Eugenio Borgna: “L’anima non guarisce mai del tutto, le resta sempre accanto un’ombra” (2014)

Dagli studi universitari all’interesse per quei malati un tempo tenuti ai margini, lo psichiatra racconta come è cambiata la disciplina

di Antonio Gnoli, repubblica.it, 26 maggio 2014

LA PRIMA cosa che viene in mente osservando Eugenio Borgna, mentre è ad attendermi alla stazione di Novara, è il suo spiccato senso di gentilezza. Nelle movenze dinoccolate di quest’uomo alto e asciutto, che flette lieve verso l’altro come un giunco, si coglie la disponibilità rara dell’ascolto. Ci fermiamo, vista l’ora di pranzo, a un ristorante gradevole e semivuoto: “Qui veniva Scalfaro”, ricorda Borgna.

E ho l’impressione di un altro tempo. Che è la medesima sensazione che provo nella casa di questo grande psichiatra: vasta, spoglia, ma anche sovraccarica di libri. Come congelata in un altro tempo. Forse più prezioso. Più intimo. Certamente meno duro e perfino più fragile. Proprio al tema della fragilità Borgna ha dedicato un libretto ( La fragilità che è in noi, edito da Einaudi) ricco di considerazioni tenui. Intonate al pastello più che all’acido; alle sfumature più che ai tratti decisi. Ho l’impressione che il pensiero di quest’uomo si svuoti dell’aggressività necessaria in una società votata all’urlo e alla chiacchiera.

Cosa rappresentano le parole per un medico come lei?
“Le parole hanno un immenso potere. Ci sono parole troppo dure e violente. Troppo inumane. Che i medici, non tutti per fortuna, rivolgono al malato. E ci sono parole in grado di aiutare l’altro. Le mie parole sono state anche domande a me stesso e agli altri. Sono i dubbi e le incertezze che ho seminato lungo la mia lunga vita”.

Che ha avuto inizio dove?
“A Borgomanero, a una trentina di chilometri da qui. Vi ho trascorso la mia infanzia e poi l’adolescenza. Interrotta bruscamente quando i tedeschi nel 1943 occuparono la nostra casa. Mio padre, avvocato, faceva parte della Resistenza. E noi, sei figli, con mia madre che teneva in braccio l’ultimo nato, ci avviammo a piedi verso la collina dove protetti da un parroco ci nascondemmo”.

Quanto durò?
“Sei mesi. Tornammo per constatare che la casa era stata distrutta. A poco a poco la vita riprese. La scuola, poi il liceo, infine l’Università a Torino e la specializzazione a Milano nella prima clinica per le malattie nervose “.

Perché quel tipo di scelta?
“Sulle orme paterne avrei potuto fare l’avvocato. O magari il letterato avendo divorato i libri della biblioteca di mio padre. Ma compresi, grazie anche alla letteratura e alla poesia, che occuparsi delle persone che stavano male poteva dare un senso più autentico alla mia esistenza”.

Essere autentici è un dovere?
“Diciamo che avvertivo il desiderio di una verità più grande di quella che di solito osserviamo”.

Mi faccia capire.
“Dopo un po’ che frequentavo la Prima clinica mi accorsi che esistevano due tipi di pazienti, ben distinti: neurologici e psichiatrici. Questi ultimi erano ignorati”.

Perché?
“Si pensava che solo le malattie del cervello meritassero attenzione. Mentre a me interessava relativamente quel tipo di indagine. E fu attraverso quei pochi pazienti psichiatrici, tenuti ai margini, che scoprii un mondo di dolore e di sofferenza che mi parve più autentico di quello biologico e organicistico”.

Non le bastava la verità clinica?
“No, desideravo toccare una verità più esistenziale. Non volevo l’oggettività del neurologo. Ero portato ad ascoltare la sofferenza e l’angoscia come aspetti di una soggettività più complessa. Avevo 32 anni e una libera docenza che mi dischiudeva le porte per una grande carriera milanese”.

Segue qui:

 

http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/26/news/eugenio_borgna_l_anima_non_guarisce_mai_del_tutto_le_resta_sempre_accanto_un_ombra-87258672/

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