L’ATTESA DEL PADRE ULISSE – Ora è il tempo del figlio-Telemaco

Il tema della paternità nel saggio di Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco (Feltrinelli) che ha scalato le classifiche Il figlio-Edipo? Superato. L’anti-Edipo? Pure, come il Narciso. Ora è il tempo del figlio-Telemaco, colui che attende il ritorno del genitore dal mare

di Alessandra Milanese, larenait, 3 agosto 2013

Un dipinto che simboleggia anche l'attesa, come quella di Telemaco: Marina a Viareggio, olio su tela del macchiaiolo Signorini che, curiosità, si chiamava proprio Telemaco. Il quadro è del 1860

Un dipinto che simboleggia anche l’attesa, come quella di Telemaco: Marina a Viareggio, olio su tela del macchiaiolo Signorini che, curiosità, si chiamava proprio Telemaco. Il quadro è del 1860

È raro che un saggio psicanalitico, anche se divulgativo, scali le classifiche. Eppure è accaduto con Il complesso di Telemaco, sottotitolo Genitori e figli dopo il tramonto del padre (Feltrinelli, 153 pagine, 14,00 euro) di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano tra i più noti in Italia. Sarà perché Recalcati è un analista tutt’altro che estraneo alla dimensione politica, capace di riflettere sui movimenti inconsci dell’esperienza umana, ma anche di uscire dai recinti del suo sapere lacaniano, efficacemente utilizzato anche come teoria critica della società. Sarà perché il testo non usa termini specialistici (se lo fa, li spiega), parole roboanti, invece emoziona con la sua passione e la sua semplicità e si immerge nel presente, quasi nella cronaca quotidiana. Da tempo lo psicoanalista lacaniano riflette sul tema della paternità, pietra miliare Cosa resta del padre? (Cortina 2011) stampato e ristampato. Con Il complesso di Telemaco fa un passo in più: aggiunge un brillante tassello al suo studio sull’«evaporazione del padre», espressione usata da Lacan già alla fine degli anni Sessanta. Al pater familias, che non rimpiange, spazzato via dal Sessantotto, si sono aggiunge la caduta delle grandi Ideologie. Ed ecco Recalcati avvicinarsi al lettore, citando i film di Nanni Moretti Habemus Papam e Palombella rossa. In Habemus Papam il balcone di San Pietro rimane sconsolatamente vuoto. Il papa-padre non riesce a sostenere il peso della parola, che vorrebbe ancora poter dire il senso ultimo del mondo, del bene, del male, della vita e della morte. Quindi afonia-afasia del padre-papa, simbolo morale del genitore. L’altro film, Palombella rossa, che Moretti gira dopo la caduta del muro di Berlino, ci mostra un segretario del Partito comunista italiano che, interrogato da un giornalista sulle sorti del partito, tentenna fino a sprofondare nell’amnesia. Come il padre-papa è assente a se stesso. Siamo di fronte alla «evaporazione» del genitore simbolico. Ma questo non significa che a tale «evaporazione» ci si deva rassegnare. Recalcati racconta dalla sua esperienza clinica: «Sempre più spesso incontro ragazzi, che nutrono una nostalgia struggente del padre. In questo assomigliano a Telemaco, che attende il ritorno del genitore dal mare. Come Telemaco, però, devono trovare il coraggio di mettersi in viaggio, affrontando il rischio e la bellezza della ricerca». Mentre in Cosa resta del padre? il confronto tra le generazioni appariva del tutto lacerato, in Il complesso di Telemaco è possibile una riconciliazione. Il merito va tutto al figlio di Ulisse, insofferente dei Proci, che profanano la reggia con le loro feste insensate, un godimento senza limite che è, in realtà, una pulsione verso la morte. Che violano le ancelle, che cercano di sposare incestuosamente Penelope, la quale potrebbe essere la loro madre. Telemaco guarda il mare, sperando che ritorni il padre, è un «desiderantes» e aspetta un Ulisse che ristabilisca la restituzione della Legge della parola e dell’ospitalità e non l’opposizione al desiderio. Ulisse potrebbe essere