La mano (armata) del femminicida

 di Carlo Priolo, opinione.it, 1 agosto 2013

“La gelosia è un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre» (William Shakespeare, Otello). Il femminicida dei nostri giorni incarna puntualmente la celeberrima storia del Moro di Venezia che, accecato dalla gelosia e dalle menzogne di Iago, uccide l’ingiustamente calunniata Desdemona. La diabolica incarnazione del male investe sia l’individuo (il nobile ma troppo poco accorto Otello) sia l’essenza stessa delle cose. Il prezzo di vite umane votate al simulacro della gelosia è troppo alto per essere giustificato dal comune sentire della gente che considera la gelosia una prova d’amore. Si ritiene che amore e gelosia siano tanto vicini quanto lontani. L’amore infatti non può esistere senza che non sia accompagnato dalla gelosia e allo stesso tempo la gelosia non può esistere senza amore. Una emerita pericolosa idiozia. La gelosia è un sentimento che parte dal concetto di possessività e dal non poter ammettere la perdita di ciò che si ritiene proprio.
Il geloso vive l’altro in termini esclusivi e personali, un “oggetto” piuttosto che un “soggetto”. Il geloso riesce a trasfigurare la realtà, la fissazione lo porta a vedere ciò che non è. Vive nel terrore, nella paura dell’abbandono, della perdita, della separazione, di ciò che ritiene suo, del suo diritto di proprietà. È errato pensare che esista una gelosia “normale” ed una gelosia “patologica”. Si ritiene che la gelosia normale sia inseparabile dall’amore per il partner, quando è presente a livelli accettabili. Se non ci fosse si potrebbe addirittura dubitare se è vero amore. Inoltre, serve a far sentire l’amato veramente amato, perché attraverso la gelosia si manifesta la paura di perderlo. Invece, la gelosia è “patologica” quando assume le caratteristiche della paura irrazionale, dell’abbandono, della sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso, del controllo di ogni comportamento dell’ “altro”. Altra idiozia fosforescente che alimenta un atteggiamento benevolo e giustificativo nei confronti della gelosia in ogni graduata manifestazione. La gelosia è l’esatto contrario dell’amore, un sentimento fortemente negativo, indice di poco equilibrio psichico, di pochezza morale, di assenza di nobiltà di sentimenti.
Anche la gelosia della madre per il figlio maschio è un indicatore privilegiato del poco amore per il figlio e il tanto amore per se stessi (“L’arte di amare” E. Fromm). Strano che tutti quelli che sono morti siano tutte donne. Vorrà pur dire qualcosa. Sembra che la gelosia, quella che si ritiene “patologica” sia in dote solo agli uomini. Certo, nel cosiddetto comune sentire anche le donne manifestano forme di gelosia (e non va bene), ma tranne casi statisticamente insignificanti di eccessive molestie nei confronti del presunto partner, non si conoscono uomini morti per mano della lei gelosa. Si sostiene ingenuamente che la gelosia, quella patologica rappresenta il timore di perdere qualche cosa che si ritiene essenziale per il proprio benessere e che questo qualcosa, che si ritiene essenziale, altri possano impossessarsene. Essa si manifesta anche in assenza di qualsiasi motivo valido. Spesso proprio la gelosia è in alcuni casi la causa della rottura di una relazione. Anzi il motivo ricorrente degli uomini che hanno abbandonato la “loro” donna (la loro) è proprio quello di non fidarsi della assoluta fedeltà. Sì, la fedeltà al padrone assoluto della casa coniugale, anche se oggi cucina e lava i piatti, ma comunque riguardo al rapporto, alla relazione lui è il padrone e non si discute. Ogni forma di ribellione, anche passiva (lui abbandona la casa coniugale, va con un’altra, lei deve rimanere fedele e devota fino alla morte) viene punita con la decapitazione, con il martirio.
Anche se la gelosia “patologica” prende origine da sospetti o circostanze infondate, affondando in un’angoscia senza alcun riscontro nella realtà, l’uomo geloso trova sempre la comprensione dei più, come il puro sospetto di un ladro immaginario dei propri averi viene motivato dalla difesa del semplice pericolo del ladro che potrebbe venire. Il delirio della gelosia affonda nelle radici del vissuto dell’uomo, nell’archetipo della sua natura primitiva che spesso sono all’origine dei fatti di cronaca ( i c.d. delitti passionali) che irrompono nella coscienza collettiva. L’archetipo della personalità femminile è stato studiato da uno dei maestri della psicoanalisi C.G. Jung, definito come una forma universale del pensiero dotato di un certo contenuto affettivo per il soggetto, dunque un simbolo, e che potrebbe a sua volta autodefinirsi come una sorta di valore etico-sociale cui il soggetto crede, si appoggia o è condizionato, consciamente o inconsciamente, nell’arco della sua esistenza o parte di essa, nella realizzazione dei suoi progetti di vita o semplicemente nel suo modo di essere o comportarsi. Sovente nell’ambito familiare l’uomo chiama la sua sposa, la sua compagna, la madre dei suoi figli: “mamma”. L’archetipo della Madre si riferisce a una immagine della figura materna a cui la madre reale viene assimilata nella psiche individuale. Il prototipo di madre ereditato dal bambino influenza in maniera determinante l’idea che egli si formerà della propria madre. Sembra che la gelosia affondi le sue origini nell’infanzia in una negativa relazione che il geloso ha instaurato con i propri genitori, che non hanno adeguatamente rinforzato il bambino nella fiducia per sé stesso e nell’autostima. In ogni caso non sembra possa dubitarsi che sia la gelosia ad armare la mano di questi numerosi efferati delitti contro donne e madri innocenti ed anche contro i figli che hanno generato, aspetto ulteriormente inquietante e significativo.

http://www.opinione.it/politica/2013/08/01/priolo_politica-01-08.aspx

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