La verginità e la liberazione della donna

L’idealizzazione della Madonna annulla la sessualità e la donna. Occorre che il concetto di verginità venga ridefinito da una scienza della realtà umana

Domenico Fargnoli, babylonpost.it, 3 agosto 2013

“Emancipazione femminile”: il termine latino mancipatio esprimeva l’atto solenne di una vendita rituale tramite il quale il pater familias sanciva che il figlio, non fosse più soggetto al suo dominio. L’emancipazione cioè il raggiungimento di una eguaglianza giuridica ma anche la liberazione, cioè la rivendicazione di una diversa soggettività della donna si è svolta storicamente sul terreno dei diritti civili, politici e sociali. Emancipazione e liberazione sono processi ancora in atto che necessitano per essere portati a compimento, di fondamentali cambiamenti sul piano culturale e sociale. Le teorie che cercano di comprendere le radici storiche della disuguaglianza fra uomo e donna in parte sono aspecifiche, cioè riconducono la subordinazione femminile ai fattori generali dell’oppressione sociale.
Altre teorie più specifiche partono dalle caratteristiche dell’anatomo-fisiologia femminile e dall’originaria dipendenza dall’uomo, dovuta ai parti frequenti e alla necessità di allattare i figli. Nell’Ideologia tedesca (1846) Marx ed Engels avevano asserito che “la prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione dei figli”. Le strategie politiche legate storicamente alle lotte della classe operaia rivendicavano per le donne una partecipazione attiva ai processi produttivi e l’affrancamento dalla schiavitù dei lavori domestici e dall’esclusivo onere dell’allevamento dei figli: la prassi di emancipazione derivate dal materialismo storico era destinata al fallimento.

Nei regimi comunisti il sogno di una “donna nuova” di Alexandra Kollontaj all’alba della rivoluzione del 1917 naufragò clamorosamente. Nessuna donna arrivò ai vertici della scienza, dell’arte o della politica sotto Stalin ed i suoi successori. E nella Russia post sovietica la situazione non è sostanzialmente cambiata. Massimo Fagioli in Bambino donna e trasformazione dell’uomo (1980) ha paragonato Marx ed il marxismo ad una donna che è rimasta chiusa nella sua verginità e questo perché il filosofo di Treviri ha parlato di una trasformazione ma non ci ha dato i mezzi per farla: il mondo umano non è stato “interpretato” cioè adeguatamente compreso in quanto è mancata una scienza della realtà psichica. La prassi politica legata alla soddisfazione dei bisogni ed alla realtà materiale, come nella tradizione del marxismo, ha prodotto un ribellismo cieco e non trasformazione reale. “La proposizione di trasformazione si pone soltanto nei riguardi della realtà psichica umana adulta così come ce la troviamo di fronte. Qui il ciò che è può essere rifiutato radicalmente per una trasformazione completa dell’esistente”. (Massimo Fagioli, 1980 op. cit.).
Il processo di ricreazione psichica della nascita, che fa emergere ciò che è assolutamente nuovo, presuppone la dialettica uomo donna, il confronto fra due soggettività uguali ma nello stesso tempo diverse oltre al rapporto con ciò che in ciascuno non è cosciente e razionale. Solo così è possibile non tanto l’emancipazione ma la liberazione dell’uomo e della donna insieme. Il femminismo “virginale” partorito non solo dal marxismo ma anche, sia pur con prerorogative differenti dalla psicoanalisi a partire dalla figura mitica di Anna O-Bertha Pappenheim, appare assolutamente privo di senso. Bertha Pappenheim si oppose fermamente alla psicoanalisi dopo aver contribuito con la sua malattia a determinarne l’origine. Non aveva tutti i torti.
Bisogna ricordare che fra le tante dichiarazioni fatte da Freud sulla inferiorità del gentil sesso spicca quella che attribuisce il pudore alla necessità di nascondere la conformazione difettosa degli organi sessuali femminili. La donna cerca di ovviare come meglio può ad una imperfezione: si spiega così il suo interesse per i tessuti e le stoffe necessarie a ricoprirla. L’unico contributo dato dalle donne alla storia delle civiltà, data la loro minore intelligenza, è stato quello di intrecciare e tessere. Si sarebbe trattato, per il “padre” della psicoanalisi, di una semplice imitazione per la quale la natura avrebbe già offerto un modello fornendo alla donna “il pelo pubico”. Quest’ultimo non sarebbe servito a segnalare la presenza di qualcosa di “diverso” ma di un vuoto, l’assenza del pene. L’altra metà del cielo viene stroncata a priori senza neppure la prospettiva dell’emancipazione cioè dell’uguaglianza.
Il movimento attuale delle Femen sembra non tenere in nessuna considerazione né il pudore né la stoffa dei vestiti. Negli anni 70 Luce Irigaray, una psicoanalista francese di formazione lacaniana si oppose a quello che lei chiamava “fal-logo-centrismo” (predominio del fallo e del logos) sia di Freud che di Lacan che predicava la centralità del Nome del padre ed il ritorno a Freud: ella espose le sue tesi in un libro Speculum (1974) e per questo fu espulsa dall’Ecole freudienne e dall’università di Vincennes dove insegnava.
“Ogni teoria del soggetto – scriveva la francese – si trova sempre ad essere appropriata al maschile. Assoggettandosi, la donna rinuncia a sua insaputa alla specificità del proprio rapporto con l’immaginario”. Essa diventa così lo specchio, più o meno deformante, della volontà di potenza e della paranoia maschile che a partire dai presocratici ha pensato ad un Logos che si riferisce all’essere non come composto da uomini e donne ma come una realtà designata con termini adatti ad una materia inanimata. In greco antico On, ciò che è, e gli onta, gli enti, sono parole neutre. L’ontologia da allora in poi parla di un logos e di un essere chiuso in se stesso che perde la memoria della nascita ed il contatto con la realtà umana.
“In questo universo chiuso, le relazioni con l’essere stranamente evocano le relazioni di un feto con la placenta. L’essere umano, perlomeno l’essere umano maschile è immerso in un mondo che in parte produce e da cui non è separabile. Egli si trova dunque isolato, separato da ogni relazione estranea alla sua placenta”. (Luce Irigaray,All’inizio Lei era, 2012)

