Testi concepiti come luoghi di scarto dell’inconscio

Lacan. Veri e propri rebus, in cui cose e parole, significanti e significati, si scambiano i ruoli e forzano la grammatica: gli Altri scritti curati da Antonio Di Ciaccia per Einaudi

di Fabrizio Palombi, ilmanifesto.info, 2 novembre 2013

Come leg­gere i testi di Jac­ques Lacan? Si potrebbe pro­vare al con­tra­rio o, meglio, al rove­scio. Gli scritti laca­niani sono come un motto di spi­rito, come un rac­conto giallo, come una festa a sor­presa, nei quali l’epilogo cam­bia radicalmente il senso delle frasi, della nar­ra­zione e degli eventi che l’hanno pre­ce­duto. È lo stesso psi­coa­na­li­sta francese a for­nirci que­sta indi­ca­zione nella Ouver­ture degli Scritti che esor­di­scono con il suo cele­ber­rimo semi­na­rio dedi­cato alla Let­tera rubata di Edgar Allan Poe. La par­ti­co­lare col­lo­ca­zione di que­sto intri­gante testo di Lacan, ripub­bli­cato con impor­tanti aggiunte all’inizio della rac­colta, pro­pone una rilet­tura cro­no­lo­gi­ca­mente com­plessa e almeno par­zial­mente rove­sciata dei con­tri­buti con­te­nuti negli Scritti. Que­sta scelta è coe­rente con l’approccio cli­nico laca­niano che trova un modello di rife­ri­mento nel caso freu­diano dell’«Uomo dei lupi» e nella sua moda­lità d’interpretazione retroat­tiva. Infatti, la scena del rap­porto ses­suale tra i geni­tori, alla quale que­sto cele­bre paziente avrebbe assi­stito da bam­bino, assume nell’interpretazione psi­coa­na­li­tica il suo carat­tere trau­ma­tico solo après-coup, a poste­riori, dopo l’adolescenza e la matu­ra­zione psicosessuale.

Seguendo que­sta mede­sima dina­mica retro­grada si può ten­tare di aggi­rare le «garan­zie di incom­pren­sione» dello stile laca­niano che tro­viamo espli­ci­ta­mente for­mu­late in una nota a piè di pagina degli Scritti. Il biz­zarro pro­po­sito di un autore che scrive per non essere com­preso (almeno facil­mente, imme­dia­ta­mente e total­mente) acqui­sta senso se pen­siamo ai suoi testi come a una sorta d’inconscio arti­fi­ciale creato allo scopo di con­tri­buire alla for­ma­zione degli ana­li­sti. Sono veri e pro­pri rebus, nei quali cose e parole, signi­fi­canti e signi­fi­cati, si scam­biano i reci­proci ruoli per pro­porre impe­gna­tivi eser­cizi di deci­fra­zione e pro­lun­gate sfide al desi­de­rio dei can­di­dati alla posi­zione di psicoanalista.

Jacques-Alain Mil­ler, cognato di Lacan e cura­tore fran­cese delle sue opere, ha seguito que­sta impo­sta­zione rove­sciata nel mon­tag­gio del volume inti­to­lato Altri scritti, recen­te­mente pub­bli­cato da Einaudi nell’edizione ita­liana di Anto­nio Di Ciac­cia, noto psi­coa­na­li­sta e tra­dut­tore laca­niano (pp. 624, euro 34,00). Il libro arric­chi­sce la vasta pano­ra­mica degli scritti e dei semi­nari di Lacan a dispo­si­zione del let­tore italiano. Lo psi­coa­na­li­sta fran­cese, nel dicias­set­te­simo semi­na­rio, inter­preta il rove­scio del suo discorso in una pecu­liare acce­zione tes­sile che è impor­tante per com­pren­dere anche la com­po­si­zione di que­sta seconda fon­da­men­tale anto­lo­gia rivolta espli­ci­ta­mente a ripro­durre «la trama della prima». Il pro­logo della rac­colta illu­stra la com­plessa orga­niz­za­zione del volume, che prova a emu­lare l’effetto retroat­tivo laca­niano per impe­gnarci in una let­tura zig­za­gante attra­verso la cro­no­lo­gia degli Altri scritti e l’avventura intel­let­tuale di Lacan. L’indice è una lente d’ingrandimento che distin­gue nella trama della rac­colta i più impor­tanti con­tri­buti che «non ave­vano tro­vato posto» negli Scritti, offerti dalla seconda alla quarta parte del volume, e mostra il loro intrec­cio con quelli «dedi­cati alla Scuola» fon­data da Lacan, pro­po­sti nella quinta, e con altri orga­niz­zati cro­no­lo­gi­ca­mente nelle ultime tre. Tutte le parti si legano alla prima, inti­to­lata «Litu­ra­terra», che è il vero e pro­prio nodo teo­rico dell’intera anto­lo­gia per­ché deve svol­gere la fun­zione che negli Scritti com­pe­teva al «Semi­na­rio sulla Let­tera rubata».

