Galimberti: “Non c’è niente di male a sognare l’amore”

L’idealizzazione è una condizione necessaria per innamorarsi, ma senza, per questo, sacrificare il proprio io

di un Lettore e Umberto Galimberti, D – Repubblica, 7 settembre 2013

Vorrei parlare di un amore nato nell’adolescenza sui banchi di scuola, quelli neri e solidi di un tempo, che con la loro greve stabilità sembravano garantirci un sicuro ancoraggio al luogo, al gruppo e a tutti i nostri illusori sentimenti e fin’anche alle loro più audaci aspettative. Era facile, con tutta la vita davanti, nutrirsi di eternità, non importa se effimere e rinnovabili, la nostra fede era anch’essa rinnovabile ed eterno appariva anche l’amore. Quel primo amore, romantico e, in una più realistica definizione, “mai consumato”, nutrito dalla più insana idealizzazione e lacerato all’improvviso da un inaspettato abbandono, ha resistito tenacemente, per chissà quali meccanismi inconsci, all’elaborazione del lutto, elaborando esso stesso una dimensione sacra, trascendente, mistica, e come tutti i “paradisi perduti” ha finito per esercitare un “eterno” nefasto richiamo. I miei tentativi di riscatto l’hanno radicato sempre più in fondo, in quelle profondità dove non ci è dato avventurarci con la mente, ma dalle quali una memoria involontaria sa riportare alla luce il bene perduto, ineffabile e sublime, per alienarci l’esistenza reale anche faticosamente realizzata. Così è stato. La vita ha fatto il suo corso regolare, studi, matrimonio, figli, una professione generosamente esercitata e generosa di consensi, ma anche una vita consapevole della sua sistematica spoliazione dei valori emotivi più veri e profondi, rivolti altrove. Riguardandola ora, la definirei ”sopravvivenza”, caratterizzata da un indistinto potenziale inespresso. Adesso, giunta a quella età nella quale si è colti dall’ansia di “lasciare tutto in ordine”, io avverto un’ansia ben più profonda e radicale, diciamo “retrospettiva”, di conciliare la mia vita con i suoi vissuti esistenziali, trovarne un ordine anche “postumo”, riconoscerne un senso o limitarne almeno il non-senso, per ritrovare il valore e il piacere di morire sana, dopo una vita da “malata”. Lettera firmata

La sua lettera mi commuove e penso non richieda un’analisi psicologica che distruggerebbe la raffinatezza del suo sentimento e la grazia della sua malinconia. Una malinconia che si fa complice del suo sguardo sulla fine della sua vita che, alla luce di quell’amore non vissuto, le dà l’immagine di essersi arresa a una semplice sopravvivenza. E questo nonostante il conforto di una cultura acquisita nelle sue modulazioni e nelle sue sfumature ricercate tra le più idonee a descrivere e a custodire, nella sua narrazione, quell’amore non vissuto, ma profondamente radicato nella sua anima. Lei parla di quell’amore come di un’«insana idealizzazione». E io le chiedo: perché “insana”? Senza idealizzazione l’amore non nasce, perché, per innamorarsi, occorre che l’altro ci appaia speciale, straordinario, unico.
Amore, infatti, non è passiva soddisfazione, ma attiva creazione. E l’idealizzazione è un atto creativo che vuol vedere specchiato nell’altro il riflesso della propria anima che non accetta di vivere per sempre nel chiuso della sua interiorità. E perciò crea l’immagine dell’altro a cui si affida, portandosi fuori di sé, “alienandosi”, come lei dice, sospinta dalla fascinazione per l’altro che lei stessa ha creato. Ma Hegel ci insegna che dall’alienazione bisogna poi tornare in sé, per non essere estraniati, per non rimanere prigionieri dell’immagine che, con la nostra idealizzazione, abbiamo creato dell’altro che, quando ci lascia, ci porta via l’anima che non ci siamo ripresa. «Nell’idealizzazione – scrive Freud – l’io diventa sempre meno esigente, più umile, mentre l’oggetto sempre più magnifico, più prezioso, fino a impossessarsi da ultimo dell’intero amore che l’io ha per sé, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l’autosacrificio dell’io. L’oggetto ha per così dire divorato l’io».
Idealizzare non è “insano”, perché senza idealizzazione non prenderebbe mai avvio l’amore. Insano è lasciare l’amore che uno ha per sé interamente nell’immagine che ha creato dell’altro, restando così senza amore per sé. Di qui il non-senso che viene ad assumere la nostra esistenza. Perché non c’è esistenza che possa reggersi senza quell’amore per sé che abbiamo alienato nell’altro, senza più riprendercelo. Anche se, dalla narrazione che lei fa della sua vita e dal desiderio che lei esprime di «riconciliarsi con i suoi vissuti esistenziali», a me pare che già si sia incamminata verso la sua anima che da lontano la sta chiamando.

http://periodici.repubblica.it/d (n. 856)

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