Giaccardi, Saraceno, Recalcati, Palazzo: “Madri e figli”

Mamme narciso, è davvero così?

di Anna Spena, vita.it, 3 marzo 2015
Dopo il padre, dopo il conflitto di coppia, dopo la scuola, Massimo Recalcati approda al grande tema della madre. Lo ha fatto con un articolo pubblicato da Repubblica e presto con un libro in uscita da Feltrinelli. Recalcati nel suo primo intervento ha toccato un tema destinato a far discutere: quello delle “mamme narciso”. Cioè le donne che oggi, secondo Recalcati, vedono la maternità come un ostacolo all’autoaffermazione. Su Repubblica gli ha risposto Chiara Saraceno. Vita.it ne ha parlato con Chiara Giaccardi docente di sociologia e antropologia dei media presso l’Università Cattolica di Milano. Donna “in carriera” ma anche madre di 6 figli.

È d’accordo con la visione di Massimo Recalcati? Esistono le “madri Narciso”?
Io sono d’accordo sul fatto che esista un problema serio con il narcisismo. Ma l’essere “narcisisti” è una fotografia della contemporaneità che si riflette in tutte le componenti della società, non solo sulle madri e sulle donne. Il problema è generale. È vero che siamo in una società di narcisi e usiamo gli altri come specchio per guardarci.

Nell’articolo pubblicato da la Repubblica Recalcati ha usato toni un po’ forti “le donne considerano la maternità come un sacrificio mortifero”…
Recalcati tocca un punto importate ma lo fa in modo sbagliato. Il problema non è “il modello della madre perduto”, il problema serio è che noi tutti abbiamo perso la memoria del “legame di madre”. Veniamo dall’utero e dall’incontro di due differenze e questo non dovremmo mai dimenticarlo. La maternità è l’archetipo che sta alle nostre spalle. Tutti noi siamo stati accolti nel grembo. La caratteristica principale dell’individuo è mettersi in relazione ma oggi sprofondiamo nell’individualismo e non ce ne rendiamo neanche conto. Anche se abbiamo bisogno dell’altro, vediamo questo altro come qualcosa che limita la nostra libertà. Questa è l’antropologia della contemporaneità.

Recalcati conclude il suo articolo con un’altra osservazione forse equivocabile: “Si è perduta la connessione che unisce generativamente l’essere madre dall’essere donna. Se c’è stato un tempo dove la madre tendeva ad uccidere la donna, adesso il rischio è l’opposto; è quello che la donna possa sopprimere la madre“. Ma che cos’è che rende realmente le persone generative?
Il tema della madre come archetipo è universale e non ideologico. La maternità non può essere concepita come un “dover essere”, ma deve essere considerata una memoria. È questa memoria che ci fa esistere  come essere umano, un essere in relazione. Quando manteniamo questa memoria siamo tutti persone generative. La madre è una memoria relazionale universale. Quando Recalcati individua nel narcisismo qualcosa che compromette la relazione del legame non sbaglia. Ma l’etichetta sbagliata che utilizza crea più problemi che soluzioni.

Considerato che il problema è a carattere universale perché parlarne solo in riferimento alla maternità.  Non è l’ennesima differenziazione immotivata che si fa tra donna e uomo? Perché pensare ad una “donna” e ad una “donna madre”? Questa è una costruzione sociale e storica più che altro…
L’essere umano è un animale simbolico. Le variabili storiche e culturali influiscono sempre tantissimo sui nostri costrutti. Il contributo di Recalcati presta il fianco alla giusta critica ma ne impedisce il volo. Parla della sua esperienza da psicanalista: l’asse è significativo ma circoscritto, realistico ma comunque personale. La nostra società va dall’infanticidio fino alla normalità piena di tutte le fatiche che si fanno per andare avanti senza particolari ansie. Ma la maternità è una fase ridotta della vita delle persone. La fatica fisica più grande si riscontra quando i figli sono piccoli. L’importante è vedere i figli come altro da sé. Questo è il rapporto con l’alterità e non è mai semplice.

Ma nel contesto attuale, dove è evidente l’assenza di sostegni per conciliare la vita famigliare con quella lavorativa, come si raggiunge l’equilibrio?
Ci sono tanti modi imperfetti di essere madre. Tutti questi modi si conciliano con la realizzazione del sé. Si fa fatica, ma la fatica ha un senso.

