Alessio Boni: “Dopo Ulisse ora interpreto Dio. E sconvolgo Freud”

Domani al via la stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino ne “Il visitatore” di Eric Emmanuel Schmitt. Coprotagonista Alessandro Haber, la regia è di Valerio Binasco

di Brunello Vescovi, lastampa.it, 12 novembre 2014

Non c’è che dire, interpretare Dio è una bella responsabilità. E tocca ad Alessio Boni nella pièce «Il visitatore» di Eric Emmanuel Schmitt, in scena domani (alle 21, ci sono ancora biglietti) per l’apertura della stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino. Con Alessandro Haber nella parte del dottor Freud e nel cast anche Francesco Bonomo e Nicoletta Robello Bracciforti, mentre la regia è di Valerio Binasco.

Boni, una scommessa vinta questo spettacolo?
«Si può dirlo. Il testo l’ho letto due anni fa, non era conosciutissimo in Italia. Ma tutti insieme ci abbiamo creduto e fin dalla prima, a Castellammare di Stabia un anno fa, abbiamo sentito il pubblico con noi. Un pubblico che ride, si commuove, piange, si emoziona. E abbiamo capito di aver fatto bingo».
Che cosa succede in questo testo?
«Dio vuole parlare con Freud. O perlomeno può essere Dio o un pazzo, questo resta in sospeso. Ma l’importante è il dialogo che nasce fra lo scienziato e questo sconosciuto che s’introduce nella sua casa. E prova a confutare le sue teorie».
Non è una lezione di filosofia?
«No, perchè i dialoghi sono profondi, ma leggeri. Ci si commuove e si ride. Lo spettatore al rientro a casa potrà sorridere pensando a quel certo passaggio, un altro si sentirà toccato, un altro magari andrà a scartabellare dei tomi. Io stesso, mentre stavo studiando il testo, ho cercato l’aiuto di Andrea, il mio fratello sacerdote. Poi, prima di entrare in scena devi resettare completamente, lasciarti andare».
E Haber, il suo interlocutore, che Freud è?
«Un Freud malato, il regista Binasco ha puntato molto sull’uomo più che sul letterato. L’ha reso fragile, debole, è in un momento di sconforto. Ecco perché si lascia andare a parlare con questo pazzo che altrimenti avrebbe cacciato a calci. Freud era un “rustego”, un agnostico. Ma qui ha ottant’anni, è malato, a Vienna ha i nazisti sotto casa che lo braccano. E in questo momento di paura compare questo signore, all’apparenza un folle».
E lui che fa, lo mette sul lettino?
«Certo, è abituato a parlare con i folli. E lo fa col suo tono, ma qui la situazione si ribalta. Questo lo incalza, sente i canti dei nazisti in lontananza e dice che lui, Dio, ama il bene e il male, perché è la conseguenza dell’aver dato all’uomo la libertà. E a Freud che gli chiede perché mai Dio dovrebbe rendere visita a lui, non certo un amico, risponde: “E da chi avrei dovuto? Da un sacerdote, da un rabbino? Che noia conversare con gli ammiratori».
Poco conosciuto in Italia, ma un bestseller tradotto in 22 lingue.
«In Italia ne hanno fatto solo un allestimento con Turi Ferro e Kim Rossi Stuart, ma tocca il pubblico, sembra quasi una terapia di gruppo. Tutti attenti, che pendono dalle tue labbra. Ho recitato grandi classici, Molière per esempio, ma la gente è più distante. Qui si parla di argomenti che toccano tutti. Il timore della morte, ci sarà una vita dopo? E chi non ci ha mai pensato? Ognuno di noi, più che mai in un momento di crisi come questo, ha bisogno di esser considerato come essere umano, piccolo atomo poetico dentro lo spartito della vita».
Il finale?
«Il dubbio insorge enormemente in Freud, prima solo posseduto dal pragmatismo. E non è che si converta, ma nasce in lui il senso che la vita può essere anche misteriosa e il mistero crea il dubbio. Che è bello, perchè ti fa scavare».

http://www.lastampa.it/2014/11/12/edizioni/alessandria/spettacoli/alessio-boni-dopo-ulisse-ora-interpreto-dio-e-sconvolgo-freud-4j2LeAVX2GG8W8nJId4wcM/pagina.html

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