Vita da Twitter-star, Barbara Collevecchio: “Gli elettori 5Stelle? Stanchi del narcisismo della vecchia politica”

Twitter è ormai un continente connesso. Con circa 5 milioni di utenti solo in Italia, è dal social network dell’uccellino che partono ogni giorno notizie, spunti di riflessione, dibattiti, catene infinite di battute, amicizie, qualche volta amori.  Su Twitter spesso sono i giornalisti a raccogliere grande seguito, ma c’è spazio anche per utenti che hanno qualcosa da dire e che con il tempo sono in grado di affermarsi, farsi conoscere, diventare un punto di riferimento. Da oggi cominciamo su Tiscali una nuova rubrica: Vita da Twitterstar. Ogni settimana daremo voce ad un utente Twitter con seguito robusto. Sarà già noto, o emergente, ma comunque con un punto di vista interessante.

di Federico De Mello, notizie.tiscali.it, 12 aprile 2013

Cominciamo con Barbara Collevecchio (https://twitter.com/colvieux). Psicologa, blogger e saggista, 38 anni, quasi 10mila follower, è stata la prima in Italia ad utilizzare, sui social network, la cassetta degli attrezzi dell’analisi psicologica per sondare i riti e i protagonisti della vita politica. Con il tempo, visto l’attualità, è diventata un punto di riferimento, un hub, uno snodo, anche per le sue riflessioni riguardanti il Movimento 5 stelle e la figura di Beppe Grillo. La sua è una visione molto utile per capire i cambiamenti che stiamo vivendo. È lei, una figura nata sul web, la prima “Twitterstar” a cui diamo la parola.
Barbara, tu analizzi le connessioni sociali e psicologiche relative alla Rete e ai social network. Quali trasformazioni stiamo attraversando?
“Penso che stiamo assistendo ad una trasformazione del dialogo pubblico. l’agorà indubbiamente è diventato virtuale, tutti noi ci stiamo spostando lì in quanto il “dialògos”, ormai, è anche digitale”.
Da psicologa, secondo te, non perdiamo qualcosa concentrandoci soprattutto sulla “comunicazione non verbale”?
“Il rischio c’è. Ma la patologia subentra quando c’è rigidità. Tutti noi abbiamo delle sfumature: siamo tutti un po’ narcisisti, un po’ paranoici. Ma quello che conta è il grado di paranoia e di narcisismo che abbiamo: se diventa la caratteristica principale di un individuo – quando una persona si confonde con il suo avatar, magari -, ecco che risulta a rischio. Ma già essere presenti online con nome e cognome, porta in sé un grado di realtà”.
Quando hai aperto il tuo account Twitter?
“Più o meno un anno fa”.
Perché?
“In realtà è stato un caso. Ero in viaggio, mi sono ritrovata questa app sul telefono, l’avevo scaricata molto tempo prima. Così ho iniziato un po’ a smanettarci”.
Ora sei vicina ai 10mila follower. Hai idea di come sia composto il pubblico che ti segue?
“Ho iniziato principalmente occupandomi di editoria perché ai tempi seguivo una casa editrice, il primo “cerchio” è stato perciò quello di persone interessate ai libri e alla crossmedialità. Poi piano piano ho cominciato a pubblicare i miei articoli di critica letteraria ad indirizzo psicologico e lì sono arrivati altri colleghi psicologi e psichiatri. Quindi ho cominciato a sperimentare questa nuova formula: applicare la psicologia alla politica”.
Si parla sempre più spesso di psicologia. Come te lo spieghi questo “boom”?
“Forse in momenti complessi come quello che stiamo vivendo, durante i quali elaborare il reale è diventato difficile, un boom della psicologia – e non della psicoanalisi – si può spiegare con un enorme bisogno di ermeneutica”.
Spiegaci meglio.
“Nella complessità, nel caos, noi essere umani tendiamo a sviluppare forme di psicosi. C’è dunque bisogno di una visione, di una interpretazione del caos: è questa l’ermeneutica”.
Il tuo approccio dove ti ha portato?
“La comunicazione politica professionale, di fatto, è nata negli anni ottanta. In quel periodo nascono gli spin doctor che puntano a vendere l’uomo politico come un prodotto di marketing. Il marketing, non a caso, è spesso fatto da psicologi: nelle mie ricerche ho scoperto che il primo spin doctor della storia è stato il nipote di Freud. Avendo per professione le stesse “armi”, ecco che così si può analizzare meglio la politica contemporanea”.
Anche per questo ti sei trovata a seguire con attenzione il fenomeno Grillo?