Incredibilmente però il pensiero della Irigaray, nonostante la critica alla non-sessualità cioè alla “neutralità” del logos, ha un approdo spiritualistico-religioso. In un libriccino delle Edizioni Paoline Il mistero di Maria (2010) ella sostiene che “il divino è collegato all’aria ed al respiro: noi siamo divini dalla nascita”. La donna avrebbe un rapporto privilegiato con il soffio ed il respiro e ciò farebbe sì che il divino sia più pienamente presente nella bambina.
Maria diventa il prototipo della donna che sa conservare intatta la propria verginità che altro non è che la purezza del suo respiro: ella è capace di collegare continuamente la terra ed il cielo “mediante una trasformazione della materia con il soffio, cominciando da una spiritualizzazione del proprio respiro”.
Si stenta credere che la stessa autrice di Speculum possa aver scritto queste parole: come esse possano contribuire alla liberazione della donna rimane davvero un grande mistero. Come orientarsi allora?
Il punto di partenza è la nascita. Se quest’ultima è respiro e soffio divino che, come nella Genesi, spiritualizza la materia inanimata e crea l’uomo, si ricade nel Cristianesimo. L’idealizzazione della Vergine annulla la sessualità e la donna. È necessario che i concetti stessi di verginità e di immacolata concezione vengono ridefiniti da una scienza della realtà umana. È vergine ed “immacolato”, cioè senza peccato o perversione originale, ogni bambino, maschio o femmina che nasce ed è vivo per l’emergenza del pensiero dalla realtà biologica come ha teorizzato più di quarant’anni fa lo psichiatra Massimo Fagioli.
La realtà biologica è vergine perché, per la stimolazione della luce sulla sostanza cerebrale, la trasformazione, la concezione del pensiero che ha luogo dopo il passaggio nel canale del parto, è antecedente al rapporto interumano.
Originariamente il processo è lo stesso per l’uomo e per la donna. Solo successivamente, dopo lo svezzamento, nella fase di latenza, si avrà un diverso sviluppo psichico nei due sessi che si accentuerà all’adolescenza.
Un’errata concettualizzazione della nascita ha ripercussioni importanti sia a livello personale, sociale e politico. Lo dimostra non solo la vicenda di Luce Irigaray che approda a considerazioni “schizofreniche”, ma anche quella tragica di Ronald Laing che scrisseI fatti della vita (1974) in cui sosteneva che l’impianto dell’embrione nell’utero è un vero e proprio trauma di cui si ha ricordo e che pertanto andrebbe abreagìto (!?).
La prassi di emancipazione e di liberazione che coinvolge sia l’uomo che la donna ha come premessa indispensabile la conoscenza dei processi fondamentali, coscienti e non coscienti, attraverso i quali la realtà psichica umana si forma si sviluppa e subisce una diversa caratterizzazione nei due sessi.

http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=83180

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