Essere papà, imparo ogni giorno ciò che ancora non capisco

di Marco Filoni, pubblicogiornale.it, 25 ottobre 2012

Contrariamente a ogni buona norma, comincerò con l’ammissione di un imbarazzo. Che mi pare onesto confessare sin da subito. Quando il direttore di questo giornale, Luca Telese, mi ha chiesto di scrivere un articolo sulla nascita di mio figlio e la mia condizione di “neo- padre”, ho provato un forte disagio. Perciò gli ho risposto di no. Per molti motivi: primo fra tutti il fatto che sono padre da una settimana. Sarebbe ridicolo, ho pensato, mettersi a discettare sulla paternità avendo alle spalle un’esperienza inesistente. Con quale autorevolezza e autorità potrei scrivere in quanto padre?

Certo, è vero che quando si tratta dell’esser genitori è un po’ come se si trattasse dell’allenatore della nazionale di calcio: tutti sanno come si fa e tutti sono pronti a dispensare consigli arguti nonché fondamentali istruzioni. Ma al di là dell’esperienza, anche avendola: come si fa a raccontare una simile condizione? Insomma, la mia perplessità era – e rimane – quella di incappare in un fatto semplice e banale: quello di non aver proprio nulla da scrivere. Ma il direttore ha insistito: il nostro è un giornale che racconta storie, mi ha detto, quindi dobbiamo raccontare anche quelle storie che ci attraversano.

E indubbiamente non posso non riconoscere che la nascita di mio figlio ha attraversato la redazione di questo giornale per l’entusiasmo dei colleghi e per la loro partecipazione. Tanto inaspettata quanto gradita. Una settimana fa hanno scritto fra queste pagine un trafiletto, delizioso, nel quale dicevano che con mio figlio avevo allora fatto il mio pezzo migliore. Ecco, non potevo esimermi quindi dallo scrivere il mio peggiore. Ma c’è anche un altro motivo, forse ancora più importante, per il quale non avrei voluto scrivere queste righe. Perché queste infrangono una delle mie regole auree: non scrivere mai ciò che appartiene al tuo ambito privato. Già, perché parlare di sé in prima persona espone sempre al rischio della vanità e al considerare oggettivamente valide delle esperienze che invece fanno parte della propria – e povera – cronaca quotidiana. Tant’è.

Cedo, sperando di sfuggire a ciò che il buon vecchio Gadda chiamava “l’aguto tartufare” dell ’autoreferenza. Il tema è di quelli che espongono a ogni sorta di rischio. Primo fra tutti quello di dire o ripetere opinioni comuni – che poi, tradotte in questo contesto, significano solamente banalità – sulle quali proprio non si avverte alcuna necessità di un intervento che giustifichi quanto vado scrivendo. Che significa essere padri? Non farò il torto di elencare una serie di definizioni scolastiche o almeno di maniera, che in quest’a m b ito servono a poco e non ci porterebbero lontani. Del resto potrei, e anzi forse dovrei, solcare i sentieri di coloro che prima di me si sono avventurati su queste vie – che so, ricostruire la storia della paternità dal mito e dalla tragedia greca sino ai padri mancati, inesistenti, quelli del Novecento così chiosati da Natalia Ginzburg: «È estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri. Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani, essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri». Ma non farò niente di tutto ciò. Non risponderei a quella domanda, il cosa significa essere padri, alla quale però non riesco a trovare davvero una risposta. Pretestuosamente, posso provare ad aggiungere una parola: “oggi ”.

Infatti credo vi sia una differenza fra l’essere padri ieri e l’essere padri oggi. Lo vedo fra i miei coetanei e la generazione dei nostri padri. Un esempio: mi ha stupito quando i miei genitori sono venuti in clinica a trovare il neonato e la mamma. Subito mia madre, già nonna, ha voluto prenderlo in braccio. Mio padre invece no, si è messo di lato, ha osservato, ha riso, ha commentato i tratti somatici per quanto questi possano valere a un giorno dalla nascita. Gli ho chiesto se voleva prendere il bimbo e lui mi ha risposto di no, aveva sempre avuto il terrore di prendere in braccio un neonato. Perché è troppo fragile, ha detto. Così gli ho chiesto come aveva fatto con me e mio fratello, scoprendo che da neonati non ci aveva mai cullati. E nemmeno aveva mai preso in braccio nei primi mesi mio nipote Leonardo, il figlio di mio fratello, che ha quasi tre anni. Così mi è venuto spontaneo prendere il bimbo e appoggiarlo su di lui, lasciarglielo in grembo e vedere cosa succedeva. È stato bravo mio padre, a oltre settant’anni, per la sua prima volta con un neonato in braccio.

