Ospiti – Castigliego: “Quando il Papa fa lo psicoterapeuta”

di Giuliano Castigliego, umanamenteonline.it, 11 marzo 2014

La psicoterapia è usurante. Non per il paziente – si spera – che dovrebbe trarne sollievo e forza ma, a lungo andare, per il terapeuta, che nel corpo a corpo con la sofferenza altrui (e propria) corre sempre il rischio di infrangersi sugli scogli: a Scilla su quelli dell’eccesso di vicinanza e della collusione con un paziente che a lui s’aggrappa per non affogare; a Cariddi su quelli dell’indifferente distanza dall’altro – e da sé stesso. Non a caso il burn out – ne so qualcosa – e altri disturbi psichici dalla depressione fino al suicidio sono così frequenti tra i medici (il tasso di suicidio tra questi ultimi sarebbe secondo vecchi studi* più del doppio di quello della popolazione normale, 28-40 casi su 100.000 abitanti rispetto a quello medio di 12,3 su 100.000) ed ancor più tra gli psichiatri, e in altre professioni sociali. Gravati dal peso dell’aspettativa sociale e personale di riportare salute ed infondere benessere negli altri, medici e terapeuti, trascurano talvolta sé stessi e possono crollare sotto quel peso, come ci ricorda un articolo non recente ma sempre attuale dal sintomatico titolo Physicians Are Not Invincible: Rates of Psychosocial Problems Among Physicians. Altre volte per sottrarsi a questi pericoli si finisce di rifugiarsi nei tecnicismi, se non nell’indifferenza o addirittura nel cinismo.

In questo contesto l’atteggiamento di Papa Francesco mi sembra quanto mai terapeutico. Non solo perché rifiuta l’idealizzazione del proprio ruolo e rivendica la propria limitata umanità citando – per una volta nella Chiesa benevolmente – Freud: “Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione” (dalla recente intervista del Papa a Ferruccio de Bortoli, Corriere della Sera). Ma anche e soprattutto perché l’uomo Bergoglio trasmette con immediatezza autentica e credibile il rispetto e soprattutto l’accettazione dell’altro (e di sé) indipendentemente dal genere e dallo status sociale, politico, sessuale etc. di chi gli sta davanti. Lo evidenzia molto bene lo splendido articolo di uno psichiatra americano, ebreo Lloyd I. Sederer , che ricorda le parole del Papa “Chi sono io per giudicare?” ed i suoi gesti di sincera umiltà.
E prosegue:
“The Pope’s message, which I take as a Jew, is non-sectarian. As a psychiatrist, I think his message resonates with what is becoming a prevailing ethos of good mental health care — a belief that everyone has promise, can recover and rebuild from life’s misfortunes and should be able to have what we all want…  namely the warmth of relationships, the safety of home, the experience of community and the dignity of being able to contribute to society”.
Scrive ancora Sederer:
“Francis’ message is clear: as people and institutions, we need to be welcoming (not judging); not defer to the dogma of powerful, hierarchical authorities (“Excessive centralization… complicates,” he said); serve those in need (the wounded); and practice what we preach”.

Proprio il deliberato e consapevole rifiuto di giudizi e pregiudizi, moralismi e regole tanto nobili da essere inumane è così liberatorio e invitante, nel rapporto del Papa con il prossimo, così come in ogni altro incontro, terapeutico o meno, tra uomini gravati dalle sofferenze. Ma saper ascoltare, accettare, mettersi emozionalmente in gioco e aiutare far riflettere costa fatica. Per questo sono così necessarie, accanto alla formazione approfondita, all’aggiornamento continuo, supervisioni e intervisioni.
La sofferenza infatti ci spaventa inducendoci spesso a ferire chi ce la porta tropo vicino con armi socialmente accettate ma non meno affilate o a fuggire, abbandonando chi ci sta davanti.
“L’amorevolezza – dicono Phillips e Taylor, autori del bellissimo Elogio della gentilezza – ci apre al mondo (e ai mondi) di altre persone secondo modalità che desideriamo ardentemente ma di cui abbiamo anche terrore” poiché “la vulnerabilità..è la nostra eredità biologica” E aggiungono “prendersi carico della vulnerabilità degli altri…comporta l’essere capaci di prendersi carico della propria”. È il compito immane, votato ovviamente alla delusione, di una professione, per definizione nevrotica, come quella psicoterapeutica. D’altro canto il nostro stesso desiderio di farcela nella e con la vita non è una, necessaria, utopia? Nell’affollato e solitario cammino per raggiungerla è bello riposarsi a turno in rifugi di calorosa tolleranza nella vita quotidiana – e di calorosa astinenza quando siamo così bisognosi da divenire pazienti. Ci aiuta per un momento ad abbassare le nostre difese e a non vergognarci dei nostri ridicoli limiti. Giusto il tempo per un  incontro.

* Council on Scientific Affairs: Results and implications of the AMA-APA Physician Mortality Project, Stage II. JAMA 1987; 257:2949-2953

http://www.umanamenteonline.it/quando-il-papa-fa-lo-psicoterapeuta/

Su Papa Francesco e Freud e con il testo dell’intervista citata:

https://rassegnaflp.wordpress.com/2014/03/12/il-papa-e-freud/

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