Vasco per tre giorni all’Olimpico, spietato come gli Stones: «Saranno concerti duri»

di Marco Molendini, spettacoliecultura.ilmessaggero.it, 25 giugno 2014

Tempo di gladiatori rock: prima gli Stones al Circo Massimo, ora Vasco tre volte all’Olimpico. Casi della vita, visto che proprio i Rolling sono gli idoli storici del rocker di casa nostra. «Sono diventato quello che sono perché ci sono stati loro. Mi hanno insegnato ad usare la musica in modo provocatorio: se i Beatles rappresentavano l’apollineo, la bellezza delle forme, loro sono il dionisiaco, come me» racconta alla vigilia del debutto romano. E rivela d’aver incontrato Mick Jagger, «siamo amici e ci siamo fatti una chiacchierata».
Anche se non lo dice, sa che la sfida romana a distanza l’ha vinta lui, se non altro coi numeri. Quanto alla musica, la prova l’affronta stasera (bis domani e lunedì con 173 mila spettatori totali): «Un concerto spietato, dove non si scherza» lo definisce il Blasco, tirato a lucido, capelli rasati, l’aria sorridente. A Roma si trova bene: «Sono passato l’altro giorno da Villa Borghese e mi sono chiesto: ma perché non sono nato anch’io in questa città?». Promette: «Sarà un concerto durissimo, segna la mia svolta heavy. Nel rock è così, dopo un po’ si va verso l’heavy, è una evoluzione naturale. E poi ho un batterista spettacolare».
Il biondo Will Hunt degli Evanescence. È il primo segnale di un tour che ha come slogan il titolo dell’ultimo singolo, Cambiamenti.
«Ho grandi musicisti, difficilmente se ne trovano così. Siamo cresciuti nel tempo. Ricordo tanti anni fa, eravamo in viaggio e ci fermammo a un autogrill, avevamo l’aria da sbandati. Entrando dissi: Siamo gli Sbandau ballett. Qualcuno negli anni è rimasto a casa, sono quelli che non hanno tenuto il passo. È la spietata legge del rock. Non vado in giro per portare a spasso i miei amici. Siamo una banda, non una famiglia. Una banda di malviventi specializzati, c’è quello che sa scassinare, quello che guida la macchina».
Per fare sette stadi, tre a Roma e quattro a Milano, con 400 mila spettatori bisogna essere grandi comunicatori. E la nostra epoca predilige i supercomunicatori, dal papa a Renzi, del quale lei ha detto che “si muove bene” e, appunto, “che sa comunicare”.
«Noi siamo solo dei musicanti che propongono una serata di gioia. Una festa laica di comunicazione e liberazione. Una notte che non fa politica, però provoca le coscienze. Sono convinto che l’Italia abbia bisogno di una sterzata ma non siamo un partito, solo una tribù».
Con un capo riconosciuto.
«Dico cose che la gente ha dentro. Io aiuto solo a tirarle fuori perché condividiamo rabbie e debolezze. Certo, riempire l’Olimpico tre volte come non ha mai fatto nessuno è una bella soddisfazione. Vuol dire che posso tornare a Zocca a testa alta».
Lo sa, Vasco, che sono passati 50 anni dal suo primo successo: al concorso Ugola d’oro con la canzone Come nelle fiabe?
«L’aveva scritta il mio maestro di canto, Bonacini. Mi faceva fare tutti i giorni grandi vocalizzi, non so come ho fatto. Ma a 13 anni si fa in genere quello che ti dicono. Poi a 15… via. Il testo, molto bello, invece, era del proprietario di una boutique, Lorenzo Marengo. Ma allora ero ancora indeciso sul da farsi».
La strada del rock non era ancora aperta?
«Mi sarebbe piaciuto fare lo psicanalista, soprattutto per psicanalizzare me stesso. Ma mio padre voleva che facessi economia e commercio. Dopo due anni tornai da lui dicendo: vado a lavorare. Capì e mi iscrisse a psicologia. L’ho lasciata che mancavano sei esami: facevo già il dj».
Ed è andata alla grande.
«Ma sono uno che non s’accontenta mai. Amo le sfide. Come questo concerto. Avrei potuto rifare quello dell’anno scorso. Invece ho scelto una strada diversa, che parte da subito con uno schiaffo sonoro potente».
Sua madre la segue ogni tanto nei concerti?
«È venuta una volta a vedermi allo stadio, a Milano. S’è messa a piangere d’emozione vedendo tutta quella gente».
Vasco anche stavolta Albachiara chiuderà la serata. C’è un motivo?
«È così: una sera non l’ho suonata e la gente non andava via. Abbiamo dovuto farla e, da allora, per la tribù è il segnale che la festa è finita».

http://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/musica/vasco-rossi-concerti-olimpico-stones/764629.shtml

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