E invece come risaliamo dall’individualismo in cui ci siamo rinchiusi?
Ripensiamo alla forma della famiglia. Non nella forma classica che può essere misera: usciamo dai luoghi comuni del padre, madre, appartamento, televisore e porta blindata. La soluzione pratica è quella relazionale. La relazione è la matrice degli esseri viventi. Oggi siamo più liberi, giochiamola bene questa libertà. E  la maternità non deve essere tutta sulle spalle della madre…
http://www.vita.it/it/article/2015/03/03/mamme-narciso-e-davvero-cosi/129726/

Non c’è scampo per le madri

di Chiara Saraceno, la Repubblica, 2 marzo 2015

Non c’è scampo per le madri. O sono troppo accudenti, al punto da soffocare la capacità di autonomia dei figli (soprattutto maschi) — le madri coccodrillo lacaniane. Oppure, se hanno anche una vita e interessi fuori e accanto alla maternità — vita e interessi che per altro costituiscono un argine ad ogni tentazione divorante — rischiano di essere madri senza cuore, incapaci di accudimento. Le madri narcisiste, esito delle battaglie emancipazioniste di donne che non vogliono essere solo madri, sono la contemporanea iattura che può toccare ai figli, secondo l’analisi di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, su Repubblica del 28 febbraio.

Donne che cancellano (in sé) la madre perché non sono capaci “di trasmettere ai figli la possibilità dell’amore come realizzazione del desiderio e non come il suo sacrificio mortifero”. Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita non è, come si potrebbe ingenuamente pensare, perché tuttora l’organizzazione sociale poco sostiene le mamme lavoratrici, in carriera o meno. Neppure perché una definizione della paternità invece tutta incentrata sul desiderio e la necessità di essere altrove, senza essere vincolati dalle necessità della cura, rende difficile per le madri conciliare più dimensioni, più passioni. O perché alcuni psicanalisti condividono il senso comune ancora diffuso in Italia per cui “un bambino in età prescolare soffre se la mamma lavora”, legittimando ogni forma di colpevolizzazione delle madri lavoratrici, specie se, come si dice “non ne avrebbero necessità” e ancor più se vogliono anche una carriera. È perché “si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna”.

Facendo riferimento a casi estremi tratti dalla pratica clinica, o alla letteratura e filmografia, Recalcati rischia di ridurre al vecchio aut aut (o la maternità o la carriera) il ben più complesso dilemma Wollstonescraft al centro di moltissime riflessioni femministe: come far riconoscere il valore e il diritto a dare e ricevere cura senza perdere il diritto ad essere anche altro (cittadine, diceva Wollstonecraft). In particolare, sembra pensare che, sia sacrificio o desiderio, l’amore materno, a differenza di quello paterno, deve essere al riparo da altre passioni, desideri, attività. E che la generatività delle madri si esaurisca nel, certo importantissimo, amore (e accudimento) per i figli, non anche nella capacità di essere individue distinte dai propri figli, con un pensiero e progetti su di sé che non si esauriscono nella maternità, anche se la comprendono.

Questa seconda generatività sembra esclusivamente appannaggio dei padri, loro sì capaci di separarsi e separare. Suggerisco di leggere il dialogo tra Mariella Gramaglia e sua figlia Maddalena Vianello (Tra me e te, edizioni et al.): dialogo difficile, anche conflittuale, dove madre e figlia si confrontano sì sulla cura data e ricevuta, ma anche sulla visione del mondo e l’azione nel mondo che la madre ha lasciato alla figlia e con cui questa deve fare i conti. Spero nessuno consideri Mariella e quelle come lei, come me, terribili madri narcisiste, perché il loro “desiderio” si è diretto anche oltre, non contro, la maternità.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/03/chiara-saraceno-non-ce-scampo-per-le-madri/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMegaBlog+%28I+blog+di+MicroMega%29

Ciao figlio, è il tempo della mamma Narciso

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 28 febbraio 2015

Nella cultura patriarcale la madre era sintomaticamente destinata a sacrificarsi per i suoi figli e per la sua famiglia, era la madre della disponibilità totale, dell’amore senza limiti. I suoi grandi seni condensavano un destino: essere fatta per accudire e nutrire la vita. Questa rappresentazione della maternità nascondeva spesso un’ombra maligna: la madre del sacrificio era anche la madre che tratteneva i figli presso di sé, che chiedeva loro, in cambio della propria abnegazione, una fedeltà eterna. È per questa ragione che Franco Fornari aveva a suo tempo suggerito che i grandi regimi totalitari non fossero tanto delle aberrazioni del potere del padre, ma un'”inondazione del codice materno”, una sorta di maternage melanconico e spaventoso.

La sicurezza e l’accudimento perpetuo in cambio della libertà. Sulla stessa linea di pensiero Jacques Lacan aveva una volta descritto il desiderio della madre come la bocca spalancata di un coccodrillo, insaziabile e pronta a divorare il suo frutto. Era una rappresentazione che contrastava volutamente le versioni più idilliache e idealizzate della madre. Quello che Lacan intendeva segnalare è che in ogni madre, anche in quella più amorevole, che nella struttura stessa del desiderio della madre, troviamo una spinta cannibalica (inconscia) ad incorporare il proprio figlio. È l’ombra scura del sacrificio materno che, nella cultura patriarcale, costituiva un binomio inossidabile con la figura, altrettanto infernale, del padre-padrone. Era la patologia più frequente del materno: trasfigurare la cura per la vita che cresce in una gabbia dorata che non permetteva alcuna possibilità di separazione.

