Il Papa e Freud

di Giuseppe Frangi, blog.vita.it, 5 marzo 2014 

«Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione». Lo dice papa Francesco nell’intervista rilasciata a Ferruccio De Bortoli e pubblicata sul Corriere della Sera e su La Nacion di Buenos Aires, in occasione del primo anno di pontificato (vd. qui sotto). Che un papa citi Freud è già sintomo di apertura mentale e di apertura al nostro tempo. Ma la cosa ancora più significativa è che lo citi con un’affermazione come questa. Il vedere nell’idealizzazione una minaccia, spiega la straordinaria libertà di questo Papa rispetto ai media. Quella libertà che gli permette con assoluta naturalezza di affrontare ogni situazione e ogni intervista, senza farsi problema davanti a nessuna domanda. Mi spiego: c’è stata una lunga stagione in cui il pontificato è stato enfatizzato mediaticamente, trasformato in attore di primo piano del grande spettacolo globale. Oggi Papa Francesco ha raffreddato in modo drastico questo ruolo del papato, tanto da definirsi in primis vescovo di Roma («Non mi aspettavo questo cambiamento di diocesi», dice con una sottile ironia oggi nell’intervista al Corriere). Ma l’accenno così tagliente e realistico al rischio di ogni idealizzazione, va aldilà della concezione del proprio ruolo. È una cosa che riguarda da vicino il modo con cui la cultura di oggi devia le aspettative degli uomini su figure mitiche, anche fossero figure buone. Ma così facendo, oltre ad esporsi al rischio di cocenti delusioni, si subisce un senso di impotenza: impossibile raggiungere il livello teorico dei personaggi idealizzati. 

Francesco è molto pragmatico, è uomo che conosce le regole del mondo per cui sa come non farsi intrappolare. E sa che l’idealizzazione del suo ruolo è la trappola più pericolosa perché distoglie le persone dalla necessità di una responsabilità di ciascuno, verso un rinnovamento della chiesa e poi verso un necessario superamento delle sperequazioni economiche e e sociali che segnano il mondo d’oggi.
Francesco è il contrario dell’one man show, e la straordinaria simpatia umana che riscuote e che lo ha “costretto” per  tutto l’inverno a tenere le udienze di mercoledì in piazza San Pietro per rispondere alle richieste, è qualcosa di potentemente altro rispetto al profilo della star. Francesco insomma, con la sua concretezza, tiene i media a stecchetto. Non permette spettacolarizzazioni, né strumentalizzazioni. Ma come in ogni cosa, Francesco apre strade percorribili da tutti: e così questo modo di tenere a bada i media, di non farsene cooptare mentalmente diventa pratica attuabile per ciascuno.
Certo ci vuole quella scaltrezza che non a caso Gesù auspicava nel Vangelo. Alla domanda trabocchetto sul perché abbia rinnovato il passaporto argentino, Francesco ha risposto seraficamente: «L’ho rinnovato perché scadeva». E a quella sul possibile viaggio in Argentina, domanda che implicava l’idea di un viaggio trionfale e celebrativo, Francesco spiega che sì gli piacerebbe tornare in patria per trovare sua sorella malata, ma «questo non giustifica un viaggio in Argentina: la chiamo per telefono e questo basta». Anche Freud applaudirebbe.

http://blog.vita.it/ricchiepoveri/2014/03/05/il-papa-e-freud/

«Benedetto XVI non è una statua. Partecipa alla vita della Chiesa»

