Buenos Aires è la città degli psicologi e Villa Freud il loro quartiere (2012)

Sono migliaia, e sono ovunque. In particolare, però, si sono concentrati in una zona della città che proprio per questo è stata rinominata “Villa Freud”. Scordate la New York di Woody Allen, anzi probabilmente se il regista scoprisse questo fenomeno tutto argentino non esiterebbe a girare qui il suo prossimo film

di Giulia De Luca, pangeanews.net, 14 gennaio 2012

«A Buenos Aires tutti sono in analisi, o l’hanno fatta oppure la faranno». È una delle frasi più pronunciate dagli argentini, o meglio, dai porteños, come vengono definiti in dialetto gli abitanti di Buenos Aires. Che, di solito, poco dopo aggiungono: «il porteño tipico è un isterico». Sia come sia, la capitale argentina vanta un primato che non ha nulla a che vedere con il calcio, la carne o il tango: è la città con il maggior numero di psicoanalisti al mondo in rapporto al numero di abitanti, uno ogni cento.
Forse è questa la ragione che ha dato origine, a partire dagli anni ’60, all’invasione di una zona del quartiere Palermo – il più grande della città – da parte degli psicologi, al punto che è stata soprannominata “Villa Freud”. «Qui all’angolo c’era un bar che si chiamava Sigi e aveva un grande ritratto di Freud sulla parete, quello famoso di lui che sta di profilo con una donna disegnata sulla testa» dice don Antonio, giornalaio di Plaza Guemes, il centro di Villa Freud. «E quest’altro cafè, tre gestioni fa – continua don Antonio – aveva un’insegna che diceva Plaza Freud».
Sono 70mila i professionisti che esercitano il mestiere in tutto il Paese – più dell’80% sono donne – ma la maggior parte (50mila) si concentra tra Buenos Aires e provincia. E mentre in altri Paesi quasi ci si vergogna ad affermare di essere in analisi, in Argentina e a Buenos Aires in particolare sembra sia stato superato il pregiudizio che circonda il ricorso a una terapia psiconanalitica. Esiste addirittura una giornata celebrativa del mestiere, el Día del Psicólogo (13 ottobre) e appena due anni fa, nel 2009, la carriera è stata dichiarata di interesse pubblico dal ministero dell’Educazione. In media, il prezzo per una seduta può andare dai 30 ai 100-150 pesos (da 5 a 25 euro) anche se c’è chi arriva a chiedere 600 pesos a seduta (come chiedere 400 euro, calcolando che lo stipendio medio è di circa 2.000 pesos). Il ricorso alla terapia inoltre è molto aumentato dopo il crollo economico che il paese ha subito nel 2001 – quando le scene da guerriglia urbana erano all’ordine del giorno e la totale incertezza del futuro era il sentimento più diffuso – al punto che molti professionisti accettarono di lavorare a credito.
«La psicoterapia qui è presente a moltissimi livelli – afferma Modesto Alonso, docente di psicologia all’università di Buenos Aires (Uba) e autore delle statistiche sulla presenza di professionisti nel paese – ed è stata sviluppata anche come qualcosa in più che stare stesi su un divano, perché dove c’è gente c’è lavoro per uno psicologo». I motivi per i quali le persone decidono di intraprendere un percorso di analisi sembrano essere gli stessi di altre parti del mondo: stress, ansia, depressione. Ma perché qui si usa di più la terapia?
Una cosa è sicura: Buenos Aires è in continuo cambiamento. La maggior parte dei negozi dura in media un paio di anni e le gestioni dei locali si susseguono senza sosta. Ogni cosa, che si tratti di una foto, un muro o un edificio, ha sempre più di un significato, quindi vari livelli di interpretazione. I prezzi aumentano, sempre e costantemente, i palazzi sono abbattuti e ricostruiti con la velocità di un videogioco. Persino la temperatura cambia all’improvviso, e può salire o scendere anche di dieci gradi nel giro di poche ore. Città piena di immigranti europei, resta sempre in un limbo sospeso tra il vecchio e il nuovo continente. In alcuni angoli è sudamericana, poi, all’improvviso, sembra di essere in una strada di Parigi. Persino la musica più tradizionale della città si è adeguata al nuovo millennio e le orchestre di tango si sono trasformate in bande: niente papillon, piuttosto qualche rasta e, in alcuni casi, occhiali a specchio.
La continua ricerca di un’identità chiara resta una delle ossessioni principali del porteño, sempre in bilico tra un’Europa lontana e spesso conosciuta solo attraverso i racconti dei nonni arrivati qui all’inizio del ‘900, e l’America Latina, terra natia, certo, ma per molti non sentita come quella d’origine. Il nazionalismo è in ogni angolo e la bandiera è esibita dalla destra e dalla sinistra allo stesso modo. Siamo argentini è il motto, ribadito ogni giorno a mezzanotte con il passaggio dell’inno nazionale alla radio. Eppure qualcosa non torna e in molti cercano una spiegazione.
«Per me la questione ha molto a che fare con il tema della ricerca di un’identità propria, che non sia per forza un miscuglio di culture portate qui da altri» dice Gonzalo Agopian, 30 anni, psicologo infantile  e numero di matricola 50.402. «Qui alcuni si sentono mezzi europei mentre altri vorrebbero esserlo ma sono tutti cresciuti in Sudamerica, nell’altro lato del mondo: è come essere alla ricerca di qualcosa che però è impossibile raggiungere».
«Certo, questo è un paese basato sull’immigrazione – conclude invece il professor Alonso – e gli immigrati sono venuti qui perché nel loro paese soffrivano. Molti paesi però sono costruiti sull’immigrazione, io non credo che il problema abbia a che vedere solo con la ricerca di un’identità perduta. Preferisco pensare al come è successo, alla diffusione della cultura della psicoanalisi e alla volontà di usare questi strumenti: il perché avviene è una domanda distinta e può avere centinaia di risposte».

Questo articolo è stato pubblicato, in formato ridotto, sulla rivista IL, mensile del Sole 24 ore (gennaio 2012).

http://pangeanews.net/tutti-i-paesi/buenos-aires-e-la-citta-degli-psicologi-e-villa-freud-il-loro-quartiere/

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