Per continuare:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/02/28/lemammenarciso60.html?ref=search

Scegliere lo psicoanalista sfruttando il pensiero del bambino (Introduzione alla rubrica)

di Irene Palazzo, psychiatryonline.it, 26 febbraio 2015*

Nel 1994, al secondo anno di università, uno psicoanalista mi consigliò un collega per poter fare un’analisi personale. Poiché allora, come altre persone che si rivolgono a un analista, non riuscivo ad avere criteri di scelta, mi affidai esclusivamente, oltre che all’indicazione ricevuta, ai diversi titoli e alla stima di cui godeva questa persona, in noti circoli psicoanalitici, a causa della sua conoscenza “alla lettera” della dottrina lacaniana.
Anch’io lo sentii parlare in pubblico diverse volte, ma senza portare a casa nulla, convinta che nei confronti di quei discorsi complicati ero io che non me ne intendevo: per anni, cioè, non riuscii a dar ascolto a quel sentore che mi diceva: “Qualcosa non torna, tutte queste teorie non arrivano da nessuna parte!” A quanti di noi è capitato di pensare che, se una persona è iscritta a un albo o gode di una certa notorietà in quella disciplina, di conseguenza è in grado di fare bene il suo mestiere? Pagai cara questa scelta: non tanto in termini di denaro quanto in salute e tempo perso. Nel 1999 decisi di andarmene: “Come potevano diversi pazienti, oltre a me, uscire da un’analisi ridotti peggio di come erano entrati?”
Mi recai allora da uno psicoanalista che sentii parlare un paio di volte in università a Torino. Pur non capendo molto delle cose che questo signore diceva, intuivo comunque qualcosa di vero: alcune sue frasi avevano la capacità di mobilitare i miei pensieri e iniziai così a ipotizzare che questa volta avrei potuto essere sulla “buona strada”.
“La verità, mamma, voglio!!!” è ciò che il mio primogenito di 5 anni e mezzo mi chiede quando sente cose che non gli tornano. Come scegliere allora lo psicoanalista? Chi è un buon analista? Chi è un analista affidabile? Da sempre ho apprezzato una frase di Lacan: “… una persona – potrei dire un analista – è guarita – o affidabile –, se si avvicina almeno un po’ all’intelligenza del bambino”.
Il titolo “Un bambino come analista” è al contempo relativo sia allo psicoanalista sia al bambino.
Il bambino, al pari dell’analista prende posto e ne prepara uno per il partner: sa ascoltare e da pochi indizi sa fare la “diagnosi” delle persone a casa e fuori casa; si muove per principio di piacere richiamando l’altro anche quando non lo onora nella partnership; ricerca la verità dei fatti; parla come mangia – come non riconoscere la grazia, la semplicità niente affatto banale con cui lo fa – e le sue frasi sono materia prima per le orecchie dell’interlocutore.
Di conseguenza racconti autobiografici relativi sia alla mia esperienza di madre che di psicologa a orientamento psicoanalitico ci guideranno lungo tutto il cammino.
Un’avvertenza: i nomi delle persone sono inventati e gli argomenti sono descritti in modo che nessuno possa riconoscersi.

* L’autrice tiene una rubrica sul portale psychiatryonline.it (L. R.)

http://www.psychiatryonline.it/node/5519

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2 thoughts on “Giaccardi, Saraceno, Recalcati, Palazzo: “Madri e figli”

  1. SoniaGiuliano ha detto:

    Più che quella di “connettere il ruolo di madre e di donna”, come sostiene Recalcati, oggi la sfida è quella di riempire di senso questi titoli, riconoscendo di essere anche altro. Cittadina, per esempio; ingegnera, insegnante, operatrice ecologica, segretaria. E partire da lì per immaginare il futuro, per pensarlo, progettarlo, costruirlo. E’ dentro questa possibilità che ci si accorge che la contrapposizione – culturale – tra madre, donna e “qualsiasialtracosa” è fasulla e che, anzi, solo sentendosi anche altro è possibile sentirsi madri e donne.
    E, perché no, padri e uomini.

    http://psicoanalisieconvivenza.com/2015/03/10/donna-madre-e-riflessioni-sul-rapporto-tra-il-dentro-ed-il-fuori-della-famiglia/

  2. ipazia55 ha detto:

    L’ha ribloggato su Ipazia55's Bloge ha commentato:
    la madre Narciso

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