“La sophia eterna” di Henry Corbin

di Redazione, ilfoglio.it, 9 aprile 2014

Doveva ispirarsi al Simposio platonico l’incontro tra oriente e occidente che, sotto un albero di cedro,  si svolgeva una volta l’anno in una villa ad Ascona sul lago Maggiore a casa di Olga Fröbe-Kapteyn, studiosa di filosofia indiana. Eranos, banchetto in greco, fu il nome suggerito per queste conversazioni da Rudolph Otto. Dal 1949 ne divenne animatore Henry Corbin, il più importante studioso dell’islam nel Novecento. “Genio tutelare” fu Carl Gustav Jung, che  partecipò a quasi tutti gli incontri. Luminari provenienti da tutto il mondo, studiosi di religioni, filosofi e poeti liberi da qualunque pregiudizio si riunivano a discutere intorno a un tema. “A proposito di un recente libro di C. G. Jung” è il sottotitolo di questo breve saggio che Corbin dedica a una delle opere più famose e controverse dello psicanalista svizzero: Risposta a Giobbe, scritta da Jung nel 1952 all’età di 72 anni. Corbin ricorda nella sua prefazione il fascino che emanava dalla conversazione che lui, un “metafisico”, intratteneva con lo psicologo Jung. Formazioni e storie molto diverse che riuscivano a completarsi e in cui il cuore del dialogo era la realtà dell’anima che, dissolta dalla psicanalisi di Freud, era invece difesa con grande vigore da Jung. Realtà che per Corbin diviene il “mundus imaginalis”, il mondo dell’Anima. E’ proprio attraverso il drammatico rapporto che Dio instaura con Giobbe che emerge la consapevolezza dell’uomo. L’uomo che Dio ha così ingiustamente fatto oggetto delle più tremende tribolazioni, sente nella sua interiorità l’ingiustizia divina di cui è vittima e non esita a interrogare Dio, a chiedergli conto delle sue azioni. L’uomo è in balia di Dio. Yahweh mostra il suo arbitrio, si comporta male ispirato dal suo figlio prediletto, quel Satana che gli instilla il peggiore dei dubbi, mettere alla prova la probità di Giobbe uomo per bene timorato di Dio. La vicenda si svolge in tre atti. Giobbe fa esperienza, nella sua anima, della Tenebra che avvolge Dio, fa tragica esperienza dell’irrazionale. Qui Dio si presenta all’uomo privo di Sophia. E questi sfida Dio, gli chiede conto del suo comportamento, forte della sua innocenza. Ma l’azione divina si sottrae a ogni giudizio morale, mostra tutta la sua temibile forza demiurgica: “Io sono il Creatore”. Il secondo atto introduce un testimone a favore di Giobbe, Sophia, amica degli umani. La sua assenza nel primo atto ha dato luogo a un mondo in cui prevale lo  strapotere maschile, quello brutale di Yahweh e in cui l’elemento femminile è relegato al ruolo di sposa sottomessa proprio delle società patriarcali. Con Giobbe la religione del timore diventa altro, l’apparizione di Sophia mostra l’aspetto luminoso e benefico di Dio. Dio si affida a Sophia per realizzare quella miracolosa metamorfosi con la quale “paga” il suo debito con Giobbe, soffrire della stessa sofferenza che gli  ha inflitto, divenire un secondo Adamo, essere generato dalla seconda Eva, unica esclusa dal peccato originale. La vergine concepirà colui che è destinato a patire sulla Croce. Corbin, ripropone l’interpretazione che Jung ha dato di questo evento epocale per la storia dell’umanità, ribaltando la tesi tradizionale del sacrificio compiuto dal figlio di Dio per riscattare i peccati dell’umanità. Per Jung la crocefissione, scrive Corbin, “non è un risarcimento del debito umano verso Dio, ma la riparazione di un’ingiustizia divina verso l’uomo”. Il terzo atto è rappresentato dall’apocalisse di Giovanni in cui si annuncia una seconda nascita del Figlio, non ripetizione della nascita del Cristo, ma sua continuazione nell’uomo nella cui anima abita quella Sophia invano cercata da Giobbe nell’ira di Yahweh contro di lui. Solo così, con il Filius sapientiae verrà definitivamente tolto il lato d’ombra del furore divino.

Henry Corbin, La sophia eterna, Mimesis, 83 pp., 4,90 euro

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/87406/rubriche/la-sophia-eterna-di-henry-corbin.htm

 

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