Campagner, Recalcati, Bolognini, Ballerini: eredità, scuola, maturità

Scuola. Cosa vuol dire tirare su un figlio?

di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 16 giugno 2014

Nel 1973 in una puntata di Canzonissima condotta da un giovane e ossequioso Pippo Baudo, Vittorio De Sica, settantaduenne, presenta, con classe cristallina, il figlio ventenne Christian: “Questo – dice con grande sicurezza rivolto al pubblico l’attore avvezzo ai palcoscenici di mezzo mondo – è mio figlio Christian. Presto sentirete parlare di lui”. Quarant’anni più tardi in una puntata primaverile di Porta a Porta, Christian De Sica commenta il filmato, ormai storico, che lo ritrae “pupone” (secondo l’affettuosa espressione romanesca) a fianco del padre. Col consueto fare sornione e la complicità assicuratagli da un ammiccante Bruno Vespa, Christian osserva che all’epoca era grasso e spinto da un appetito che sconfinava nella bulimia, finiva – non di rado – per superare il quintale. Oggi Christian De Sica pesa 81 chilogrammi, ma all’epoca ne pesava 105 e, forse, più.

Per proseguire la lettura:

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/6/15/SCUOLA-Cosa-vuol-dire-tirare-su-un-figlio-/507534/

Ecco perché dopo tanti anni continuiamo a sognarcelo

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 17 giugno 2014

La febbrile attesa della vigilia, il sonno agitato, l’angoscia di prestazione, l’attesa opprimente dei genitori, il volto severo dei commissari, la ripetizione dei programmi a voce alta recitata come un mantra, la febbrile attesa della vigilia, le fantasie di annebbiamenti e smarrimenti clamorosi durante il colloquio, la sfrontatezza temeraria del bleuff o la memorizzazione disciplinata e compulsiva, il calcolo ansioso dei giorni, la liberazione finale.
L’esame di maturità e il suo corteo di ricordi continua a riapparire per molti nei sogni, spesso nella forma dell’incubo. Esso tende  a diventare la matrice di tutte le prove, di tutte le verifiche, di tutti i giudizi, assumendo l’aura epica dell’esame degli esami. L’esame di maturità ha delle gambe e ci insegue. Perché avviene?  Perché è un uscio che si apre su di una terra ignota, perché sancisce la fine del mondo del figlio-studente e l’inizio del tempo delle scelte che faranno il nostro destino. Il problema è che questa apertura non è mai automatica: esige una prova soggettiva. Dobbiamo prendere la parola in prima persona di fronte all’Altro. Si tratta di prendere la parola in prima persona di fronte ad un Altro che esprimerà su di noi un giudizio definitivo immodificabile. In numeri che si scolpiranno nei nostri curriculum vitae e nella nostra memoria. In questo esame si è tenuti a parlare rompendo lo specchio dell’uno ad uno a cui si era abituati nelle verifiche in classe. Si parla per la prima volta ad una Commissione in una sessione aperta al pubblico. Si prende la parola pubblicamente.
Ecco la prova più difficile: sono davvero autorizzato (e da chi?) a parlare a mio nome?
Sappiamo come i bambini nelle Scuole si prodighino per compiacere (o deludere) le attese dei loro genitori e delle loro maestre,  non parlano mai in prima persona, non parlano per sostenere un proprio discorso, ma innanzitutto per rispondere al discorso dell’Altro. Con l’avvento dell’adolescenza questo schema si rompe clamorosamente perché la giovinezza separa il soggetto dal recinto familiare e lo spalanca al mondo.
La mia soddisfazione non coincide più con quella dell’Altro, ma esige una sua misura singolare. Nell’esame di maturità si conclude allora un primo tempo della formazione: la certezza della terra dell’infanzia finisce e inizia l’instabilità avventurosa del mare.
Gli psicoanalisti conoscono bene l’importanza talvolta drammatica di questo passaggio. Lacan lo ha teorizzato con rigore: ogni qualvolta il soggetto è chiamato a rispondere con la propria parola ad un appello simbolico dell’Altro – accade anche con la chiamata alle armi, con un matrimonio, con il parto, con una nomina professionalmente rilevante – c’è sempre il rischio di cadere, di frantumarsi come avviene nel caso delle scompensazioni psicotiche. Il soggetto chiamato a parlare in prima persona non sopporta il  peso della prova e crolla.
Ecco perché tutti coloro che non sono crollati, restano tuttavia sempre un po’ legati a quella esperienza riproducendola nei propri sogni. Questo significa che in ogni prova c’è sempre il rischio de crollo, come dell’ebbrezza della libertà. Senza l’appoggio dell’Altro la nostra parola è, insieme, una esperienza di angoscia e di libertà.
Questa è la vera posta in gioco dell’esame degli esami.
La prova non consiste nel parlare di fronte ad una Commissione, ma nel fare esperienza che nessuno può sostituirci, che, nel momento in cui ci assumiamo la responsabilità della parola, nessuno potrà prendere il nostro posto.
Ricordo il volto disorientato di una allieva che chiamata alla cattedra dalla Commissione per sostenere il colloquio d’esame volse il suo sguardo all’amica del cuore chiedendole teneramente: “vieni anche tu?”. Impossibile: la prova della maturità ci separa dai nostri appoggi abituali e ci espone al rischio del fallimento.
Nessuno può parlare al nostro posto, nessuno può venire al nostro fianco a tenerci a mano. Ecco un’altra verità palesarsi: non siamo forse tutti sempre insufficienti, impreparati, immaturi, per affrontare la prova della vita?
Com’è possibile allora farcela, “passare”, essere promossi, superare l’esame? Ogni volta che nei nostri sogni ripetiamo l’angoscia della “maturità” ritorniamo su questa insufficienza, sull’impossibilità di superare una volta per sempre, definitivamente, la prova della vita. Niente e nessuno potrà mai garantire l’esito della mia parola. riuscirò a dire quello che so, sarò convincente, credibile,  capace di trasmettere qualcosa della mia vita?
Non esiste alcuna Commissione in grido di giudicare la nostra maturità. Perché se davvero esistesse saremmo in realtà tutti più tranquilli e meno angosciati. La vera angoscia è sempre nei confronti della nostra libertà e del nostro desiderio.
E’ l’inesistenza di questa Commissione, non la sua esistenza, che ci angoscia profondamente e che ci sospinge ogni volta a farla esistere nuovamente nei nostri incubi! Il mistero più profondo di ogni processo e di ogni giudizio – come ha mostrato in modo insuperabile Kafka – è che non esiste alcun tribunale in grado di assolverci o condannarci. E’ per questo che gli esseri umani non cessano di proiettare in cielo e in terra tribunali di ogni genere capaci di emettere un verdetto definitivo sul senso della loro esistenza. Anche il timore (anti-cristiano) di Dio sorge da questa proiezione.
Eppure questo timore – come il timore di ogni giudizio emesso dall’Altro – è in realtà un rifugio di fronte alla ben più cruda e difficile constatazione che siamo, come diceva Sartre, “soli e senza scuse”.

