Il colore del gatto e la depressione

La salute è una cosa seria. Ma Il Fatto fa disinformazione scientifica con l’ausilio di un prete, di una psicanalista e di uno psichiatra con poche idee e pure confuse

di Domenico Fargnoli, babyolonpost.it, 17 gennaio 2014

Deng Xiaoping riassumeva l’idea del Socialismo cinese nel famoso detto “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi”. Ciò che contano sono i risultati. La psichiatria contemporanea tenta anche essa di seguire la strada del pragmatismo. Non importano le costruzioni teoriche, le diagnosi, il rispetto della metodologia medica: ciò che contano sono i risultati. Per cui ben venga se uno sta meglio con la meditazione trascendentale se un altro si cura la depressione con le tisane e se un altro ancora fa affidamento sugli psicofarmaci e ritiene che a lui facciano bene. Quello descritto è l’atteggiamento cosiddetto post psichiatrico o post moderno. Non esistono verità assolute o concetti universali dal momento che di fronte al “disturbo mentale” (secondo l’ambigua formula dei vari DSM) ciascuno si arrangia come può.

Il giornale Il Fatto quotidiano in data lunedì 13 gennaio 2014 sembra aver sposato, come fanno alcuni psichiatri, la filosofia politico-economica dei cinesi. In ben quattro pagine di servizio è stata intervistata, sul tema della depressione, una psicoanalista junghiana, un monaco benedettino, il solito Vittorino Andreoli, ed è stata riportata l’esperienza di una scrittrice che sarebbe guarita spontaneamente. Tutto ed il contrario di tutto. Ma gli psicoanalisti junghiani non erano quelli che facevano i tarocchi ai pazienti o in alternativa l'”I-Ching”? Non erano quelli che si ispiravano ad un profeta-maestro che andò incontro a un vera e propria psicosi con tanto di allucinazioni fra una seduta e l’altra, con tanto di pistola sotto il cuscino pronta in caso di improvviso impulso suicida? Jung camicia bruna, Jung poligamico convinto, Jung maestro della new-age. Jung psicoguru.

Quanto a Vittorino Andreoli egli è insuperabile suggeritore di banalità assolute. Domanda: come si cura la depressione? Risposta: integrando la psicoterapia con l’uso degli psicofarmaci e della sociologia. Grazie tante: la psicoterapia agirebbe sul cervello plastico esattamente come lo psicofarmaco. Naturalmente non è assolutamente vero perché le sostanze psicotrope sono solo palliativi dall’effetto spesso imprevedibile data la diversità delle risposte individuali. Ancora più difficile mi rimane comprendere in cosa possa consistere l’integrazione di psicofarmaci con la sociologia. Per non dire che il termine psicoterapia è talmente generico che non significa praticamente nulla. Tant’è che il benedettino intervistato dalla giornalista è legittimato a dichiarare: «Alla chiesa non interessa valutare la depressione». Ma subito dopo: «Tra le cause della depressione (…), la mancanza di radici e di fede che invece sono importanti». Viva la coerenza. Come dire che tutti gli atei sarebbero depressi. La scrittrice Caterina Bonvicini poi suggerisce che l’uscita dalla depressione è un mistero, una sorta di miracolo che non si sa come avvenga anche se poi la donna dice di essere andata incontro a «un gioia furiosa» quando sarebbe guarita innamorandosi in modo maniacale di un uomo. Auguri.

Ciò che è tragico è che si utilizzano quattro pagine di un giornale per suggerire, più o meno apertamente, che non esiste la cura della malattia mentale: si va ben oltre la questione del gatto bianco o nero perché, dichiarazioni e discorsi a parte, nessuno degli intervistati sembra riuscire a prendere topi: i gatti dormono mentre i topi ballano. I rimedi suggeriti, in assenza di una metodologia e di una teoria che rispondano ad un minimo di criterio di scientificità, sembrano davvero peggio del “male”. O come come è più corretto dire della “malattia”.

Articolo originale pubblicato su domenicofargnoli.com

http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=95507

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