scientifico, igienico, alimentare. Lo penso perché ha determinato una sorta di liberazione psicologica: tanto per le donne, che non dovevano più attenersi ai modelli tradizionali di femminilità, quanto per i maschi, che non dovevano più conformarsi ai vecchi modelli di virilità. Per contro, è altrettanto evidente che questo progressivo trionfo del desiderio, ha raggiunto ormai una soglia molto pericolosa. È arrivato il momento di porre dei limiti, di tornare al rispetto della legge. Siamo davvero ai bordi della barbarie».
Ma il rispetto della legge non si ottiene proprio quando si riconosce l’autorità?
«E qui cominciano i guai. Vede, i nostri genitori esercitavano un’autorità, come dire, “naturale”; la loro parola non era messa in discussione. Poi è successo quel che è successo, con il ‘68 per l’appunto. E i genitori si sono trovati disarmati di fronte ai loro figli. I padri e le madri si sono trasformati in fratelli e sorelle. Di più. Identificandosi con i figli, non hanno avuto più cuore di punirli, perché è come se punissero se stessi. E in tutto questo ha giocato un ruolo quanto mai negativo una certa pedagogia e una certa volgarizzazione della psicoanalisi, che hanno insistito talmente tanto sui traumi infantili e sui rischi nevrotici della frustrazione, da rendere ripugnante l’idea della punizione e della sanzione. Sia in ambito familiare che in ambito scolastico. Il risultato è che molti bambini e adolescenti di oggi sono diventati dei piccoli selvaggi».
Lei come definirebbe la figura dell’autorità?
«Le posso parlare dalla mia esperienza personale. Ho insegnato per trentotto anni. E so che un buon docente deve avere personalità, un briciolo di carisma, ma anche polso. Perché c’è un momento in cui la discussione cessa e le cose vanno fatte: punto e basta. Dunque, potremmo anche provare a definire l’autorità in negativo, quando viene a mancare. Perché se non ci si sottomette più di buon grado alla norma, prima o poi si arriva necessariamente a forme di costrizione. E si affaccia il rischio della violenza autoritaria. Questo è il passaggio stretto che stiamo attraversando».
Il punto di vista femminile, in quanto tale, ci può aiutare a ridefinire un nuovo modello di autorità?
«Sin qui no, perché i modelli culturali femminili sono stati improntati al sentimento, alla fusione, alla vicinanza. Mentre le caratteristiche proprie dell’autorità sono la distanza e il ritegno».
E il femminismo, in tal senso, che ruolo ha giocato?
«Ha sempre attaccato l’autorità, come emblema della dominazione maschile. Non senza buone ragioni storiche, naturalmente. Poi le cose si sono ulteriormente complicate con il neo-femminismo americano di marca naturalista, che mette la donna a fianco del bambino e contro il padre. La donna, in questa accezione, viene presentata come una vittima, disarmata al pari di un infante di fronte alla violenza maschile».
Lei è molto dura contro queste posizioni teoriche.
«Lo sono perché mi sembrano reazionarie e oggettivamente regressive, tutte tese a cancellare le battaglie universaliste di un tempo. Se la donna diventa uguale all’uomo, sostengono le esponenti di questa tendenza, si tradisce la femminilità. E invece è proprio dall’esaltazione della femminilità, dalla sua costitutiva differenza, che bisogna partire. Da qui la nuova centralità attribuita alla figura della madre, perché è la capacità di procreare che conferisce alla donna la sua generosità e superiorità morale. Si ripropone così una separatezza naturale che da un lato vede un uomo immancabilmente aggressivo, violento, sopraffattore, e dall’altro una donna sempre fragile, attenta, accogliente. Ma la generalizzazione in due blocchi contrapposti, gli uomini e le donne, non porta da nessuna parte. Riconduce nella trappola dell’essenzialismo e non risponde a verità».
E in Francia, questo nuovo femminismo, ha finito per prevalere?
«Non è facile rispondere. Sicuramente ha conquistato molte posizioni. Siamo nel pieno di una gravissima crisi economica e tanto per cambiare le donne sono le prime a pagare, con l’estromissione dal mondo del lavoro. Ma come reagiscono tante giovani di fronte a tutto questo? Legando il loro destino al mito dell’istinto materno. Quasi che la loro partita si giochi unicamente su quel terreno».
Se ho ben capito, il paradosso di questo neofemminismo è che, per quanto mosso da intenti radicali, finisce per ricondurre le donne negli antichi ghetti.
«Proprio così. Non so quante di queste femministe ne siano consapevoli, ma ripropongono tal quale il modello di Rousseau. Fino alla pubblicazione dell’Émile, le donne francesi erano molto libere riguardo alla maternità. Anche in provincia, o nelle classi sociali più umili. Poi arriva Rousseau e afferma che bisogna tornare alla natura, perché lì sta la saggezza. E la gloria della donna dove si manifesta? Nella maternità, naturalmente. L’adesione femminile a quel modello si fa immediata, impressionante. Con il bel risultato che gli uomini della Rivoluzione francese penseranno bene di recludere in casa le donne. A vivere la loro gloria, solo e soltanto in quanto mamme».
A ben vedere, questo neo-naturalismo è un modo ulteriore di eludere la questione dell’autorità.
«Certo che sì. Perché privilegia la legge della natura rispetto a quelle della politica e della cultura. Diventa una sorta di religione, e partorisce una rappresentazione della donna che rischia di portarci molto indietro».
Si potrebbe obiettare che proprio l’estraneità ultrasecolare delle donne dai luoghi di potere, le investa di una capacità diversa e migliore di esercitarlo. E analogo discorso si potrebbe fare a proposito dell’autorità.
«Sa perché non ho mai creduto alla logica delle quote? Perché le donne che ho visto all’opera nei luoghi di potere sono esattamente come gli uomini. Per una semplicissima ragione: il potere non ha sesso. Così come non ha sesso l’autorità, sulla cui figura vorrei spendere un’ultima parola. Forse oggi è tanto più difficile individuarla, perché l’autorità ha bisogno di segreto e distanza. E oggi sono scomparsi sia l’uno che l’altra. Senza contare che una persona autorevole, per essere tale, deve essere capace di dire no. Ma quanto è diventato difficile pronunciare quella paroletta, in un mondo come il nostro, letteralmente ossessionato dal consenso».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/03/elisabeth-badinter.html?ref=search

http://www.zeroviolenzadonne.it/oldrassegna/pdfs/f9f05b78564efa72b7207fd67ea112ae.pdf

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