Vegetti Finzi: “Imparare ad ascoltare per difendersi dalla sindrome di Medea”

di Silvia Vegetti Finzi, il Corriere della Sera, 10 marzo 2014

Di fronte a fatti così atroci si resta ammutoliti perché sembrano smentire le sicurezze più convalidate della nostra vita: la naturale salvaguardia dei bambini, l’amore materno, i buoni sentimenti della famiglia. Visto che è impossibile comprendere quali baratri si celino dietro la coscienza, molti preferiscono passare oltre rifugiandosi nell’indifferenza emotiva. Ma la maggior parte delle persone avverte un profondo senso di compassione (proprio nel senso etimologico di «patire insieme») per le vittime di una violenza inaudita che, in questo caso, ha ucciso tre bambine e distrutto una famiglia. Definiti «normali» dai vicini di casa, i protagonisti di questa tragica vicenda mostrano la difficoltà, particolarmente in casi così complessi, di cogliere e decifrare i segnali di malessere che preannunciano ogni gesto estremo. Eppure la nostra cultura contiene, in proposito, numerosi avvertimenti. I Greci, come illustra il teatro tragico, consideravano la famiglia il luogo della tragedia e i miti ne svelavano le componenti passionali. Tra questi, il mito di Medea, maga, straniera e regina, mostra di quanta violenza possa essere capace una donna tradita e abbandonata. Nella versione di Euripide, Medea uccide i due figli per vendicarsi del marito ma, invece di essere condannata a morte, viene trasportata in cielo dai cavalli alati del Sole. Questa fantasia collettiva denuncia il pericolo insito nella distruzione del patto coniugale, la centralità dei figli nei conflitti di coppia e il rischio che l’amore materno si rovesci nel suo contrario, in pulsione violenta. Una inversione dalla vita alla morte che la donna, da sola, non riesce a contrastare e che richiede pertanto di affinare la sensibilità e mobilitare la responsabilità di coloro che le stanno accanto.

http://segnalazioni.blogspot.it/2014/03/trovi-i-testi-degli-articoli-segnalati.html

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