il genitore di cui tutti noi sentiamo l’assenza mentre Telemaco, spiega lo psicanalista, è la figura dell’erede giusto. Dapprima, su altre figure di figli, Freud aveva costituito l’impianto della psicanalisi. Per primo, incontriamo il figlio-Edipo. Tutti conosciamo il mito sofocleo del figlio abbandonato, che arriva ad uccidere il padre, a giacere con la madre e, conosciuti i suoi crimini, si caverà gli occhi e abbandonerà esule la sua terra. «Il figlio-Edipo», scrive Recalcati, «è quello che sfida le vecchie generazioni in una lotta a morte per l’affermazione del suo desiderio (…). Il figlio-Edipo sperimenta il padre come un ostacolo alla soddisfazione del suo soddisfacimento. La legge del padre si erge come una barriera insopportabile nei confronti del suo desiderio». È stata la figura del figlio-Edipo ad ispirare le grandi contestazioni del 1968 e del 1977: i figli sognavano e lottavano per un mondo diverso, i genitori si opponevano. Ma tornando a Edipo sofocleo, se i padri non proibiscono l’incesto e anzi lo promuovono, annullando la differenza tra le generazioni, anche Edipo «evapora», diventa una figura incapace di descrivere l’impoverimento dei legami sociali e familiari. Si arriva al figlio-anti-Edipo (Deleuze-Guattari), «sottofigura del primo» che ha tenuto banco negli anni Settanta con la vocazione all’orfano, deciso a liberarsi del padre più che a combatterlo. È degli anni Ottanta il figlio-Narciso, quello che si confonde con il genitore-amico, che ci si confida, che impone il proprio capriccio. Si specchia negli oggetti che consuma, con il penoso risultato di immalinconirsi e di svuotarsi di ogni slancio vitale. In questi ultimi anni, con la grande crisi ideologica ed economica, entra sulla scena Telemaco, il figlio giusto «che ci mostra come esser figli senza rinunciare al proprio desiderio». Telemaco è l’erede di un Regno, ma è anche orfano. Recalcati ricorda come Massimo Cacciari abbia fatto notare che il termine «erede» deriva dal latino «heres», stessa radice del vocabolo greco «cheros» che significa «deserto, orfano, mancante». Perché ereditare non è una questione di un trapasso di sangue e di geni o di beni. L’eredità è un passo in avanti, da riconquistare. Telemaco non si sarebbe riappropriato della Legge della parola, se fosse rimasto immobile, malinconico, nichilista a guardare il mare, aspettando. Nella «Telemachia» ha avuto il coraggio di partire, senza curarsi delle minacce dei Proci, che lo volevano uccidere, per andare a chiedere notizie del padre a vecchi eroi dell’Iliade. E il genitore non torna come sovrano su una splendida nave, ma come un «pezzo», un naufrago di mare. Il figlio lo incontra, sotto le vesti di un mendicante, nella capanna del porcaio Eumeo. Eppure quel «mendicante» saprà por fine alla notte dei Proci, il godimento senza limite, che ha per pulsione la morte. Saprà restituire nella sua casa la Legge della parola e, soprattutto la più importante Legge greca, quella dell’ ospitalità, che i Proci avevano infranto. Ecco perché li uccide uno a uno, perché non ne può risparmiare alcuno. Infine si corica nel suo letto, inamovibile, costruito da lui stesso con Penelope, la donna per il cui amore ha rinunciato all’immortalità e all’eterna giovinezza, offertagli da dee come Circe e Calipso, dalla fanciulla Nausicaa. Verso la fine del saggio, condotto tutto con ritmo accattivante e confidenziale, l’autore si mette ancora di più in gioco, racconta delle sue esperienze personali. Come quella col padre, che a stento sapeva scrivere, ma curava le piante come lui oggi cura le persone e quella con la madre che, con parole semplici, lo incitava a impegnarsi negli studi. Ecco forse anche perché questo saggio, così ricco di pathos, parla al cuore e scale le classifiche.

http://www.larena.it/stories/Home/545262_lattesa_del_padre_ulisse/

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