Omaggio a Giovanni Jervis. ANALISTI? COME EPIGRAFISTI

di Alessandro Pagnini, Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2012*

Tra Giovanni Jervis e Sebastiano Timpanaro, ci fu reciproca stima e affinità di vedute su diverse questioni. Ma anche qualche spunto polemico e forse qualche incomprensione. Lo testimonia l’ultimo scritto di Jervis, comparso postumo, Timpanaro e la psicanalisi: quasi un ripensamento autocritico per un vecchio dissapore con Timpanaro in tema di materialismo, accanto a un’ammissione di ampia consonanza di giudizio sulla “scientificità” della psicoanalisi. Tutt’e due temi, come ripensati da Jervis, che meritano alcune considerazioni, soprattutto perché convergenti su un aspetto, quello della difesa del valore della “scientificità”, che nei due pensatori risulta tanto centrale quanto problematico.
Nella sua corrispondenza con Cases, Timpanaro tornò più volte sul tema della scientificità della psicoanalisi. In una lettera del 26 marzo 1971 rispose a Cases circa alcune osservazioni che l’amico gli faceva, fresco della lettura dei saggi Sul materialismo. La posizione di Cases si riassumeva nelle seguenti parole: «In Freud la vita psichica è estremamente vicina a quella fisica, e in sostanza lui è sempre rimasto quel materialista che era in partenza». Cito per esteso la risposta di Timpanaro: «Freud rimane importantissimo come uno dei maggiori denunciatori e rappresentanti della crisi della borghesia europea raffinata-decadente-nevrotica. Ma quanto all’efficacia terapeutica e diagnostica della psicanalisi, valga il parere del grande Jervis: «L’efficacia terapeutica della psicanalisi non è provata in modo convincente; le interpretazioni freudiane del comportamento umano non risultano verificabili e si congegnano in modo tale da esser sempre vere, eccetera».
Qual è realmente la posizione di Jervis, chiamato in causa da Timpanaro a sostegno delle sue tesi sulla scientificità della psicoanalisi? È vero che Jervis lamentava, nello stesso intervento citato sopra da Timpanaro, che «gli psicoanalisti di tutto il mondo dimostrano una straordinaria capacità di disinteressarsi delle obiezioni che vengono loro rivolte nel nome del metodo scientifico»; quant’è vero che è stato lui uno dei pochissimi, e senz’altro il primo, a guardare senza pregiudizio alle critiche epistemologiche che, soprattutto in area angloamericana, venivano rivolte alla psicoanalisi. Fu lui a curare la traduzione italiana, sia pur parziale, del monumentale Psicoanalisi e metodo scientifico di Sidney Hook. E in quell’occasione ebbe anche modo di anticipare motivi di chiara vicinanza alle opzioni metodologiche e ontologiche di Timpanaro: quando per esempio ammiccava alla «risorgente psichiatria pavloviana» e alla «psicologia dell’apprendimento» come necessari complementi a una teoria che voglia ricomporre «Io studio della neurofisiologia e lo studio dei disturbi del comportamento», o quando auspicava «una rivalutazione del materialismo “volgare” degli sperimentalisti». E dunque, per quel che riguarda la necessità di un confronto tra epistemologia e psicoanalisi, Jervis e Timpanaro sono all’unisono.
Non è facile peraltro decifrare a che tipo di epistemologia ci si appella. Il riferimento al metodo scientifico è generico da parte di ambedue. Le simpatie, comunque, vanno per un atteggiamento di tipo “demarcazionista”: da una parte c’è la scienza, un tipo di conoscenza strutturata e coerente (all’interno della quale non ci stanno due teorie “scientifiche” che risultino tra di loro inconsistenti; e per Jervis, già dalla fine degli anni Sessanta, non c’è teoria che riguardi la patologia del comportamento umano che non sia “psichiatrica”, e che dunque non debba essere confrontata con altre teorie in quell’ambito), vincolata da costrizioni relative al controllo empirico, dove non c’è spazio per scienze sui generis nel senso che si sottraggano a una discussione pubblica, a un riscontro intersoggettivo delle sue acquisizioni; dall’altra, ci sono la magia, la pseudoscienza, i pregiudizi di tipo misticoreligioso e soprattutto le illusioni di una “scienza” che pretenda di essere tale rinunciando al contempo all’oggettività in nome dell’irriducibilmente soggettivo e del qualitativo. Ma i richiami al metodo restano generici. Del resto, la stessa filosofia della scienza era in quegli