La battaglia per l’euro, l’intervista. Secondo il regista Peter Stein il risentimento montante per Berlino è il sintomo di una spirale irrazionale. «L’ONDA ANTI-TEDESCA È ANCHE COLPA NOSTRA MA È INGIUSTO EVOCARE L’ORRORE DEL REICH»

di Maria Serena Natale, corriere.it, 11 giugno 2012

La Germania del calcio che sabato ha battuto i portoghesi a Leopoli proprio non gli è piaciuta. «È una squadra molto giovane, sarà pure tra le favorite del campionato ma soffre troppo la mancanza d’esperienza». Tedesco che ha scelto di vivere in Italia, osservatore attento dei siparietti della politica, lui che al teatro vero ha dedicato la vita, il regista Peter Stein non è mai tenero con chi sbaglia schema. «Ci sono sempre due piani di verità che si sovrappongono – dice al Corriere -, una prospettiva immediata e un orizzonte storico più ampio. È assurdo che a questo punto della crisi nessun governo si concentri sul secondo».
Dal Mediterraneo sale un’onda anti-tedesca che mescola l’insofferenza al rigorismo di Berlino e l’accusa di egoismo a un Paese che ha sì sacrificato la forza del marco ma ha anche tratto grandi benefici dall’unione economica e monetaria. La Germania è destinata all’isolamento?
«Un certo sentimento anti-tedesco nei Paesi del Sud Europa non è una novità e va rafforzandosi. Si è innescata una spirale irrazionale che fa perdere di vista la legittimità di argomentazioni elementari, è naturale che i cittadini tedeschi chiamati a fare sacrifici e prestare denaro si domandino quando potranno rivedere i loro soldi e vogliano garanzie dai Paesi che fin qui non si sono messi al passo con il mercato globalizzato. Categorie come egoismo e isolamento però sono superate, ora si tratta di politiche economiche e regole comuni. I risultati ci dicono che quelle in vigore non funzionano e vanno cambiate».
Pensa che la Germania perno degli equilibri europei saprà gestire il cambiamento?
«Finora, a differenza di altri Paesi, ha saputo modernizzare l’economia, ristrutturare la pubblica amministrazione e lo Stato sociale, ma non è stata in grado di indicare una rotta che fosse praticabile per tutti. Dall’esplosione del caso Grecia tre anni fa sono sempre stato in disaccordo con le scelte della Merkel. Non ha senso concedere prestiti e poi porre condizioni troppo dure, se i tedeschi vogliono far parte di un’Europa unita devono trovare il modo di adattarsi a situazioni che sfuggono al loro controllo. Ciononostante è inaccettabile che circolino caricature della cancelliera con i baffetti di Hitler e allusioni al Reich. Quel passato non c’entra, qui è in gioco il futuro dell’Europa».
Non teme che questo clima di contrapposizione faccia sentire i tedeschi di nuovo sotto processo mettendo a repentaglio il doloroso lavoro di scavo nel passato e il faticoso superamento dell’«Unbehagen», quel disagio che Freud per primo aveva diagnosticato alla modernità?
«Il rischio c’è, ma non nel breve termine. Per ora i tedeschi sanno di aver lavorato bene e non vacillano nella coscienza collettiva che hanno costruito. Il processo di elaborazione del lato buio della nostra storia non si è mai concluso ed è tenuto costantemente in vita dalle istituzioni. Il pericolo semmai è eccedere nell’autocompiacimento per i risultati ottenuti e credere di poter fare a meno dell’Europa. Secondo recenti sondaggi il 52 per cento dei tedeschi vorrebbe tornare al marco, dimenticando che la moneta comune ha favorito le esportazioni e dato impulso alla crescita del Paese. Un Paese che tra qualche anno, visto il livello di esposizione delle sue banche, potrebbe trovarsi nella stessa situazione della Grecia. Siamo tutti legati a doppio filo e nessuno ha il diritto di salire in cattedra. L’Unione Europea è al fallimento e i piani di salvataggio non bastano, ciascun governo dovrebbe essere disposto a cedere parte della propria sovranità, rivedere il concetto di interesse nazionale e fare tabula rasa per cercare insieme agli altri nuove soluzioni».
Europa anno zero?
«Abbiamo l’opportunità di ricominciare da capo. Il nucleo originario di quest’Europa in macerie fu la comunità del carbone e dell’acciaio: l’Unione nasce come mercato comune, è costitutivamente economica. C’è della follia in questo».
Follia nell’aver rinviato la costruzione di un senso di appartenenza a un progetto comune?
«Sì, bisogna ripartire dalla cultura e dal sentimento comune, da un’unione politica ed emotiva. Purtroppo gli uomini non imparano dagli errori del passato e i cicli si ripetono, ce l’ha insegnato Eschilo, è la tragedia greca».

La parola
Unbehagen, ovvero disagio, sconforto, malaise. Una parola tedesca che richiama il titolo di un’opera di Sigmund Freud, Das Unbehagen in der Kultur ovvero, appunto Il disagio della civiltà. Scritta dal padre della psicanalisi nel 1923, esplora «l’attrito tra società e individuo», sostiene «il restringersi della libertà a causa della cultura e dell’evolversi della civiltà». Un pensiero forse condiviso da molti, in questi giorni, di fronte alla crisi in corso. In Germania ma non solo.

http://archiviostorico.corriere.it/2012/giugno/11/onda_anti_tedesca_anche_colpa_co_8_120611040.shtml

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