Freud, Berlusconi e le donne: mascolinità e impotenza

Il berlusconismo è solo la manifestazione più recente e mediatizzata di una isteria maschile che cerca di mascherare un vissuto miserevole nel rapporto con la donna

di Domenico Fargnoli, babylonpost.globalist.it, 14 luglio 2013

“Crisi dell’identità maschile”? Dai media traspare un’immagine negativa della “mascolinità” semplicisticamente identificata con l’autoritarismo e la violenza. La mercificazione delle donne della politica berlusconiana, le barriere nella vita intellettuale e lavorativa a loro frapposte, il fenomeno ingravescente del femminicidio, l’attacco alla legge sull’aborto che mina l’autodeterminazione e la libertà sessuale, la legge 40 sulla procreazione assistita e le pratiche che mortificano il corpo della donna, l’inchino alle gerarchie ecclesiatiche, criminali nella gestione della finanza e della pedofilia, sono altrettante ferite inferte alla credibilità del genere maschile.
La nostra società è infiltrata da una misoginia reattiva non solo rispetto alla conquiste dei movimenti femminili ma anche alle prospettive di sviluppo e trasformazione che ci ha fatto intravedere la teoria sulla realtà umana dello psichiatra Massimo Fagioli, ampiamente presente da molti decenni nella politica e nella cultura: essa ha reso vano il tentativo di riaffermare una virilità centrata sulla restaurazione nostalgica dell’autorità paterna. Ciò che appare irrimediabilmente incrinato è l’ordine simbolico che fa perno sull’Edipo e l’ordine politico basato sulla paranoia del potere che annulla la realtà della donna.
Dietro la volontà di dominio dell’uomo si è scoperto lo spettro dell’impotenza per l’incapacità di affrontare e comprendere quel mondo irrazionale in cui sono state relegate le donne, per l’impossibilità di soddisfare il desiderio nel rapporto con un essere umano diverso da sé. Dietro la “crisi dell’identità maschile”, per quei soggetti che sono capaci di viverla, traspare la falsa sessualità del “pene” inanimato e violento, del “pene” illusorio che condanna all’annullamento e alla castrazione.
L’esigenza di rapporto sessuale viene degradata a bisogno e scarica: l’uomo impazzisce alternando la rabbia che lo spinge all’aggressione della donna e l’anaffettività che gli fa programmare l’annientamento fisico dell’altro. In questo contesto storico i cultori di psicoanalisi sostengono che la sessualità non esiste. Scrive Massimo Recalcati in Elogio del fallimento (2011): «(…) l’oggetto per la psicoanalisi è sempre in rapporto ad un’assenza, ad uno scarto impossibile da colmare (…)». L’oggetto per la psicoanalisi sarebbe sempre fallito perché mancante e assente: esso non è mai raggiunto perché si raggiunge solo l’ombra della preda e mai la preda.
«È questo il fondamento della teoria lacaniana dell’inesistenza del rapporto sessuale. L’essere umano è condannato a fronteggiare il sesso senza possedere la chiave per fronteggiarne il mistero (.). La psicoanalisi sostiene il fallimento del rapporto sessuale» (ibidem).
Tali affermazioni di Jacques Lacan chiariscono perché egli frequentasse un bordello vicino al suo studio parigino: lo vide uscire la figlia Sybille, come racconta lei stessa nel libro Un padre (2001). Che dire poi della definizione di Recalcati del desiderio come «nuda fede» in accordo con la predicazione di Gesù? Chi ha più fede più rischierà sulle proprie possibilità e si esporrà maggiormente alle contingenze dell’esistenza e perciò «più avrà» come sostiene il figlio di Dio nella sua predicazione. Il desiderio, il rapporto totale fra un uomo e una donna, in quanto comprende la realtà corporea e psichica, diviene credenza e spiritualità astratta.
Il lacanismo, che vuole il ritorno a Freud, annulla il concetto di sessualità avvicinandosi al cristianesimo come sembra aver fatto lo stesso Lacan, secondo il fratello monaco e le dispute sulla religiosità della sua sepoltura. Non ci meraviglia pertanto la convergenza politica fra Recalcati e Matteo Renzi (vedi l’articolo di Luciana Sica su Repubblica il 9/7/13 ) che ha voluto un cimitero per seppellire i feti, in ossequio alla fede cattolica, per annullare la nascita umana, la trasformazione che porta all’emergenza del pensiero dalla materia biologica ed il rapporto irrazionale del primo anno di vita.
Politica e cultura, dietro aspetti apparentemente innovativi, convergono così in un vissuto di impotenza che accomuna fede e ragione e violenta la realtà umana rendendola ciò che non è. Quella che sembra una crisi inedita dell’identità maschile di fronte alle sia pur parziali conquiste delle donne che il femminismo rivendica come proprie, è invece la ripetizione di un vecchio copione: a partire dall’illuminismo lungo tutto l’ottocento fino ai giorni nostri la Masculinity (termine che entrò nella lingua inglese nel 1748) è angosciata dalla prospettiva di una defaillance.
Dell’impotenza racconta Jean Jacques Rousseau nelle Confessioni del 1782, mentre un tema analogo affronta Sthendal nel suo romanzo Armance. Impotente era anche Edgar Allan Poe i cui racconti erano infarciti da incubi nei quali i protagonisti non potevano ottenere ciò che volevano. Nel 1860 Gustave Flaubert scrisse l’Educazione sentimentale, racconto di una passione inattiva. Baudelaire, che inaugura la modernità, stabilisce il nesso fra “creatività” ed impotenza: più un un uomo si occupa di arte, minori – diceva – saranno le sue erezioni. È il periodo, dopo la comune di Parigi, di massimo splendore della Salpetriere diretta da Charcot, e dell’epidemia isterica che fa seguito alla repressione dei moti rivoluzionari. Charcot descrisse 61 casi di isteria maschile rifiutando così la millenaria concezione della patogenesi uterina che giustificava l’isterectomia, la clitoridectomia e l’ovariectomia.
Nello stesso periodo a Vienna si consuma la vicenda di Anna O: nasce la vocazione femminista di Bertha Pappenheim come protesta verso un mondo maschile la cui razionalità, in pieno positivismo, sembrava schiacciare l’universo femminile. Storicamente l’isteria e il femminismo da una parte e l’impotenza della razionalità maschile nei suoi vari aspetti ideologici dall’altra hanno rappresentato due facce della stessa medaglia incapaci entrambe di comprendere a fondo il problema della sessualità umana. Nella nascita della psicoanalisi è stato enfatizzato il ruolo dell’isteria femminile: dal carteggio fra Freud e Fliess sappiamo che Freud diagnosticò a se stesso un’isteria nel periodo “autoanalitico” in cui ebbe in trattamento “Herr E.” un paziente con le sue stesse fobie: dopo i quarant’anni il padre della psicoanalisi era pressoché impotente.
Oggi, dopo più di un secolo, il tema dell’isteria e dell’impotenza maschile è tornato in primo piano: con il berlusconismo. Milioni di persone sono state coinvolte in una complessa strategia reattiva che è l’equivalente sul piano politico di quello che è stata la psicoanalisi sul piano culturale, e che cerca di mascherare, dietro il successo sociale ed economico, un vissuto di miseria ed insoddisfazione nel rapporto uomo-donna.

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