anni in profondo rivolgimento, con l’empirismo logico, nella sua fase “liberalizzata”, che sopravviveva, ma oscurato dal virulento affacciarsi sulla scena del falsificazionismo popperiano e misto a volte, in tema di psicologia, a persistenze di operazionismo. In un’Italia digiuna di scienza ma anche di epistemologia, e soprattutto nella cultura marxista allora egemone, vigevano giudizi affrettati e liquidatori sul sapere stesso convogliato dalla filosofia della scienza, che all’epoca veniva considerato una forma di “idealismo”, in quanto più concentrato sull’apporto del soggetto conoscente (con tutti gli intralci ideologici e di falsa coscienza a lui imputabili) che non sulla “verità” dell’acquisizione scientifica stessa. Timpanaro la pensava così, in maniera che oggi ci risulta quasi indecifrabile, da quanto gravata di pregiudizio.
Ecco dunque perché il richiamo al valore della scientificità risultava così generico e quasi soltanto un monito. Perché già in sé parlare di “valore” nella scienza era uno scandalo. Basti pensare a quello che scriveva Cases in quegli anni sul neopositivismo, mal concependo la critica alla metafisica di quella filosofia come se significasse una negazione del valore “umano” di tutto ciò che non ricade nel dominio della scienza, e ignorando la dimensione etica dell’intero movimento legato a un’idea di filosofia che indicava nel rigore, nell’intersoggettività, nell’antidogmatismo e nell’avalutatività (essa stessa un valore) le premesse necessarie di ogni pretesa di “razionalità”. Al di là del comune richiamo al valore della scientificità, c’è comunque un altro aspetto, imparentato con il primo ma più specificamente motivato ed esemplificato, che avvicina le critiche alla psicoanalisi di Jervis e Timpanaro: l’insofferenza verso l’iperinterpretazionismo” dei freudiani. Tale tendenza per Jervis, oltre a essere in questo senso “patologica”, indica anche una «incapacità di ragionare in termini probabilistici». Ancora una volta un richiamo a un comportamento “sdentifico”, alla pubblicità dei dati, all’oggettività, a una visione per quanto possibile “in terza persona” degli elementi su cui si costruisce una spiegazione. Fermo restando che la psicoanalisi non potrà mai somigliare a una scienza sperimentale, ma, sì, a una scienza dell’osservazione; e che i suoi criteri di oggettività non saranno mai ispirati a un ideale formale-matematizzante, ma a quello stesso ideale, vicino al senso comune, che ispira «l’epigrafista che tenta di decifrare il significato di una serie di scritte su un monumento antico», o «la ricerca paziente e metodica di un archeologo», 0 la «ricerca importante e seria di chi si occupa di filologia, o di estetica, o di storiografia… o semplicemente prepara una bibliografia». Tutte discipline che possiamo benissimo non considerare in senso stretto scienze, ma che si possono praticare “scientificamente” o meno.
Per concludere. Il rapporto di Jervis con la psicoanalisi è complicato e ricco di sfumature. Sicuramente è stato un rapporto in divenire, come del resto sono state in divenire anche le stesse teorizzazioni all’interno della psicoanalisi. Ma non è mai venuta meno, nelle sue considerazioni, l’idea, pienamente condivisa da Timpanaro (e in parte ispirata dai suoi lavori), che la scientificità ne fosse un valore (a scherno dell’idea stessa della psicoanalisi come “scienza borghese”, cui invece Timpanaro concedeva un po’ troppo), e che tale valore fosse racchiuso in un “metodo”, o meglio ancora in una forma mentis, che accettasse la verità come idea regolativa, non deflettesse mai da un atteggiamento critico, non si sottraesse a quei vincoli e a quelle costrizioni che, pur nella loro rivedibilità, sono l’essenza della ricerca scientifica.

L’articolo di Alessandro Pagnini è tratto dalla rivista «Medicina nei secoli» (volume 24, n. 1,2012; http://www.histmed.it). Il fascicolo, curato da Gilberto Corbellini, Massimo Marraffa e Riccardo Williams, è interamente dedicato a Giovanni Jervis, e ospita anche contributi, tra altri, di Luciano Mecacci, Patrizia Guamieri, Luigi Onnis, Nino Dazzi e Mario Miegge. 

http://notizie123.it/a/1675951/omaggio_a_giovanni_jervis._analisti_come_epigrafisti

http://www.banchedati.ilsole24ore.com/doc.get?uid=domenica-DO20120715027AAA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...