La Donna non esiste, le donne invece sì

Intervista a Céline Menghi di Silvana Maja, leggendaria.it, n. 106, 2014

celine

Transfert tra amore e godimento. Mai titolo più attraente per un convegno (XII congresso della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi – SLP). Siamo nella cattedrale del pensiero di Jacques Lacan, psicoanalista fancese nato nel 1901 e morto nel 1981. Allievo di Freud, ovviamente. Il trauma per Lacan non è il sesso, come per Freud, è il linguaggio. L’inconscio è strutturato come un linguaggio, gli esseri umani ne sono traumatizzati. Un convegno ricco di interventi interessantissimi con analisti che hanno testimoniato il loro stesso percorso analitico. Ospiti d’eccezione come Felice Cimatti, filosofo del linguaggio, e Giacomo Trinci, poeta. Approcciare Lacan è complesso ma le sue teorie e la sua clinica ci riguardano moltissimo, sia per l’attualità sia perché portano alla luce il godimento femminile come qualcosa rimasto enigmatico per Freud che ci lasciava con l’interrogativo: “Che cosa vuole una donna?” Ne parliamo con la psicoanalista Céline Menghi.

Nel 1973, davanti a un’assemblea di femministe, a Milano, Lacan dichiara: La donna non esiste. Si scatena un putiferio. Poi aggiunge: non esiste La donna in quanto soggetto universale, ma esistono le donne, una per una. Come spiega la sua concezione del godimento femminile? 

La donna non esiste nel senso che non c’è un modello universale in cui possono iscriversi le donne ma ci sono le donne, una per una, alle prese, ciascuna a modo suo, con un godimento supplementare a quello fallico, il godimento femminile, paradigma del godimento senza legge. Se non c’è un significante universale per La donna, c’è invece, per l’uomo, il significante del fallo. La trovata di Lacan è quella di avere individuato un “resto” fuori linguaggio, il famoso “reale” che l’analisi cerca di avvicinare. Un altro nome di questo “resto” è “impossibile”, un impossibile che si può attingere tramite una logica diversa da quella del fallo, la logica del non-tutto, che comporta che il sapere non è tutto, la verità non è tutta, e non resta che inventare nella singolarità. Le donne diciamo che sono più propense ad avvicinare il godimento femminile, ma anche gli uomini possono scegliere di metterci un piede dentro, di interessarsene un po’. Gli analisti certamente, maschi o femmine che siano, attraverso una lunga e approfondita analisi, devono accostarlo il più possibile. Un analista, dice Lacan, maschio o femmina, è sempre in posizione femminile.

Lacan ha trasformato il concetto di transfert, che non è più da intendere esattamente come lo intendeva Freud. Cos’è per voi lacaniani il transfert e perché è al centro del vostro convegno?

Ogni anno la scuola lacaniana di psicoanalisi tiene un convegno internazionale. Il tema del 2014 è stato scelto in base a una difficoltà incalzante che il tranfert pone agli analisti. Il transfert, come dice lei, si è trasformato. Lacan va oltre l’Edipo di Freud e sposta l’amore di transfert sul versante sapere, un sapere di cui di cui il soggetto dell’inconscio dispone ma che non sa di sapere. Il percorso dell’analisi, la cui condizione è il transfert, porta alla luce questo sapere inconscio.

Ma qual è la difficoltà?

Oggi l’analista è messo a dura prova per due motivi: da un lato i concetti della psicoanalisi si sono inflazionati nel tempo e inoltre c’è un certo discredito della parola: la parola non vale niente, lo vediamo a vari livelli, anche nella politica, e la gente cerca soluzioni veloci, immediate, pensando di fare a meno di un lavoro che comporta l’impegno soggettivo con la propria parola; dall’altro i nuovi sintomi, effetto della perdita del riferimento edipico, dell’evaporazione del padre, della caduta di valori simbolici che tenevano insieme la famiglia, della crisi economica, toccano sempre più il “corpo” e sono piuttosto resistenti alla parola. La difficoltà, dunque, è che non basta più fare riferimento alla decifrazione dell’inconscio o all’interpretazione freudiana, bisogna prendere in conto quello che Lacan chiama l'”inconscio reale”, l’inconscio in presa diretta con il corpo, rispetto a quello che chiama “inconscio transferale”, dove predomina l’aspetto significante, il linguaggio. Ciò richiede una forte presenza, anche del corpo dell’analista: “la presenza reale dell’analista”. Potremmo dire: una forte tenuta nel transfert che solo una lunga analisi permette per afferrare le cose dal lato del reale più che dal lato del significante.

Al convegno abbiamo ascoltato molti casi clinici ma anche le testimonianze di analisi di alcuni analisti. Credo che questa sia una pratica solo lacaniana. O sbaglio?

Sì, l’analista, come dicevo, deve aver fatto una lunga analisi, deve aver lavorato il suo narcisismo mettendo a dura prova quell’apparato che è l’Io per porsi poi con l’analizzante come strumento che fa funzionare il dispositivo analitico, la messa in moto dell’inconscio. L’analista deve decadere dalla supposizione di sapere e anche di potere che gli viene attribuita nel transfert, per lasciare che l’analizzante trovi la sua verità, soggettiva, che non è la verità assoluta, ma quella del suo rapporto singolare con il godimento femminile, paradigma del godimento senza legge. L’analista, diceva Lacan, è un oggetto al servizio del dispositivo analitico. Diciamolo pure, la psicoanalisi si occupa dell’impossibile, del godimento fuori linguaggio, non-tutto fallico, come dicevo prima, ma non per inquadrarlo, bensì per metterlo al lavoro, anche con l’invenzione. La testimonianza della propria analisi che alcuni analisti scelgono di fare mette in luce le trasformazioni che hanno portato a toccare l’impossibile e a farne una preziosità. È un’invenzione straordinaria di Lacan che si pratica solo nella sua scuola e si chiama passe.

Negli anni recenti le teorie di Lacan si stanno affermando anche tramite studiosi che lavorano il suo pensiero e la sua clinica. Quali sono, oggi, i nomi dei più autorevoli “traduttori” delle complesse teorie lacaniane? 

Principalmente Jacques-Alain Miller, genero, allievo e curatore testamentario dell’opera di Jacques Lacan. In Italia abbiamo Antonio Di Ciaccia, allievo e analizzante di Lacan, investito da Miller quale curatore e traduttore dell’opera di Lacan. Il suo è un lavoro straordinario, perché riesce a mettere in italiano, come non era mai accaduto prima, il “cristallo della lingua” di Lacan. Quella di Di Ciaccia è una vera passione, direi un amore per Lacan. Quando si dice transfert di lavoro, ecco la sua è la trasformazione del transfert dell’analizzante su Lacan in transfert di lavoro su Lacan. Noi siamo fortunati. Almeno, io mi ritengo fortunata.

http://www.leggendaria.it/leggendaria-n-1062014-editoriale

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