DR. FREUD, DA POETA SEI MEGLIO

Riletture. Einaudi pubblica l’antologia Racconti analitici

di Giulio Galetto, larena.it, 23 dicembre 2011

Sigmund Freud, con le dirompenti novità che le sue teorie hanno recato nel modo di guardare all’uomo, costituisce oggi una frontiera contro la quale, un giorno sì e uno no, vengono notizie di attacchi più o meno demolitori almeno nelle intenzioni dei filosofi e forse soprattutto degli scienziati che di tali attacchi sono autori.
Ma sarà proprio vero che ormai è arrivata la stagione dei saldi per Freud e i suoi litigiosi discepoli di prima, seconda, terza generazione e per tutto l’armamentario, teorico e terapeutico, della psicoanalisi? È un sospetto che potrebbe venire accostandosi a questa splendida edizione, nella collana I millenni di Einaudi, di un gruppo di Racconti analitici (810 pagine, 85 euro). Mario Lavagetto – sagace indagatore di presenze direttamente o indirettamente freudiane in poeti e narratori come Saba, Svevo, Proust – realizza questa antologia di testi dedicati da Freud allo studio di casi clinici.
Freud è ormai pronto per essere letto come un narratore? Se i referti diventano racconti, significa che in qualche modo cadono le maschere dello scienziato, del medico, del terapeuta a vantaggio di un volto diverso, quello dello scrittore, del narratore?
Non è propriamente questo l’assunto sostenuto da Lavagetto nelle articolate, informatissime 60 pagine della sua introduzione, che tende invece a mostrare come Freud si sia a lungo arrovellato fra una tentazione di scrittura «da artista» e la necessità di non venir meno all’esigenza scientifica di rigore e di completezza in una materia restia a ridursi a quei tratti di congruenza e di bellezza formale che la sua educazione letteraria di tipo tradizionale considerava propri della creazione di valore estetico.
Insomma il consiglio di Lavagetto è di leggere, sì, come racconti i casi clinici (quello del Piccolo Hans, quello dell’Uomo dei topi, quello de Il delirio e i sogni nella Gradiva di Jensen, quello di Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, quello dell’Uomo dei lupi e di altri qui riportati nella traduzione di Giovanna Agabio e annotati da Anna Buia), ma non certo per ridurne il valore di discorso scientifico, di complessa approssimazione alla verità.
Piuttosto bisogna cogliere, nel corpo vivo della scrittura, il tormentato rapporto dialettico (e di una dialettica irrisolta, magari fecondamente irrisolta) fra letteratura e scienza. Facendo sì che, per via di paradosso, l’autore che scrive questi racconti di casi clinici e che per un’educazione ottocentesca classicistica privilegiava l’idea di racconto o romanzo come costruzione compatta, armoniosa, scandita da precisi rapporti di causa e di effetto, si sia venuto a trovare vicino agli scrittori del primo Novecento. Quei Kafka, Svevo e Musil, per citare solo tre nomi, che dovevano infrangere l’armonia, la consequenzialità, la catartica conclusività della tradizione per seguire le pieghe sottili, imprevedibili, continuamente depistanti dell’anima. Che poi era proprio il mestiere che Freud si era scelto col suo innovativo e scandaloso lavoro di archeologo dell’inconscio.
Così, se prendiamo l’esempio del caso clinico che Freud pubblicò nel 1918 con il titolo Dalla storia di una nevrosi infantile e che leggiamo come un racconto dal più suggestivo titolo L’uomo dei lupi, leggiamo, sì, la narrazione di una vita tormentata da ossessioni inspiegabili, da incubi (il sogno di quei lupi bianchi immobili sui rami neri di un albero); ma la storia di quell’esistenza nevrotica si muove oscuramente, nel succedersi di suspense sopra suspense senza conclusione certa, definitiva.
Insomma, se l’uomo dei lupi è in qualche modo un Edipo, la storia che ne può raccontare Freud non è l’Edipo re di Sofocle, non ne ha, non può e non vuole averne la precisa e coerente linea evolutiva. Ha, invece, tanti interrogativi sospesi, tanti gridi senza voce, tante immagini oscuramente sconvolte e sconvolgenti.

http://www.larena.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/318153_dr_freud_sei_meglio_da_poeta/

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