Presente qui col titolo L’incubo dell’esame di maturità:

http://www.psychiatryonline.it/node/5039

Bolognini: “Avete paura? Buon segno”

Gli studenti sul lettino dello psicanalista. Ansie e paure che si sfogano nei social e su Facebook, raccontati da Federico, ultimo anno all’istituto tecnico Belluzzi, Virginia, iscritta al serale del Manfredi, e poi Sara, Martina, Giorgia…

di Ilaria Venturi, bologna.repubblica.it, 18 giugno 2014

MATURANDI sul lettino dello psicanalista Stefano Bolognini. Ansie e paure che si sfogano nei social e su Facebook, raccontati da Federico, ultimo anno all’istituto tecnico Belluzzi, Virginia, iscritta al serale del Manfredi, e poi Sara, Martina, Giorgia… Martina, maturanda al liceo Fermi, per esempio ha già deciso che si iscriverà a Psicologia. Mentre Giorgia, “un po’ agitata ma non troppo” per la prova che sosterrà oggi al liceo classico Galvani.  E’ Stefano Bolognini, lo psicoanalista bolognese primo italiano scelto per guidare la Società psicoanalitica internazionale, ad analizzare gli stati d’animo di chi affronta oggi la maturità. Un dialogo a distanza, che non entra nelle vite personali dei ragazzi. Solo per raccontare e dare una lettura del rito di passaggio dal mondo protetto al mare aperto, della grande prova che ha segnato un po’ tutti e che nessuno dimentica.

Professore, nei gruppi Facebook delle classi quinte, in Twitter e WhatsApp il mantra ricorrente degli ultimi giorni è: “nonsoniente” scritto d’un fiato, con o senza hashtag. Che dire?
“Qui prende il sopravvento la parte sottostante, quella più primitiva che pensa in termini di tutto o niente, interruttore on oppure off: o so tutto o non so niente. E’ l’espressione di una gran fifa, assolutamente normale”.

Per proseguire la lettura:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2014/06/18/news/gli_studenti_sul_lettino_avete_paura_buon_segno-89314765/

Maturi da una vita

A che età si diventa adulti? Alla fine delle scuole superiori? Tutti chiamiamo la prova in corso in questi giorni “maturità”. Ma è un «doppio anacronismo». A quell’età si è pronti per le sfide della vita? Sì e no. Ecco perché

di Luigi Ballerini, tracce.it, 19 giugno 2014

La matura non fa paura. Qualche giorno fa ho risentito questo motto, scandito dai ragazzi che con mio figlio si stanno preparando all’esame di stato. Fa paura invece, altrimenti non si sarebbe inventato un motto per esorcizzarla. E fa paura a ragione, perché è un esame molto complesso, molto più articolato e difficile di quello che ho fatto io. Sarebbe l’esame di stato, ma lo chiamiamo tutti maturità. Non diamolo per scontato.
Considero questo un doppio anacronismo, doppio perché si sposta sia avanti sia indietro in quella linea personale del tempo che si chiama vita.

Per proseguire la lettura:

http://www.tracce.it/default.asp?id=371&id_n=42047#.U6Kd-NCRreI.facebook

 

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