Punti di vista diversi sulla pericolosità del malato di mente

Non esiste il lombrosiano delinquente nato, ma esistono forme patologiche che in determinate situazioni ambientali possono sfociare in omicidi e stragi. Perché negarlo?

 di Domenico Fargnoli, babylonpost.globalist.it, 4 gennaio 2014

 I basagliani sono negazionisti: sostengono che la pericolosità del malato di mente non esiste o perlomeno che non ci sia una correlazione certa fra violenza e pazzia. Vittorino Andreoli pensa il contrario perlomeno limitatamente a determinate patologie: ma in base a quale concezione della malattia mentale e a quali criteri diagnostici? È vero che ciascuno di noi, come mi sembra abbia sostenuto lo psichiatra veronese, può trasformarsi in un assassino in circostanze favorevoli? Andreoli afferma che la libertà di scegliere non esiste, seguendo Freud. Ma il padre della psicoanalisi scrisse anche che siamo tutti potenzialmente criminali e che si delinque per un senso di colpa inconscio (l’Edipo) presente in tutti gli esseri umani. Inoltre nell’inconscio di ciascuno per la psicoanalisi come per il cristianesimo, sarebbe attivo l’istinto di morte, inteso come sadismo ed aggressività originaria. Siamo tutti figli di Caino.
Esiste pertanto una sostanziale convergenza fra l’antropologia freudiana, cui aderisce Andreoli, e l’antropologia criminale di Cesare Lombroso che prevedeva il “delinquente nato” da confinare nei manicomi giudiziari. Per Lombroso la delinquenza è un fenomeno regressivo che riattiva una aggressività atavica presente in tutti. Nella folla per es. il normale regredisce e diventa un potenziale assassino, come scrisse Scipio Sighele ne “La folla delinquente” (1891). Il “delinquente nato” sarebbe tale, per gli esponenti della scuola positivistica italiana, per un difetto di sviluppo o per anomalie anatomo-funzionali che impediscono alla morale ed alla ragione di porre un freno ad una violenza che affonda le sue radici nella filogenesi, come diceva anche Freud, cioè nel passato remoto dell’umanità.
È chiaro che la pericolosità del malato di mente non può essere legata a fattori costituzionali e ad alterazioni neuroanatomiche. Essa è un fenomeno reattivo a determinate situazioni di rapporto interumano. Pertanto può essere prevenuta e risolta nella stragrande maggioranza dei casi con opportune strategie terapeutiche e con interventi adeguati. Storicamente i cosiddetti “sani” hanno esercitato forme di violenza efferata nei confronti dei malati mentali. La violenza fisica unita al contenimento ed alla segregazione era ritenuta l’unica possibilità di “terapia” della pazzia: il trattamento morale come risultato di una mentalità razionale e  religiosa.
È altresì vero che i malati non sono stati e non sono tuttora solo vittime: in certe patologie come la schizofrenia paranoide (Anders Breivik era uno schizofrenico e non un terrorista come ha sostenuto il basagliano Peppe Dell’Acqua), l’impatto con l’ambiente può innescare condotte che sfociano molto frequentemente nell’omicidio o nella strage. Indipendentemente dalla rilevanza numerica di tali episodi, la valutazione della quale dipende dai criteri diagnostici adottati, le sopraddette patologie non possono essere ignorate. In un mio articolo dal titolo “Schizofrenia, imputabilità e infermità mentale” che uscirà nel numero di gennaio 2014 de “Il sogno della farfalla” (L’Asino d’oro edizioni) propongo una riflessione sul nesso fra malattia mentale ed acting out criminale, oltre ad un approfondimento dei criteri diagnostici della schizofrenia. La teoria, l’indagine psicopatologica è importante.
«La pericolosità sociale – scrive Peppe Dell’Acqua nel “Forum di salute mentale” – non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi». Esiste la pericolosità sociale degli psichiatri che negano la malattia mentale: negano che di essa si possano  indagare i processi ed i meccanismi. Non si potrebbe andare oltre la fenomenologia. Oltre l’apparenza dei sintomi rimane l’idea di una noxa sconosciuta come sostenevano i grandi psicopatologi del passato. «Non so cosa sia la follia. Tutto forse niente» diceva Franco Basaglia. Si ritiene pertanto che si possano liberare i malati dal manicomio (anche criminale) ma non dalla pazzia che viene confusa con la follia. Ciò che si crede di sapere è che la malattia mentale sia parte ineliminabile dell’essere umano.

Articolo originale pubblicato dallo psichiatra Domenico Fargnoli su domenicofargnoli.com

http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=94578&typeb=0

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