Il ter­mine litu­ra­terra vuole ren­dere, nella nostra lin­gua, un gioco di parole coniato defor­mando il ter­mine fran­cese lit­té­ra­ture in litu­ra­terre. È un neo­lo­gi­smo laca­niano pro­dotto da un’inversione di sil­labe e da uno scam­bio di dop­pie libe­ra­mente ispi­rato da tre ter­mini latini, linolituralitu­ra­rius, sac­cheg­giati dal dizio­na­rio eti­mo­lo­gico di Ernout e Meil­let. Lacan fa deri­vare dalla prima parola, che signi­fica «rive­stire», «spal­mare» e «con­su­mare», la gamma seman­tica della seconda usata per evo­care il «rive­sti­mento» dell’«intonaco» con le sue mac­chie, che com­pa­iono ine­vi­ta­bil­mente con il tra­scor­rere del tempo, e la cor­re­lata esi­genza di can­cel­larle. Que­ste anti­e­ste­ti­che lesioni del rive­sti­mento super­fi­ciale di un muro allu­dono al terzo ter­mine che indica qual­cosa zeppo di cancellature. A que­sti ter­mini, espli­ci­ta­mente citati da Lacan, è utile avvi­ci­nare gli etimi latini di due altre parole impie­gate nel testo, che con­di­vi­dono par­zial­mente la gra­fia delle pre­ce­denti. Si tratta di lit­tera e litus, che pos­sie­dono tra i loro sensi, rispet­ti­va­mente, quelli di «let­tera dell’alfabeto» e «lito­rale» e ci aiu­tano a capire per­ché mai la pseu­doe­ti­mo­lo­gia del neo­lo­gi­smo litu­ra­terra venga, a sua volta, acco­stata a un gioco di parole joy­ciano tra let­ter e lit­ter «che sci­vola … da una let­tera a una spaz­za­tura». Un geniale motto di spi­rito capace di mostrare, in un lampo, come la sosti­tu­zione di un solo carat­tere possa tra­sfor­mare radi­cal­mente il signi­fi­cato di una parola facendo pre­ci­pi­tare il sog­getto nell’ilarità o nella ver­go­gna. Que­sto spiega per­ché la pseu­doe­ti­mo­lo­gia di litu­ra­terra intenda evo­care mac­chie da can­cel­lare e errori da ricoprire.

Dun­que, abbiamo otte­nuto un ete­ro­ge­neo elenco di ter­mini costi­tuito da let­tere, spaz­za­tura, lito­rali mac­chie e can­cel­la­ture ma resta il pro­blema di capire quale sia il loro ele­mento comune. Il testo di Lacan sfida inces­san­te­mente il let­tore sot­to­po­nen­dolo a varie prove tra le quali spic­cano diversi tipi d’indovinelli psi­coa­na­li­tici. Cimen­tia­moci, allora, nell’impresa ricor­dando che l’inconscio freu­diano si distin­gue da quelli filo­so­fici, che l’hanno sto­ri­ca­mente pre­ce­duto, e da quelli scien­ti­fici, che lo hanno seguito e accom­pa­gnato, anche per la straor­di­na­ria impor­tanza che attri­bui­sce agli scarti della coscienza costi­tuiti dalle varie forme di lap­sus. Pro­prio nello «spa­zio» di que­sti ultimi pos­siamo indi­vi­duare il comune deno­mi­na­tore che cercavamo. Il lito­rale, per esem­pio, è una zona di con­fine mobile tra acqua e terra dove si posano i detriti e la spaz­za­tura rifiu­tati rispet­ti­va­mente dalla natura e dall’uomo. Que­sta area limi­nare e i suoi depo­siti spie­gano l’insistenza con la quale Lacan, anche in «Litu­ra­terra», para­gona i suoi scritti con spaz­za­ture, pat­tu­miere, let­tiere e fogne. Sono tutti luo­ghi depu­tati a rac­co­gliere i rifiuti e a evo­care meta­fo­ri­ca­mente l’inconscio come arti­co­la­zione di ciò che è scar­tato dalla coscienza. Que­sta è una delle leggi di com­po­si­zione dei testi di Lacan che tro­vano una fonte d’ispirazione nei rac­conti di Aimée, la più cele­bre delle sue pazienti, siste­ma­ti­ca­mente rifiu­tati dagli editori.

Lo stile di scrit­tura laca­niano è influen­zato anche dal sur­rea­li­smo e, soprat­tutto, dalla pas­sione per James Joyce, «cono­sciuto a vent’anni» e mai più dimen­ti­cato. «Litu­ra­terra», non casual­mente, cuce La let­tera rubata di Poe, il semi­na­rio laca­niano a essa dedi­cata e le rifles­sioni joy­ciane con un filo rosso che attra­versa gliAltri scritti. Il nome del grande autore irlan­dese pun­teg­gia la rac­colta sino ad arri­vare a uno degli ultimi testi a lui inte­ra­mente dedi­cato. Lacan è estre­ma­mente espli­cito nel dichia­rare che Joyce «riduce allo stremo qual­siasi let­te­ra­tura» per­ché, in qual­che modo, «ne voleva la fine». Gli ultimi scritti dello psi­coa­na­li­sta, in ordine cro­no­lo­gico, seguono la stessa para­bola joy­ciana, disar­ti­co­lando la sin­tassi, slo­gando la gram­ma­tica e facendo esplo­dere l’ortografia in un gran finale che trova il suo cor­ri­spet­tivo isti­tu­zio­nale nella «Let­tera di dis­so­lu­zione» della sua scuola redatta nel 1980, anno pre­ce­dente la sua morte. Que­sta dram­ma­tica scelta ha impe­dito che si cri­stal­liz­zasse «un’ortodossia laca­niana» e ha con­sen­tito la dis­se­mi­na­zione del suo pen­siero in molte scuole di psi­coa­na­lisi, che si richia­mano al suo inse­gna­mento cli­nico, e in un con­te­sto cul­tu­rale molto ampio. Nell’ultimo decen­nio, in par­ti­co­lare, la rifles­sione di Lacan è stata risco­perta da filo­sofi, stu­diosi di cinema e d’arte che usano cri­ti­ca­mente la sua teo­ria della sog­get­ti­vità e tro­vano ali­mento nella sua rifles­sione este­tica. E pro­prio a que­sta Lacan renais­sance sono dedi­cati gli Altri scritti.

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