Chiacchierare o parlare “intorno” alle cose?

di Rosalba Miceli, lastampa.it, 16 agosto 2013

La chiacchiera è un tipo speciale di comunicazione che tutti sperimentiamo, ad esempio quando ci si incontra in ascensore tra condomini di un palazzo o in ufficio davanti alla macchinetta del caffè, o tra vicini di ombrellone sulla spiaggia. Può essere una forma di saluto accompagnata da scambi verbali – semplici chiacchiere del più e del meno – sul tempo atmosferico, sull’abbigliamento, sulle fatiche del lavoro, le vacanze, i figli, sulla situazione politica, e così via.
La modalità comunicativa della chiacchiera è stata analizzata in particolare dal filosofo tedesco Martin Heidegger che la definisce come una «deiezione dell’essere». In Essere e tempo, il filosofo si sofferma sull’utilizzo del linguaggio nella dimensione della quotidianità media. Riferendosi alla chiacchiera, afferma Heidegger «il discorso comunicante (…) può essere compreso anche senza che colui che ascolta si collochi nella comprensione originaria di ciò sopra cui il discorso discorre. Più di comprendere l’ente di cui si discorre, ci si preoccupa di ascoltare ciò che il discorso dice come tale. L’oggetto della comprensione diviene il discorso, il sopra-che-cosa lo è solo approssimativamente e superficialmente. Si intendono le medesime cose perché ciò che è detto è compreso da tutti nella medesima medietà (…), l’essere assieme si realizza nel discorrere assieme e nel prendersi cura di ciò che il discorso dice. Ciò che conta è che si discorra».
Dunque se ciò che conta è che si discorra, il discorso viene ricondotto alla forma più elementare – puro atto comunicativo che corrisponde all’esigenza fondamentale di comunicare con altri esseri umani – per lo più privo di riflessione e risonanza interiore: non parlo più di cose che coscientemente sento mie e di cui voglio parlare con gli altri. Al contrario, «chiacchiero» avvalendomi di modi di pensare comune e tendo a parlare delle cose di cui tutti parlano (diffusione e ripetizione del discorso), nel modo in cui tutti ne parlano.
Ben diverso è l’esserci emotivamente nell’incontro con l’altro, l’essere consapevoli di un’esperienza emotiva, «apprendere dall’esperienza» – processo psichico che lo psicoanalista britannico Wilfred Bion pone alla base della crescita e dello sviluppo della personalità. Viceversa, quando i sentimenti non sono sperimentati in modo autentico, o sono negati, allora viene meno l’autenticità del mio esserci emotivamente nel fare esperienza della realtà, non sono veramente coinvolto dall’esperienza, né profondamente toccato dalle cose e dalle persone, c’è un falso apprendere, quello che Bion definisce un apprendere «intorno alle cose».
L’esistenza inautentica, osserva Heidegger, è caratterizzata dal «Si» (si fa, si pensa, si crede, ecc.), tipico della massificazione. Questo atteggiamento conformista nasce nel momento in cui il soggetto rinuncia alle proprie scelte per comportarsi nel modo in cui lo sollecita a comportarsi il «Si», ovvero la collettività. Quando l’esistenza umana è inautentica, l’essere umano non parla più né è indotto ad aspirare alla conoscenza: il parlare cede il passo alla «chiacchiera», l’interesse culturale autentico e genuino, profondo e motivato interiormente viene meno e la conoscenza viene sostituita dalla «curiosità».
Tuttavia la tendenza umana così forte e diffusa verso la chiacchiera deve pur avere delle motivazioni profonde, che vanno oltre il semplice bisogno di comunicare. In accordo ai principi dell’analisi transazionale (orientamento psicologico che, fra l’altro, prende in considerazione l’analisi delle transazioni, cioè degli scambi comunicativi fra le persone), possiamo ricondurre chiacchierare con qualcuno ad una sorta di carezza di mantenimento reciproca per tener viva una conoscenza o creare una conoscenza, un occasionale e transitorio legame.
«Parlare di carezze significa parlare di riconoscimento – spiega Giacomo Magrograssi (nel noto saggio divulgativo Le carezze come nutrimento, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2003) -. Riconoscimento di sé e riconoscimento dell’altro; è poi ancora riconoscimento di sé attraverso il riconoscimento dell’altro. È carezza tutto ciò che, riconoscendo l’esistenza di un altro essere umano, comporta una comunicazione con una valenza affettiva anche minima». Alla base c’è il bisogno di riconoscimento, ovvero l’esigenza – tipicamente umana e degli animali superiori – che i nostri simili (o quelli che riconosciamo come nostri simili) ci diano segno che esistiamo per loro.

http://www.lastampa.it/2013/08/16/scienza/galassiamente/chiacchierare-o-parlare-intorno-alle-cose-ILmOZfINppTvHvGTXXJw1L/pagina.html

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