Perché Freud è una leggenda

di Alessandro Pagnini, Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2013

All’Università di Vienna, nel 1916, davanti all’uditorio che ascolta la sua diciottesima lezione di introduzione alla psicoanalisi, Sigmund Freud si canonizza.
Dopo Copernico, che inferse la prima delle grandi mortificazioni all’amore di sé dell’uomo, sino ad allora convinto di un posto centrale e privilegiato nell’universo, e dopo Darwin, che gli tolse anche il vanto di un’origine speciale e nobile nel creato, la psicologia nega ora all’io di essere «padrone in casa propria».
Il riferimento è esplicito alla «scoperta dell’inconscio» e al modo “energico” con cui la psicoanalisi, forte di evidenze empiriche e di spregiudicatezza accademica, la sta eroicamente difendendo contro tutti. È l’enunciazione di quella che già Henri Ellenberger e Frank Sulloway avevano stigmatizzato chiamandola «leggenda freudiana»: l’affermazione perentoria da parte di Freud del carattere rivoluzionario e epocale della psicoanalisi, la denuncia delle ostilità feroci e delle “resistenze” irrazionali contro di essa e l’insistenza sulla «forza morale» necessaria ad affrontarle, infine la negazione di validità ad ogni teoria rivale e la “dimenticanza” di qualsiasi debito e riconoscimento verso il passato della psicologia e della psichiatria.
Perché “leggenda”? Ce lo mostrano uno storico (Shamdasani) e un letterato (Borch-Jacobsen) già autore di numerosi saggi di argomento psicoanalitico, compresa un’ottima monografia su Lacan (trad. it. Einaudi, 1999), aggiornando un lavoro già uscito in Francia sette anni fa e ora pubblicato in una nuova versione in inglese e tradotto in italiano: “una leggenda è una storia pensata per essere ripetuta meccanicamente, in modo quasi inconsapevole, come le vite dei santi recitate nelle preghiere mattutine dei conventi medievali”.Ma non è detto che sia una litania sempre uguale a se stessa. Anzi, la sua vitalità e durata nel tempo consiste proprio nell’avere una “struttura aperta”, capace di adattarsi ai più diversi contesti culturali (della leggenda freudiana ne esistono versioni positiviste, esistenzialiste, ermeneutiche, freudomarxiste, narratologiche, cognitiviste, strutturaliste, femministe, decostruzioniste, fenomenologiche e oggi anche neuroscientifiche), pur di mantenere, però, la sua identità nell’idea che la creazione di Freud sia stata un evento senza precedenti e un’acquisizione irreversibile. Eppure, proprio mentre Freud si assegnava pubblicamente un posto, scomodo ma decisamente “rivoluzionario”, nella storia dell’umanità, altre psicologie, di Wundt, di Brentano, di Ebbinghaus e di William James, ambivano al rinnovamento della loro disciplina (curiosamente con analoghi riferimenti alle grandi rivoluzioni della scienza) e al suo collocarsi tra le scienze con programmi di ricerca che, se non fossero stati delegittimati dall’impero del paradigma psicoanalitico, avrebbero accelerato altri percorsi (uno dei modelli sacrificati e oggi in auge appare chiaramente nel capitolo su «La mente inconscia» del recente Marraffa & Paternoster, Sentirsi esistere, Laterza). Borch-Jacobsen e Shamdasani hanno compiuto un mirabile lavoro di storia della scienza e delle idee, sfatando quella leggenda ancora custodita da censure, da archivi sigillati, da memorie ad hoc, che fino a oggi ha alimentato pregiudizi e mitologie intorno alle origini e alla “verità” della psicoanalisi. La quale alla fine risulta, per dirla con un efficace termine di Lévi-Strauss ripreso dai due autori, un «significante fluttuante», «che può servire a designare tutto», ma che alla fine è “niente” («non è mai esistita” e “in un certo senso, non esiste più»): un’unità senza identità, stabilita solo da una propaganda sin dagli inizi truffaldina e censoria, consolidata attraverso la patologizzazione e la colpevolizzazione degli avversari, e più spesso tramite millanterie scientifiche senza fondamento.
Ma se il Dossier Freud ci mostra quanto la psicoanalisi (e magari più per colpa di Freud che non di uno Jung, per esempio) sia «vulnerabile alla sua storia», il recente lavoro revisionista radicale di Ffytche sulle fonti dell’inconscio psicoanalitico compie il passo ulteriore di scavare nelle idee romantiche e nell’idealismo postkantiano per far luce sugli impliciti, anche morali e “politici”, di concetti centrali nelle teorie di Freud quali quelli di inconscio e di rimozione. Per Ffytche, tra gli inizi dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, teorie filosofiche del soggetto e teorie della psiche si intrecciano, e l’inconscio diventa, sì, oggetto di ricerca empirica, ma insieme anche una soluzione ai dilemmi legati allo statuto “ontologico” dell’individuo e al problema della sua libertà. Dall’Io di Fichte, alla “psiche” di Schelling, all’apparato psichico di Freud (non a caso da lui ancora indicato col termine Seele, comune alle filosofie idealiste) si verifica un progressivo distacco da una concezione assoluta e teologica del mondo, fondante la vita individuale, ad un’immagine di strutture che governano l’individuo come un’unità indipendente.
Detto in breve, Ffytche, riprendendo delle intuizioni di Odo Marquard e di Foucault (e, avrei aggiunto, di Tugendhat), intende dimostrare la stretta relazione tra l’invenzione di un inconscio psichico e il gran clamore, in epoca romantica, intorno alla definizione di un soggetto autonomo, autodeterminato, che diventerà poi particolarmente significativo relativamente a certe forme di ideologia liberale e di individualismo filosofico. E qui non si tratta di reperire delle “linee di influenza” che soddisfino un interesse meramente antiquario su quello che è successo prima di Freud; bensì di comprendere la funzione ideologica del concetto di inconscio, con tutto quello che si porta dietro relativamente ai problemi dell’individualità e dell’autonomia, in modo da illuminarci anche sul senso delle nostre teorizzazioni attuali.

http://www.ordinepsicologilazio.it/h_rassegna_stampa/h_dicono_di_noi/pagina664.html

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