Quindi, mi sono detto, forse era soltanto un problema culturale, quello che gli aveva impedito fino ad allora di abbracciare un neonato. Almeno così ho pensato solo qualche ora dopo, quando la stessa scenetta si è ripetuta, identica, soltanto che al posto di mio padre c’era il padre della mia compagna – ma non ho avuto il coraggio di forzare anche lui mettendogli il neonato fra le braccia, così senza preavviso. In quel momento ho pensato ai padri della generazione di mio padre. Poi ho pensato agli altri padri, quelli della mia generazione, dei miei coetanei: è vero quanto si va dicendo da un po’ di tempo, che ormai questi padri (fra cui me stesso) sono quelli che vogliono esser presenti nella vita dei loro figli, se li coccolano e li cullano, cambiano pannolini con facilità, hanno ampie conoscenze su coliche e allattamento materno. I miei amici padri sono tutti così. Presenti. Poi mi sono venuti in mente gli altri futuri padri che ho incontrato durante il corso preparto. Già, ci sono anche i corsi. Per le mamme, certo, ma alcuni incontri sono riservati anche ai “mariti ” – come veniamo categorizzati in questi casi noi uomini.

Ecco, a questi incontri un’ostetrica piuttosto simpatica e diretta ci ha spiegato alcune cose pratiche. Cose che un tempo erano appannaggio delle nonne e delle mamme: quando veniva il turno per una donna di partorire sapeva di poter contare su di un sapere matriarcale, tramandato e sicuro. Oggi alla saggezza popolare abbiamo sostituito internet. Oppure i corsi preparto. Comunque a questi corsi ho capito che sussistono ancora resistenze da parte maschile a prendere parte alla giostra della nascita del figlio. A un certo punto l’ostetrica ha chiesto se tutti i futuri padri presenti volessero assistere in sala parto e, ecco, qualcuno era piuttosto titubante. Alla domanda del perché non volessero partecipare, la risposta è stata piuttosto interessante: “beh, ecco, non so, non ci ho pensato!”. Residui culturali? Forse, anche se indubbiamente sono soltanto casi isolati. Il parto in sé, prima appannaggio esclusivo della donna, oggi ha aperto le porte anche a noi uomini: per la maggior parte assiassistiamo al parto, ci spiegano cosa fare e come partecipare attivamente –capiamoci, la partecipazione è minima, si riduce a qualche massaggio che si può fare alla propria compagna per alleviarle un po’ il dolore durante il travaglio, poi il “lavoro sporco” lo fa tutto lei, dolori e spinte, sangue e sudore. Insomma, non so bene se ho detto qualcosa di sensato fra queste righe. Credo proprio di no.

La paternità è anche questo: ho scritto di notte, fra un piantarello e l’altro del pupo, appannato dal sonno e dalla stanchezza – anche perché quando hai tuo figlio in braccio ti accorgi che te l’hanno fornito senza il manuale d’uso: se piange, se strilla e strepita non sai mai perché lo sta facendo e non capirai mai sino in fondo il perché. Non credo che vi sia la possibilità di esprimere le sensazioni di questi momenti, inedite e forti, piene, qualcosa che fatichi a comprendere. È come essere innamorati. I figli si partoriscono ogni giorno, scriveva Alda Merini, e noi padri vogliamo assistere ogni volta al parto. È un modo di essere genitore. L’evoluzione della specie del padre. Mi vengono in mente le parole che Dostoevskij mette in bocca a uno dei suoi personaggi dei Fratelli Karamàzov: «Chi genera non è ancora padre, un padre è chi genera e chi lo merita». (PS: un certo senso del pudore mi ha impedito sin qui di nominare la mamma di Elia, mio figlio, senza la quale non sarei padre, senza la quale non sarei molte cose, perciò a Benedetta il mio pensiero più dolce).

 

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