Gualandi e Thanopulos sull’astensionismo

Elogio di un certo astensionismo: il buon senso e i sogni

di Andrea Gualandi, iltaccuinodegliappunti.blogspot.it, 26 novembre 2014
Da molto tempo in Italia ci sono tanti che votano con il primario obiettivo di “fare argine”, o credete forse che le alte percentuali della DC fossero tutti voti convintamente democristiani e militanti?
Oltre ai cattolici obbedienti ai propri vescovi, quelli convintamente democristiani, alla componente clientelare, si sa, c’erano  tantissimi che votavano la “balena bianca” per arginare, a torto o a ragione, l’avanzata del partito comunista, che per lungo tempo aveva mantenuto come sottofondo, più o meno apertamente, velleità da rivoluzione socialista della società. Anche se nei fatti continuava a sottoporsi al vaglio delle elezioni democratiche.
E’ riaccaduto nelle elezioni europee, dove il PD modello Renzi è stato iper-votato anche per arginare le intemperanze pseudo-rivoluzionarie e troppo ammiccanti alla dittatura (“dolce”?) del grillismo.
In questa tornata elettorale, il vento di rivolta era fiacco, senza nerbo, per cui molti elettori hanno capito che  il bisogno di fare argine questa volta non c’era. Si aggiunga il crollo del voto di appartenenza ideologica assieme quello dovuto alle clientele (al sud il dato è meno evidente proprio per una maggiore incidenza delle clientele) e si ottiene il risultato che ora constatiamo.
Facendo caso a molti segnali, tanti si sono resi conto che  il PD in salsa renziana si sarebbe confermato, vincendo in entrambe le regioni, sapendo anche che un nuovo plebiscito rischiava di far montare un po’ troppo la testa al premier toscano.
Una fetta di elettorato, con buon senso, dico io, avverte, anche in modo inconscio, che ciò che comunemente chiamiamo politica,  quella fatta nelle istituzioni preposte,  incide molto limitatamente nelle loro vite, anzi è già tanto che non faccia danni;  per cui preferiscono evitare il peggio che aspirare a un meglio troppo illusorio.
Valutano se e quando andare a votare, non avendo occasione o interesse a interloquire con i propri futuri rappresentanti e considerando l’astensione comunque un atto politico e non un mero disinteresse; così, quando avvertono che il pericolo è lontano, possono permettersi di non andare votare dando implicitamente ai suoi rappresentanti:
1) il suggerimento di stare con i pedi per terra e di lasciar perdere con i sogni ad occhi aperti,  bastano quelli notturni, sapendo cosa farsene;
2) l’altro suggerimento di non montarsi troppo la testa e abbandonare la tentazione della deriva solipsistica dell’uomo e del partito solo al comando.

La certezza e il dubbio

di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.info, 28 novembre 2014

Ber­trand Rus­sell disse che il pro­blema con il mondo è che gli stu­pidi e i fana­tici sono sem­pre così certi di loro stessi men­tre i più saggi sono così pieni di dubbi. A giu­di­care dai risul­tati delle ele­zioni regio­nali in Emi­lia Roma­gna è dif­fi­cile dar­gli torto. Almeno stando al risul­tato senza pre­ce­denti della Lega del Nord, che potrebbe pro­iet­tare i xeno­fobi al posto del secondo par­tito ita­liano con per­cen­tuali simili a quelle dell’Ukip in Gran Bre­ta­gna e del Fronte Nazio­nale in Fran­cia. La domanda ango­sciosa di cer­tezze in tempi di pre­ca­rietà sociale, quando il futuro non lascia pre­sa­gire nulla di buono, rende red­di­ti­zio il matri­mo­nio tra la scioc­chezza e il fana­ti­smo. Biso­gna essere scioc­chi per essere con­vinti che ricette sche­ma­ti­che e sbri­ga­tive pos­sono risol­vere pro­blemi com­pli­cati e incan­cre­niti e solo i fana­tici fanno dell’idiozia il loro destino.
Tra la sag­gezza, che riflette senza sapere che pesci pigliare, e la scioc­chezza, che pesca vec­chi scar­poni, la fa da padrona l’astensione che ha rag­giunto livelli cata­stro­fici. È un’astensione che rifiuta equa­ni­me­mente cer­tezze e dubbi e fa della cri­tica radi­cale di tutto la più solida delle posi­zioni acri­ti­che. Si sente odor di bru­ciato, cioè di qua­lun­qui­smo, che tra­sforma lo scet­ti­ci­smo nell’unica cer­tezza possibile.
Renzi ne è uscito con un com­mento su Twit­ter che non ci fa dor­mire tran­quilli, per­ché que­sto gio­vane orfano di Ulisse è pur sem­pre il nostro pre­si­dente del con­si­glio: «Male affluenza, bene risul­tati: 2–0 netto. 4 regioni su 4 strap­pate alla dx in 9 mesi. Lega asfalta forza Ita­lia e Grillo. Pd sopra il 40».
L’ottimismo della volontà, che «asfalta» le con­trad­di­zioni, si dis­so­cia in lui dal pes­si­mi­smo della ragione. Que­sto, qual­che volta, può andare bene in una par­tita di pal­lone ma la vita resta un po’ più com­plessa del cal­cio. La volontà che rot­tama la ragione è la rea­zione emo­tiva ai pro­blemi che crea più danni dei ter­re­moti ma chi non è rima­sto affa­sci­nato dal soc­cor­ri­tore improv­vi­sato, che arriva al momento giu­sto, prima che costui gli rovi­nasse il frigorifero?
L’aforisma di Rus­sell potrebbe essere ampliato: essere troppo con­vinti di se stessi può por­tare le per­sone intel­li­genti a com­por­tarsi come gli scioc­chi e i fana­tici, finendo per favo­rirli, per­ché restano comun­que privi della loro coe­renza inos­si­da­bile. Le strade dell’inferno sono lastri­cate di buone inten­zioni per­ché que­ste inten­zioni che rifug­gono il dub­bio, inse­guendo il volon­ta­ri­smo della bontà, por­tano a solu­zioni che non sono buone, pre­pa­rando la strada per quelle pessime.
Non­di­meno, se la sag­gezza ama il dub­bio, indu­giare nel dub­bio non è sag­gio. Quando affron­tare una situa­zione avversa diventa dif­fi­cile, per­ché il peso di emo­zioni intol­le­ra­bili imme­diate (che non con­sen­tono un’elaborazione effi­cace) intral­cia la valu­ta­zione ade­guata delle pos­si­bi­lità e dei rischi, il dub­bio per­si­stente può assu­mere una fun­zione simile a quella della cer­tezza ad ogni costo nel far appa­rire come inve­sti­mento il disim­pe­gno. Men­tre la cer­tezza nega le dif­fi­coltà, tra­sfor­mando i sen­ti­menti di impo­tenza in onni­po­tenza, il dub­bio le ammette ma pre­fe­ri­sce sguaz­zare nell’impasse: ciò che lo muove è l’ambivalenza tra accet­tare e rifiu­tare le rinunce che le tra­sfor­ma­zioni richiedono.
Il dub­bio può avere, invece, una fun­zione libe­ra­to­ria, se rap­pre­senta la neces­sa­ria ten­sione tra il legame con la pro­pria tra­di­zione e la ricerca di un nuovo oriz­zonte. Que­sta ten­sione spinge a usare il dolore della per­dita, che difende il valore delle cose per­dute, per ope­rare tra­sfor­ma­zioni e non demo­li­zioni, per rico­struire su un ter­reno solido e non sulla sabbia.

http://ilmanifesto.info/la-certezza-e-il-dubbio/

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