“Indubbiamente. Già da tempo scrivevo che quando uno è stufo della moglie, o del marito, va a dormire sul divano. La “vecchia politica” non si è rinnovata ed è rimasta chiusa nel suo narcisismo – che può essere anche una forma di autismo incapace di ascoltare gli elettori. Il boom di Grillo è proprio questo: una grande fetta di elettori che decidono di andare a dormire sul divano”.
È diventato così il secondo partito italiano?
“È quanto di più normale possa succedere. Se tu vedi gli adolescenti o i bambini con genitori troppo repressivi, riscontrerai in loro forme di ribellione. Solo i “vecchi partiti” non potevano percepire che il 40 per cento dell’astensionismo sarebbe stato colmato da Grillo: lui ha dato voce alla disperazione di tutti noi”.
E cosa c’è che non funziona?
“Grillo ha dato voce a questa disperazione in modo quasi pericoloso, si è fatto leader “sacro”. La ribellione di chi lo segue, non è più negli argini di un contesto socializzato: è veicolata da un uomo soltanto. Lui. Una protesta diventa sociale quando c’è una base che porta avanti delle istanze allargate. Nei suoi confronti, invece, c’è una delega totale, come se fosse un messia. Eppure si è proposto come più democratico e orizzontale rispetto alla “vecchia politica”.
Ma dov’è questa orizzontalità?
“Parla solo lui e il leader è solo lui. Casaleggio ha fatto spesso un confronto con movimenti “leaderless”, senza leader. Ma se paragoniamo Occupy Wall Street, o gli Indignados spagnoli, con il movimento a 5Stelle, è chiaro che nel primo caso sono movimenti orizzontali, nel secondo, del tutto verticale”.
Se dovessi avere in analisi il personaggio Grillo che profilo ne tracceresti?  Lo psicologo Recalcati ha parlato di un adolescente che non vuole crescere. Condividi?
“Ho una grandissima ammirazione nei confronti di Recalcati e quando io parlo di “protesta non socializzata” le nostre analisi coincidono. Ma c’è anche un fattore in più: secondo me per quanto riguarda il blocco adolescenziale di Grillo, come abbiamo verificato con altri colleghi, si riscontrano tratti di vendetta “kleiniani”.
Ovvero?
“Melanie Klein è una psicanalista freudiana che parlava di non elaborazione della fase di “vendetta” contro i padri. Recalcati nel suo nuovo libro parla di Telemaco, del figlio di Ulisse, di un adolescente che diventa grande non uccidendo il padre, ma prendendo il buono che c’è in lui per creare qualcosa di nuovo. Grillo non è questo: i “vaffanculo” sono mera protesta, la fase “costruttiva” ancora non si vede”.
È la sua “sacralità” a generare quei meccanismo di violenza alla quale si assiste su Twitter nei confronti di chi lo critica?
“Indubbiamente. Quando non c’è un ideale, una visione comune, l’unica cosa che accomuna questa massa di persone è il leader. E quando ai fedeli gli tocchi il loro dio, possono diventare feroci”.
Tornando a Twitter? Dove trovi gli spunti per glia aggiornamenti?
“Le notizie ormai me le danno i miei follower: mi fanno un servizio di informazione personale. Trovo tutto ciò lo trovo straordinario”.
Chi segui tu invece?
“Tantissimi giornalisti, soprattutto quelli giovani che sono bravissimi”.
Vedi una differenza tra giornalisti più o meno giovani su Twitter?
“Una differenza totale. Innanzitutto con i giovani c’è una possibilità di interagire che con “i vecchi” ti puoi sognare. Ti dico solo che Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, mi ha bloccato per una critica sulla sentenza de L’Aquila. Gianni Riotta non ti risponde mai e re-twitta solo i complimenti. Tutti i giovani giornalisti, invece, hanno capito che oggi il giornalismo si fa in un altro modo, collaborativo, questo è il futuro”.
Quanto tempo dedichi a Twitter durante il giorno?
“Due, tre, quattro ore. Dipende. Con l’iPhone spesso vado a controllare e quando mi insultano i grillini mi ci dedico un po’ di più”.
Con le device, gli smartphone, stiamo uccidendo i tempi morti, siamo in continua fuga da qualsiasi attesa. Possiamo arginare il fenomeno?
“Al giorno d’oggi c’è una esigenza quasi nevrotica di riempire il tempo, il silenzio e il vuoto. Non a caso nella cultura orientale il vuoto è un valore mentre da noi viene associato a qualcosa di negativo. C’è troppo rumore sicuramente. Io mi salvo perché vado spesso al mare a passeggiare con il cane…”
E porti con te il telefono?
“No: il contatto con la natura, con gli animali è qualcosa che ti salva. C’è bisogno di silenzio. In fondo, su Twitter, c’è sempre tantissimo rumore”.

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