Narcisisti senza speranza?

Innamoratosi della sua immagine riflessa, Narciso, nel tentativo di abbracciarla, si gettò nell’acqua e annegò. Eppure l’amore a volte può fare miracoli

di C.B., Umberto Galimberti, D-Repubblica, 20 luglio 2013

Ho letto nella sua rubrica su D l’articolo Quelli che si amano troppo e non sanno amare. Il tema mi interessa e mi riguarda da vicino, non solo perché sono uno psicologo e uno psicoterapeuta, ma anche (e soprattutto) perché mi ritengo chiamato in causa personalmente da ciò che lei dice a proposito dei narcisisti. Ritengo infatti di essere portatore in una buona misura di questa “nevrosi”. Inutile dire che, presa la strada di questo difficile mestiere, mi sono sottoposto a psicoterapie lunghe, faticose e anche di natura diversa, con lo scopo di prepararmi a un lavoro che richiede quanto meno una profonda consapevolezza di sé e dei propri nuclei problematici, mosso anche dalla percezione delle difficoltà che queste caratteristiche causavano, soprattutto nella mia vita di relazione.
Ho fatto sicuramente dei passi avanti, ho incontrato la sofferenza e il dolore inespresso, ho preso più confidenza con le mie emozioni, ho aumentato la mia tolleranza alle frustrazioni e migliorato la capacità di gestire sentimenti scomodi, ma il mio narcisismo di fondo è rimasto intatto, come testimonia una vita affettiva sempre precaria e tormentata. La domanda che le pongo prende spunto dalle ultime righe del suo articolo, dove parlando dei narcisisti, lei suggerisce che da loro «bisogna stare lontani, perché costituzionalmente non sanno amare. E dal narcisismo non guariscono mai». 
Ora le chiedo: se lei fosse uno di questi narcisisti, che cosa farebbe? Come si comporterebbe, sapendo di essere una persona «da trattare con cautela», soprattutto da parte delle donne in cerca di legami affettivi stabili? E se dovesse dare un consiglio a quanti hanno imparato a essere consapevoli e a non farsi prendere troppo la mano cosa suggerirebbe loro? Visto il suo pensiero, secondo cui dal narcisismo non si guarisce (e francamente non so darle torto), forse non li inviterebbe ad andare in terapia. Ma allora non c’è proprio nulla da fare per queste persone, tutto sommato infelici?  C.B. ramonberger14@yahoo.com

La sua lettera, che non ho potuto pubblicare interamente per l’insopportabile tirannia dello spazio, mi ha molto commosso per la sua ricerca sincera di una via d’uscita dal narcisismo. E anche se questa via d’uscita fosse preclusa, il fatto di non smettere di cercarla significa già attenuare gli aspetti più sgradevoli e anche infelici del narcisismo. Tutti nasciamo narcisisti che amano solo se stessi, e gli altri limitatamente alla loro capacità di soddisfare i nostri bisogni. Questo amore di sé è alla base dell’istinto di conservazione ed è particolarmente evidente nella primissima infanzia, dove il bambino ama la madre unicamente perché questa soddisfa le sue necessità. Crescendo, il bambino rivolge la sua libido agli oggetti esterni e alle persone altre da lui. Nel caso del narcisista questo passaggio non avviene o, se avviene, la libido che temporaneamente ha investito gli oggetti esterni viene ritirata e rivolta a sé. Questo processo è definito da Jung: «introversione della libido», che si riscontra anche nelle persone non narcisistiche quando sono in uno stato di malattia o di vecchiaia. Non mi chieda che cosa farei io se fossi narcisista. Probabilmente mi rassegnerei come chiunque è costretto a fare se ha una menomazione. E il narcisismo è una menomazione perché, nello sviluppo psichico, non si è riusciti a investire la libido sugli oggetti esterni, e se ci si è temporaneamente riusciti, la si è subito ritirata per rivolgerla a sé. Non mi chieda neppure un consiglio, perché non so a quale tipo di narcisismo lei appartiene. Infatti, a sentire Freud, le patologie narcisistiche sono molto diverse a secondo che la libido sia rivolta a) al proprio io, b) a quell’io sperimentato nell’età infantile in ogni suo aspetto gratificato, c) a quell’io che si vorrebbe essere (ideale dell’io), d) o addirittura alla persona che si ama unicamente perché percepita come parte di sé, o perché possiede le prerogative che mancano al proprio io per raggiungere il suo ideale. Esiste una terapia? A questo proposito Freud scrive che: «Al progetto terapeutico si frappone naturalmente l’incapacità di amare del narcisista, che si sottrae alla prosecuzione della cura, per affidare alla persona amata l’ulteriore processo di guarigione, con tutti i rischi connessi alla pesante dipendenza del malato da colei che si è prestata a questo estremo salvataggio». A questo punto non resta che sperare che l’amore faccia miracoli, e qualche volta li fa.

http://periodici.repubblica.it/d/

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