Bergoglio e il primo anno da Papa: «Grande attenzione ai divorziati. Sulle unioni civili valutare i casi»

di  Ferruccio de  Bortoli, corriere.it, 4 marzo 2014*

Un anno è trascorso da quel semplice «buonasera» che commosse il mondo. L’arco di dodici mesi così intensi — non solo per la vita della Chiesa — fatica a contenere la grande messe di novità e i tanti segni profondi dell’innovazione pastorale di Francesco. Siamo in una saletta di Santa Marta. Una sola finestra dà su un piccolo cortile interno che schiude un minuscolo angolo di cielo azzurro. La giornata è bellissima, primaverile, tiepida. Il Papa sbuca all’improvviso, quasi di scatto, da una porta e ha un viso disteso, sorridente. Guarda divertito i troppi registratori che l’ansia senile di un giornalista ha posto su un tavolino. «Funzionano? Sì? Bene». Il bilancio di un anno? No, i bilanci non gli piacciono. «Li faccio solo ogni quindici giorni, con il mio confessore».
Lei, Santo Padre, ogni tanto telefona a chi le chiede aiuto. E qualche volta non le credono.
«Sì, è capitato. Quando uno chiama è perché ha voglia di parlare, una domanda da fare, un consiglio da chiedere. Da prete a Buenos Aires era più semplice. E per me resta un’abitudine. Un servizio. Lo sento dentro. Certo, ora non è tanto facile farlo vista la quantità di gente che mi scrive».
E c’è un contatto, un incontro che ricorda con particolare affetto?
«Una signora vedova, di ottant’anni, che aveva perso il figlio. Mi scrisse. E adesso le faccio una chiamatina ogni mese. Lei è felice. Io faccio il prete. Mi piace».
I rapporti con il suo predecessore. Ha mai chiesto qualche consiglio a Benedetto XVI?
«Sì. Il Papa emerito non è una statua in un museo. È una istituzione. Non eravamo abituati. Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri. Non lo sappiamo. Lui è discreto, umile, non vuole disturbare. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa. Una volta è venuto qui per la benedizione della statua di San Michele Arcangelo, poi a pranzo a Santa Marta e, dopo Natale, gli ho rivolto l’invito a partecipare al Concistoro e lui ha accettato. La sua saggezza è un dono di Dio. Qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano. Io ho pensato ai nonni che con la loro sapienza, i loro consigli danno forza alla famiglia e non meritano di finire in una casa di riposo».
Il suo modo di governare la Chiesa a noi è sembrato questo: lei ascolta tutti e decide da solo. Un po’ come il generale dei gesuiti. Il Papa è un uomo solo?
«Sì e no. Capisco quello che vuol dirmi. Il Papa non è solo nel suo lavoro perché è accompagnato e consigliato da tanti. E sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità».
Lei ha innovato, criticato alcuni atteggiamenti del clero, scosso la Curia. Con qualche resistenza, qualche opposizione. La Chiesa è già cambiata come avrebbe voluto un anno fa?
«Io nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Non mi aspettavo questo trasferimento di diocesi, diciamo così. Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali nelle varie congregazioni. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione. Le faccio un esempio. Si era parlato della cura spirituale delle persone che lavorano nella Curia, e si sono cominciati a fare dei ritiri spirituali. Si doveva dare più importanza agli Esercizi Spirituali annuali: tutti hanno diritto a trascorrere cinque giorni in silenzio e meditazione, mentre prima nella Curia si ascoltavano tre prediche al giorno e poi alcuni continuavano a lavorare».
La tenerezza e la misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale…
«E del Vangelo. È il centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad ascoltarci, a guarirci, a salvarci».
Ma è stato compreso questo messaggio? Lei ha detto che la francescomania non durerà a lungo. C’è qualcosa nella sua immagine pubblica che non le piace?
«Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale».

Per continuare vai al link:

http://www.corriere.it/cronache/14_marzo_04/vi-racconto-mio-primo-anno-papa-90f8a1c4-a3eb-11e3-b352-9ec6f8a34ecc.shtml

*Il pezzo è stato pubblicato on line il 4 marzo e su carta il giorno dopo.

Vedi anche:

https://rassegnaflp.wordpress.com/2014/03/12/ospiti-castigliego-quando-il-papa-fa-lo-psicoterapeuta/

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