Eri forte papà

Massimo Recalcati e Christian Raimo a confronto in un libro sui figli di una patria rimasta senza padri

di Massimo Panarari, europaquotidiano.it, 27 luglio 2013

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, diceva il drammaturgo Bertolt Brecht. Chissà se la considerazione vale anche per i “padri” che non mollano, impedendo l’acquisizione di responsabilità da parte dei figli, condannati a una sempiterna condizione di minorità (che i sociologi hanno preso da qualche tempo a questa parte a chiamare adultescenza, e in Italia raggiunge i suoi picchi planetari). Il padre mancante alla nostra (a volte, sciagurata) patria, di cui scrive Massimo Recalcati nel suo libro Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana, è un fulcro (e un feticcio) della psicanalisi. Ed è, soprattutto, una di quelle figure nelle quali più profondamente si è espressa l’intersezione tra la dottrina psicanalitica (e le sue scuole) e la politica.
Un intreccio che ruota attorno a temi quali la massa, l’autorità, la (nietzscheana) volontà di potenza, l’influenza (quasi “ipnotica”) sugli altri e il narcisismo (spesso, se non sempre, presente in chi decide di fare politica, e stato psicologico assai più frequente, negli ultimi tempi, della chiamata e della “vocazione” di weberiana memoria). E, ovviamente, il desiderio, a metà tra “normalità” (ammesso e non concesso che essa esista…) e psicopatologia, connaturato alla politica come alla vita, e che, anche sull’onda delle trasformazioni sociali della fine degli anni Sessanta, ha finito per dilagare nelle generazioni di donne e uomini pubblici giunti al potere e oggi al centro della scena.
I precursori di quello che potremmo chiamare il “paradigma psicopolitico” sono, naturalmente, gli psicologi delle folle Gustave Le Bon e Gabriel Tarde, i quali, tra leggi dell’imitazione e insorgenza di un’anima collettiva che fa perdere ai singoli il controllo di sé, si rivelano piuttosto atterriti, come vari intellettuali nella crisi di fine secolo, dal mutamento profondo che viveva l’Europa al suo ingresso nella società di massa. Studiosi imprescindibili per i loro successori e coevi, tanto che, quando a far sdraiare la politica sul lettino ci pensa lo stesso capostipite, Sigmund Freud, occupandosi giustappunto della questione molto “calda” delle moltitudini, decide di partire proprio dai lavori dei due sociologi (e da un libro di William McDougall, La psiche collettiva).
La Società Psicoanalitica di Vienna, in quegli anni, rappresentava una koinè molto fertile per le discussioni sulla psicologia politica: vi si svolgevano seminari sulla “psicologia della rivoluzione” e, nel 1922, ospitò uno dei futuri monumenti del diritto costituzionale liberaldemocratico, Hans Kelsen, che tenne una conferenza sul Concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riferimento alla teoria delle masse di Freud. Nel ’21, infatti, il fondatore della psicanalisi aveva dato alle stampe la Psicologia delle masse e analisi dell’Io(uscito per i tipi di Einaudi, a cura di Davide Tarizzo, pp. 86, euro 16), con la quale voleva inserirsi, col suo precipuo armamentario teorico, tra complesso di Edipo e totemismo, nel dibattito poc’anzi richiamato sulle folle, e cercare di penetrare i segreti psichici del dispotismo che paralizza l’autonomia e conduce i gruppi all’obbedienza cieca.
Lo fece distinguendo tra la “massa organizzata” e quella “disorganizzata”, e ravvisando il desiderio latente della modernità nell’edificazione di una società senza padri, capace di azzerare le gerarchie, o, come direbbe qualcuno oggi, di “orizzontalizzare” i rapporti di potere, argomento destinato a significativa, e controversa, fortuna, come noto, di lì a qualche decennio.
Ma l’individuo massificato, specialissima forma patologica del Novecento, fa sì che questo anelito si rovesci nel suo opposto, con l’irruzione sulla scena di un “Padre primordiale” e violento che piega le folle (ovvero la massa primaria, con la sua pulsione gregaria) ai propri voleri. Il totalitarismo fornirà molti tragici spunti alla psicanalisi che si dà da fare per interpretare la politica, come nel caso dell’eretico Wilhelm Reich, il quale, negli anni Trenta, pubblicava la Psicologia di massa del fascismo (Einaudi) – fonte di ispirazione per Adorno e Fromm – dove il regime dittatoriale diveniva la concrezione politica realizzata di una mentalità che «nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio», mentre l’ideologia razzista rimandava per direttissima all’impotenza sessuale di chi la professa.
Anche sull’onda dell’influsso dell’eterodosso e bislacco alfiere della famiglia come “peste emozionale” e dell’energia sessuale “orgonica”, si moltiplicarono i tentativi di sintesi tra psicanalisi e marxismo, fino all’esplosione del Sessantotto. Uno dei più attivi su questo versante, mentre il movimento metteva sul banco degli imputati l’autorità e la repressione sessuale, fu il “francofortese” Herbert Marcuse: non soltanto Eros e civiltà e l’uomo monodimensionale, ma anche Psicanalisi e politica (Manifestolibri), che si riprometteva programmaticamente «la discussione della teoria freudiana dal punto di vista della scienza politica», effettuando una durissima disamina della “civiltà del dominio” e del lavoro alienato. E alla sintesi tra comunismo e freudismo, per fare un altro esempio tutto italiano, si dedicava anche Giovanni Bollèa, sodale di Pietro Ingrao.
Nel 1972, bell’e pronto a convertirsi (sebbene, per certi versi, suo malgrado) in manifesto del Settantasette, esce, scritto dalla “premiata coppia” Gilles Deleuze e Félix Guattari, l’attacco “da sinistra” per antonomasia alla psicanalisi. Vale a dire, lo zibaldone de L’anti-Edipo (Einaudi), libro profondamente politico e vessillo dell’antipsichiatria à la française, a cui si sarebbe affiancato il rizomatico Millepiani. Capitalismo e schizofrenia (Castelvecchi), apparso nell’anno della vittoria di Ronald Reagan e dell’irresistibile ascesa della rivoluzione neoliberista.
Già, perché la nemesi storica fece sì che proprio il secondo bersaglio polemico e decostruttivo, dopo la psicanalisi, del complesso lavoro teorico dei due, ovvero il neocapitalismo, una volta fattosi libidinale si appropriasse della carica sovversiva del desiderio contro la Legge, e lo trasfigurasse a vantaggio di quella potenza illimitata del mercato che si voleva invece demolire. E di cui, a ben guardare, anche l’“egotismo” berlusconiano e il grillismo “adolescenziale”, che Recalcati scandaglia nel suo volume, risultano, in certo qual modo, figli, in una patria, per l’appunto, rimasta orfani di padri.

@MPanarari

http://www.europaquotidiano.it/2013/07/27/il-padre-mancante-della-nostra-patria/

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