II bambino è salito in cattedra

Da oggetto passivo della narrazione, la letteratura del ‘900 ha trasformato il fanciullo in soggetto critico nei confronti della società. Lo spiega un saggio di Caramore
 
di ElisabettaRasy, Il Sole 24 Ore, 16 giugno 2013
Nel 1919 Franz Kafka, allora trentaseienne, scrive una lettera a suo padre che è un dettagliato atto d’accusa nei suoi confronti, ma la madre, alla quale l’affida, evita di consegnarla al marito. Quel messaggio mai recapitato arriverà però a un’ampia destinazione, diventando un testo capitale del Novecento destinato a essere letto da generazioni di padri e figli inquieti e a cambiare la percezione dei rapporti generazionali.
Kafka nella celebre Lettera non solo accusa il padre di autoritarismo, ma inaugura uno sguardo sull’infanzia inedito: il bambino maltrattato non si limita più a recriminare, non rivendica più soltanto il proprio statuto di vittima, ma considera la propria esperienza infantile il terreno di una analisi, di una riflessione e di un ragionamento che sono non un lamento ma una critica del mondo adulto e, in sostanza, una critica del potere. Inimitabile come tutte le sue prose e dotato di uno speciale potere urticante, il testo di Kafka nel secolo passato non è però un’eccezione. Tra le caratteristiche chiaroscurate che lo contraddistinguono, il Novecento è stato anche il secolo dell’infanzia raccontata: una lunga sequenza di autobiografie centrate sulla parte iniziale della vita hanno cambiato stabilmente la percezione del bambino, trasformandolo da oggetto, smarrito e passivo nella corrente della vita, a soggetto dotato di un proprio sguardo critico. È grazie anche a questo sguardo che i primi anni dell’esperienza umana sono così diventati quella che chiamiamo condizione infantile, con tutte le questioni di tutela e cura tuttora irrisolte, anzi sempre più drammatiche. Anche da qui prende le mosse il particolare sguardo sull’infanzia di Gabriella Caramore in Come un bambino. Saggio su/la vita piccola (Morcelliana, Brescia, pagg.200), che indaga sulla vita degli uomini e delle donne in divenire attraverso una ricognizione della letteratura autobiografica del Novecento per poi incrociarla con la traccia della qualità salvifica che le Scritture, e in particolare il Vangelo, attribuiscono ai piccoli.
Le pagine di Walter Benjamin o Elie Wiesel, di Marina Cvetaeva o Alberto Savinio, di Thomas Bernhard o Perec evocate da Caramore cambiano drasticamente i connotati della fisionomia infantile e cacciano di scena gli eroi in miniatura ottocenteschi, i soccombenti o i sofferenti intrepidi di Dickens o Victor Hugo: ora il bambino è soprattutto una creatura che osserva, riflette e giudica. Che cosa raccontano autori così diversi della propria preistoria? Innanzi tutto un’alterità: non è vero che un bambino è un adulto in attesa di perfezionamento. Le parole di Anna Maria Ortese, «II fanciullo capisce ciò che l’adulto non capisce più», risuonano nell’Esprit d’enfance di Georges Bernanos e nelle antiche percezioni di Benjamin nella sua infanzia berlinese. In un altro libro appena pubblicato, Perché i bambini devono ubbidire, così lo spiega lo scrittore svedese Stig Dagerman: ciò che è in gioco è una fondamentale diversità perché «…ogni singola cosa appare totalmente diversa nel mondo dei bambini».
Da qui l’idea di una Tragedia dell’infanzia, secondo Savinio, e di un inevitabile conflitto “tra l’autorità costituita e questi fieri battaglioni che muovono alla conquista del mondo”. Se all’inizio del Novecento il piccolo “perverso polimorfo” su cui teorizza Freud smonta definitivamente l’immagine edulcorata e imbalsamata dell’infanzia ottocentesca, alla luce delle narrazioni che verranno in seguito anche questa, in fondo, è un’immagine riduttiva. Come dimostra Kafka nella Lettera al padre, travasando le emozioni infantili in una costellazione morale adulta, lo sguardo antagonista dei bambini è un’ottima chiave di lettura dei lati oscuri del mondo dei grandi, e dunque una lente privilegiata sulla società e i suoi difetti. O sui suoi infiniti orrori, seguendo la memoria di chi nell’infanzia ha dovuto affrontare la furia totalitaria, come Elie Wiesel o Aharon Appelfeld.
Anche i Ricordi di una educazione cattolica di Mary Mc Carthy appena ripubblicati, vero e proprio romanzo di formazione che da tempo mancava dalle nostre librerie, sono centrati sull’esperienza infantile come esperienza critica. Orfana precoce e divisa tra due famiglie di nonni diversi in tutto e soprattutto nella religione cattolici gli uni, protestanti gli altri – Mc Carthy, nata nel 1912, non condivide l’idea di Freud che i traumi dei primi anni generino nevrosi: dai suoi traumi infantili, considerandoli un ottimo punto di partenza per la riflessione, lei ha tratto l’intelligenza analitica e il dovere dell’anticonformismo che hanno caratterizzato la sua vocazione di intellettuale e scrittrice. La crudeltà degli adulti, la loro incomprensione diventa nei suoi ricordi lo spunto per una decostruzione dell’istituzione familiare, così come l’osservazione dei rapporti tra le generazioni da luogo a uno sguardo dal basso che mette in discussione valori e ideologie: uno sguardo sulla storia da parte di un soggetto marginalizzato che, in certe circostanze, è il più marginalizzato di tutti: il più povero tra i poveri, il più maltrattato tra i maltrattati, come dimostrano gli otto milioni di bambini che ogni anno muoiono nel mondo per fame, malattia, povertà, abusi.
Oggi, dice Caramore, «spesso si verifica un gioco delle parti: una adultizzazione dell’infanzia e un’infantilizzazione degli adulti». Non più a opera dei regimi totalitari (non più nel mondo occidentale: nei Paesi lontani dei soldati bambini e del lavoro minorile è un’altra drammatica musica) ma dell’ideologia del consumo, della pubblicità invasava, della manipolazione mediatica e tecnologica. Ciò che viene fuori è una triste caricatura dei piccoli e dei grandi. Tanto più dunque appaiono preziosi quei romanzi autobiografici dell’infanzia che si sono prodotti nel Novecento e che avevano anche il merito, tra gli altri, di costruire un ponte tra passato e presente, un piccolo monumento contro la smemoratezza in un mondo sempre più veloce e sempre più distratto.

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