Galimberti: “La solitudine di chi chiede troppo a se stesso”

L’ideale dell’io può condannare all’insoddisfazione. Perché la ricerca della perfezione rende inaccessibili agli altri

di Umberto Galimberti e una lettrice, D Repubblica, 13 settembre 2014

Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Perché il mondo che vedo come nemico e che cerco di negare è anche parte di me. Mi permette di vivere nell’agio e nel piacere. Mi permette di andare all’università, di leggere, di andare al cinema, di mangiare bene. E mentre mi chiedo che cosa ci sia di così sbagliato in tutto questo, dentro di me grida la voce dell’indignazione. La consapevolezza non mi rende diversa. La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi. Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza, ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come “loro”. Mi sento codarda e incoerente. Omologata e manipolata. In ogni situazione due forze ombattono con uguale intensità, senza vincitori. Così me ne sto in disparte, perdendo occasioni e non mettendomi in gioco. Rassegnata già prima di partire. Senza far sentire la mia voce. Ben attenta a non sbagliare mai. Convinta di non poter cambiare le cose, di non poter essere mai felice, di dover continuare a vivere nel compromesso. Alla fine quello che mi resta è solo amarezza. Sono io stessa una parte di quel mondo che disprezzo. Forse le ho scritto semplicemente per provare a dipanare questa matassa. Lettera firmata

Un giorno Freud prese a raccontarci una storia interessante, quando scrisse che, oltre al nostro io, esiste anche un ideale dell’io che pone l’io in uno stato di mortificazione rispetto agli ideali che vorrebbe realizzare senza riuscirci. Tutto ciò genera inquietudine, insoddisfazione e in certi casi sensi di colpa.
Ora, avere un ideale di sé è molto utile soprattutto nell’adolescenza e nella giovinezza, per non accontentarsi di quello che si è e cercare di realizzare quell’immagine di noi che ci attrae e che, se la raggiungessimo, ci farebbe sentire realizzati. Quando però l’ideale dell’io fa sentire l’io in uno stato di perenne inferiorità e insufficienza, allora l’ideale dell’io diventa persecutorio e la vita un tormento, se non addirittura una malattia, la malattia di un’identità mancata, per aver posto l’ideale dell’io troppo in alto rispetto alle nostre capacità di realizzarlo. A lavorare, sotto sotto, c’è un’istanza narcisistica che non ci consente di accettarci per ciò che siamo, se non raggiungiamo l’ideale che l’io si è prefissato.
Da questa guerra tutta interna a noi stessi, che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti dell’esistenza, si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta. Accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire “punti nel vivo” quando qualcuno ce la svela.
I rapporti di solidarietà, di amicizia e direi anche e soprattutto di amore non nascono dalla contemplazione della perfezione di una persona, perché la perfezione ci fa apparire inespressivi e al limite inaccessibili, come pietre preziose dietro il vetro trasparente e blindato di una gioielleria. La perfezione non facilita la relazione, e siccome degli altri abbiamo bisogno perché siamo animali sociali, rendiamoci accessibili mostrando il lato umbratile della nostra personalità, come nei quadri, dove nessuna immagine potrebbe configurarsi senza i contorni dell’ombra.
Nella disperata ricerca di una nostra identità collocata là dove i nostri ideali, tiranneggiandoci, vorrebbero che fossimo e ancora non siamo, dimentichiamo infatti che la nostra identità non possiamo costruirla da soli, perché a formarla è solo il riconoscimento che ci proviene dagli altri, esattamente come i lineamenti del nostro volto che lo specchio non ci restituisce, mentre ce li restituisce lo sguardo indifferente di un narcisista, quello feroce di un nemico, quello intenso e incantato di un innamorato. E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria, dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione.

http://periodici.repubblica.it/d/ (n. 906)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...