Baudelaire, il riso viene dal diavolo

di Roberto Calasso, corriere.it, 12 dicembre 2012

Il comico è figlio del peccato, senza il quale non ci sarebbe vita. Il progresso è solo un’attenuazione della caduta originaria

Poiché ci troviamo in questi luoghi, dove Baudelaire commise il faux pas di presentare la sua candidatura all’Académie Française e Sainte-Beuve, per parlare di lui, fu costretto a sillabare il suo nome, mi sono domandato come mai è accaduto che, protetto appunto da quel nome, mi trovi oggi a parlarvi qui.
Guardando indietro, mi sono reso conto che da più di trent’anni sto scrivendo una anomala saga familiare (o «romanzo familiare» nel senso di Freud) dove i protagonisti sono non soltanto certi personaggi, ma certe parole, idee, immagini, gesti. Famiglia dispersa, nel tempo e nello spazio, in cui però certi legami sono rimasti molto stretti e uniscono l’India dei Veda alla Parigi del Palais-Royal. In questa saga fino a oggi si sono susseguiti sette libri, ma la storia non è ancora conclusa. In alcuni di questi libri la distanza fra gli argomenti di cui si parla è, secondo l’opinione comune, immane e invalicabile. Mai come nel caso di Ka, opera composta da miti vedici e indù, e del libro successivo, K., dedicato all’opera di Franz Kafka. Ma proprio questo caso può offrire una dimostrazione evidente di ciò che intendo: tutto K. , infatti, è uscito, come il djinn delleMille e una notte dalla bottiglia, da una singola frase di Ka. Dove si diceva che la differenza fra Prajapati e gli altri dèi vedici è simile a quella fra K., protagonista del Processo e del Castello, e i personaggi di Balzac o di Tolstoj.
Inoltre, come accade in altre saghe familiari, alcuni personaggi che in certe parti sono marginali in altre occupano il centro della scena e in altre ancora scompaiono del tutto. Baudelaire è uno di questi – e, percepibile dietro di lui, Chateaubriand. Verso la fine della Rovina di Kasch, che è il primo pannello di questo «romanzo familiare», si trova già Baudelaire, in una posizione strategica. E Chateaubriand contrappunta la prima parte, che si svolge nel periodo intorno alla Rivoluzione Francese. Venticinque anni dopo, giunti al sesto pannello, che è La Folie Baudelaire, Baudelaire diventa il perno attorno a cui ruota l’intero libro, dove inevitabilmente riappare Chateaubriand, primo dei dandies per Baudelaire. Ancora una volta, i personaggi si ritrovano, così come si ritrovano oggi, in occasione di questo premio, che tanto più mi onora in quanto unisce questi due nomi, Baudelaire e Chateaubriand, essenziali per me e per tutto ciò che ho scritto.
Quando ho cominciato a elaborare La Folie Baudelaire, mi era ben chiaro che non si sarebbe trattato di uno studio su Baudelaire, ma di un libro dove Baudelaire avrebbe fatto da guida attraverso i Salons della propria psiche e di quella di Parigi, nonché da navigante che segue con il suo battello quell’«onda Baudelaire» che attraversa tutto il secolo XIX e si infrange all’inizio del secolo XX, con la Recherche di Proust.
Non solo: al centro del libro non ci sarebbe stata un’opera di Baudelaire, ma un suo sogno – l’unico che abbia raccontato diffusamente. Ora, in quel sogno si riconoscono, uno per uno, con quasi dolorosa evidenza, tutti i fili con cui si è tessuta l’opera di Baudelaire. E il luogo dove il sogno si svolge, che è un imponente bordello-museo, a nulla somiglia come a una sorta di Palais-Royal trasportato in uno sconfinato intérieur, quasi che ormai la scena non potesse più essere il mondo esterno ma solo la psiche, che non ha confini, secondo la parola di Eraclito.

Per continuare:

http://www.corriere.it/cultura/12_dicembre_12/calasso-baudelaire-riso-viene-diavolo_ff48ba96-4466-11e2-a26e-c89e7517e938.shtml

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